Archive for the ‘ironia culturale’ Category

una pratica dialettica da riscoprire

27 febbraio 2015

«Se l’origine della sapienza greca sta nella “manìa”, nell’esaltazione pitica, in un’esperienza mistica e misterica, come si spiega allora il passaggio da questo fondo religioso all’elaborazione di un pensiero astratto, razionale, discorsivo? Eppure nella fase matura di questa età dei sapienti noi troviamo una ragione formata, articolata, una logica non elementare, uno sviluppo teoretico di grande livello. A rendere possibile tutto ciò è stata la dialettica. Con questo termine non va inteso ovviamente ciò che vi includiamo noi moderni: dialettica è qui usata nel senso originario e proprio del termine, ossia nel significato di arte della discussione, di una discussione reale, tra due o più persone viventi, non escogitate da un’invenzione letteraria.» (Giorgio Colli, La nascita della filosofia, Adelphi 1975, pag. 73)

Fa bene discutere, fra interlocutori disposti al rispetto. Ma anche dentro noi stessi ho la netta sensazione che un ragionamento razionale necessita del linguaggio, della sintassi, delle parole ben incardinate. In fondo anche quando dobbiamo ragionare su qualcosa dobbiamo costruire un discorso sensato, suddividerci in due interlocutori che soppesano e confrontano le scelte, le possibili soluzioni. Solo il linguaggio consente un pensiero astratto molto articolato, solo il linguaggio contiene i pezzi del meccano per costruire un pensiero che sia razionale. E gli animali? Forse che non pensano? Pensano, amano, valutano, conoscono, ma non sono in grado di costruire un pensiero astratto, nel senso letterale del termine, un pensiero scritto che continua, con potenza intatta, alla morte del pensatore. Ma torniamo al grande Colli. L’amore per la discussione reale, il confronto leale ed attento fra due persone, è una pratica spesso sepolta sotto l’invettiva, lo slogan, l’essere «sul pulpito» televisivo o anche internettiano. Questi mezzi attuali, questa possibilità di interlocuzione così potente che ci offre la rete, non sprechiamola, torniamo a quei grandi che fecero scaturire dal magma mistico e religioso la filosofia. Nel mio piccolissimo, a volte, ci provo.

le donne che piacciono a me

26 febbraio 2015

Mi piacciono le donne colte. Una citazione da Nietzsche (o magari da Lou Salomè) mi provoca un brivido di passione. Una frase dedicata a qualche profonda, antica scrittura, dalla bocca d’una donna, è per me un richiamo erotico. Ma l’aspetto curioso non è che amo solo la mente fervida d’ingegno, in realtà la donna che incarna questa sapienza diviene tutta, nella sua fisicità, oggetto del desiderio. Forse è qualcosa di edipico, forse è il ricordo nascosto del nettare materno che si trasfigura nella conoscenza. Forse è una forma erotizzante dell’amore per i libri, traslato nella direzione che la natura impone, al desiderio. In effetti, per quanto ami i libri, una donna colta è molto di più, è la sintesi fra il desiderio ancestrale e quello culturale. Del resto, forse, io sono adatto: appena appena colto da capire, abbastanza ignorante da non essere in concorrenza, bensì un allegro diversivo. Per oggi confessioni erotiche direi basta, questo è un blog serio.

Oriente, dentro

25 febbraio 2015

«Bhumananda che mi ha accompagnato durante l’escursione mi vuole nella sua tenda; dopo un lungo discorso sul significato psicologico e sulla potenza del battesimo mistico, lo vediamo cadere in stato di trance.
È chiaro che per persone come lui il mondo dello spirito è più reale di quello che per noi non sia quello della materia. Noi pensiamo che l’asceta dell’Oriente dissipi vanamente in sogni il breve tempo che ci è sortito di passare sulla terra e corra dietro a fantasmi e visioni, egli d’altro canto ha pietà di noi che andiamo in cerca di cose che non sono nostre e mai lo saranno e avidi di ciò che non ci appartiene rinunciamo a quel gaudio che sboccia solo da un’intensa vita spirituale raccolta e distaccata.» (Giuseppe Tucci, Tibet ignoto, Newton Compton, 1978, pag. 85)

Oggi l’Oriente forse non esiste più. Oggi l’Oriente è l’occidente più crudo fatto Cina. O forse c’è ancora, ma è interiore, in quella a volte nitida, ma più spesso sfuggente, sensazione che la strada giusta sia dentro di noi, il più possibile lontano dalle robe in vendita. Non è un caso che, ad esempio, una buona camminata da soli, su un sentiero che porti comunque ad un punto di vista sull’immenso (sia esso cielo, come mare o ampia vallata), più che in un posto ci porta al sentire, più nell’omerico diaframma che nella testa, un «noi stessi» più quieto e profondo.

il vero scopo dell’abbondanza

23 febbraio 2015

Tempo fa ero invitato al matrimonio di parenti del sud Italia. Una bella festa, senza risparmio, per una giornata ed una serata dove in un breve lasso di tempo si consuma l’evento. La gioia della festa che oltrepassa ogni prudenza, ogni dosatura delle risorse, la festa come vera, totale, eccezione. Non è una famiglia povera, ma neppure ricca, persone ragionevoli e per bene, ma quel giorno «deve» essere un rito condiviso, ampio, la dimensione del privato deve tracimare nella festa collettiva. Un rapporto col denaro speso più arcaico, più munifico di ogni prudenza piccolo borghese, e se entri nella logica capisci la grandezza di quello che potrebbe apparire uno spreco.

Quella festa mi è tornata alla mente leggendo un curioso e denso libro, edito da Adelphi nel 2000. È un testo di Georges Bataille, «Il limite dell’utile», una raccolta di scritti, materiale eterogeneo e ricco di spunti su molti temi, uno dei quali è proprio quello della festa, dello «spreco» munifico ed essenziale per la coesione di una comunità.

Gli spagnoli, quando invasero il Messico, rimasero stupiti dai comportamenti di figure che definiamo «Mercanti» ma che non erano qualcosa di simile ai mercanti europei. Il commercio non era tutto finalizzato all’utile, ma molta importanza stava nei regali, negli omaggi, nel prestigio glorioso della generosità.

La ricchezza, e questo vale anche per gli antichi europei, non era tutta ripiegata sul privato ma era un dovere morale riversarla nelle feste, in forme di gioia collettiva dove la ricchezza del singolo si tramutava in valori più importanti del denaro stesso. Onore, generosità, gloria, prestigio. L’accumulo non diventava conti cifrati in Svizzera o alle Cayman, ma trovava il senso nella festa, nel regalo, nei momenti di grandezza ostentata non per dividere, ma per unire la comunità.

Non è banale questa prospettiva, e ci fa riflettere anche sui limiti dell’economia del nostro tempo, basata sull’accumulo anonimo e nascosto.

«A mio parere, la legge generale della vita richiede che in condizioni nuove un organismo produca una somma di energia maggiore di quella di cui ha bisogno per sussistere. Ne deriva che il sovrappiù di energia disponibile puo’ essere impiegato o per la crescita o per la riproduzione, altrimenti viene sprecato. Nell’ambito dell’attività umana il dilemma assume questa forma: o la maggior parte delle risorse disponibili (vale a dire lavoro) vengono impiegate per fabbricare nuovi mezzi di produzione – e abbiamo l’economia capitalistica (l’accumulazione, la crescita delle ricchezze) – oppure l’eccedente viene sprecato senza cercare di aumentare il potenziale di produzione – e abbiamo l’economia di festa. Nel primo caso, il valore umano è funzione della produttività; nel secondo, si lega agli esiti più belli dell’arte, della poesia, al pieno rigoglio della vita umana. Nel primo caso, ci si cura solo del tempo a venire, subordinando ad esso il tempo presente; nel secondo, è solo l’istante presente che conta, e la vita, almeno di quando in quando e quanto più è possibile, viene liberata da considerazioni servili che dominano un mondo consacrato alla crescita della produzione» (pag. 246)

Veramente i ricchi di oggi non conoscono la gloria. Da notare che Bataille svolge un’indagine che parte addirittura dalla vita biologica, dalla sua innata sovrabbondanza.

Il testo è ricco di molti argomenti, con efficaci escursioni nei temi esistenziali. E sempre riecheggia questo tema del donare, del donarsi, dell’uscire dalla gretta individualità.

«ogni uomo deve pensare alla possibilità sia di confinarsi nell’isolamento sia di evadere da tale prigione. Da un lato, egli vede ciò che fonda, ciò senza di cui nulla sarebbe: un’esistenza privata, egoista, vacua. Dall’altro, un mondo il cui splendore proviene da elementi che comunicano e si fondono fra di loro come le fiamme di un focolare o le onde del mare. Nel proprio intimo, una coscienza immobile resta acquattata: fuori si agitano i movimenti ciechi e l’eccesso della vita. Un uomo è inevitabilmente lacerato tra questi poli, inconciliabili, poiché non puo’ decidersi né per una direzione né per l’altra.» (pag. 141)

Alla luce di questo discusso e potentissimo pensatore francese, posso affermare che le «feste» non sono uno spreco, lo spreco è non viverle collettivamente. Che festa sia!

Georges Bataille
Il limite dell’utile
pag. 206
Adelphi, 2000

quel che dà fastidio

19 febbraio 2015

Qualcuno accusa il ministro greco di fare della filosofia. Alla fine, quel che dà fastidio di più non è il debito, ma il pensiero che lo mette in discussione. Dobbiamo tornare a fare filosofia, ma non solo nella comodità del salotto buono, la vera filosofia è tale solo se per essa sei disposto a tutto.

bei tempi

14 febbraio 2015

Bei tempi quando eravamo in ansia perchè Gheddafi aveva comprato un pezzo di Juve.

magari danzare sul ciglio

13 febbraio 2015

Ho sempre amato l’espressione «ingannare l’attesa». Nei modi di dire è spesso condensato molto dell’animo umano. Come le venature d’una roccia molto dicono sulla storia geologica del mondo. Perchè il verbo «ingannare»? Chi è che inganna, e perchè lo fa? È il tempo fermo, è il rischio di affacciarsi anche solo pochi istanti sul nostro interiore abisso, che dobbiamo sfuggire. Semplificando la questione si potrebbe anche dire che si sfugge la noia. Cos’è la vera saggezza, cos’è la vera filosofia? È la capacità di guardarlo questo abisso, e magari danzare sul ciglio, così come un ragazzo spavaldo, dai nervi saldi e i riflessi perfetti dei vent’anni. Un vero filosofo non ha da ingannare l’attesa, cerca anzi nel pertugio di quei momenti di giocare alla pari col non senso del mondo. Ingannando l’attesa, chi mi legge s’accontenti delle mie due righette, ma nei buoni libri c’è molto, molto di più.

filantropia alla greca

12 febbraio 2015

Premetto che sono incompetente sui meccanismi della finanza. Ma almeno una questione la voglio scrivere. Quando si legge che si cerca di «salvare la Grecia» potrebbe sembrare un tema umanitario, una questione di solidarietà fra paesi amici. In realtà si vuole a tutti i costi evitare che le esangui casse della patria di Pericle non possano pagare gli interessi, alti, troppo alti, promessi per raccogliere denaro. Non si salva la Grecia, si salva chi, come se niente fosse, ha golosamente investito in titoli dal rendimento alto, molto alto, nella speranza che tanto poi, con la scusa di evitare guai peggiori, qualcuno aiuterà il debitore a pagare. In una spirale senza fine, un travaso ininterrotto di denaro dai poveri ai ricchi. Tutto legale, certo, ma profondamente ingiusto. Io propendo per il default, almeno qualche sciacallo rimane a bocca asciutta. Lo so che è semplicistico, ma io sono un ignorante, pazienza.

la prima bugia

11 febbraio 2015

Quanta luce sull’intonaco, al lato ovest del cortile. Tutto proviene dalla luce, da quella copiosa e immensa sorgente d’energia. Anche il mio corpo, anche quel po’ di materia provvisoriamente aggregata in me, deriva da quella esplosione, da quella cosmica ed esagerata vicenda. Forse tutta questa importanza che ci diamo deriva dall’uso delle parole. «Io sono», la prima bugia su cui gli umani tutto hanno inventato. Spero che presto, su quell’intonaco caldo, verrà, immobile, la verde lucertola, a scaldarsi il sangue. Esco al sole, fra poco, con lo stesso intento e (mai ci riuscirò, invero) con la stessa innocente felicità.

Soglie, panchine

9 febbraio 2015

Un temibile video amatoriale che ho predisposto con la colpevole collaborazione di Graziano Del Giudice. Il tema è comunque interessante. Quella cosa di sottofondo che un ottimista definirebbe musica, è un’improvvisazione con la vecchia eko B-85.

gli stessi materiali sono già presenti in forma scritta in altro articolo

http://diego56.com/2014/06/23/soglie-g-del-giudice/

il male peggiore

6 febbraio 2015

All’idea di morire, ci si abitua. Alla burocrazia, no.

A. D. MMXV

6 febbraio 2015

Certo è molto antica questa pieve contigua al cimitero dei miei nonni. Una piccola chiesa, eppure ogni pietra, la luce stessa che filtra obliqua da sud, il marmo consunto dell’altare, tutto trasuda del sacro. La stradina sul lato era nei secoli lontani una via importante, percorso fra la costa e le vallate interne. Nei secoli lontani il sacro era presente, quotidiano, nonostante la vita fosse ben più avara di cose. Ma il senso del sacro è forse solo una consolazione? È una compensazione emersa dall’umana adattabilità, una bella invenzione per sopportare la durezza del vivere? In parte è così, ma non è solo così. Il senso del sacro è uno slancio ad afferrare il tutto, è una percezione cosmica dell’essere parte di un evento che, seppur spaventosamente complesso, è uno. Ognuno è parte del tutto, ma non è solo «parte», è anche il tutto completo. La scienza ci arriverà, ma, seppur per altra strada, c’eravamo già arrivati. Non lontano dalla pieve, oltre la grande quercia, anch’essa secolare e sacra a suo modo, c’è il parcheggio. Torno alla mia macchina, sibila il cellulare. Fine del sacro, per oggi.

idee banali, ma è quel che penso

5 febbraio 2015

Alla Germania, nonostante l’olocausto, nonostante l’aggressione all’Europa intera, fu concessa una dilazione ed un dimezzamento del debito. La piccola Grecia, anche se non esente da critiche, e soprattutto il suo governo non servile, suscita inevitabili simpatie. Credo che l’Europa uscirà a pezzi da questa storia, perché non è un’Europa dei popoli. Sono idee banali, mi scuso per il fatto che le scrivo, ma è quel che penso.

basta così

2 febbraio 2015

Ogni parola scritta dovrebbe essere il nitido zampillo d’una fonte profonda e ramificata di tante parole pensate, lette, ascoltate. Se scrivi troppo prosciughi la sorgente, attingi alla fanghiglia del banale. Per questo devo scrivere poco, e preferire il silenzio all’inutile. Per oggi, basta così.

un tradizionalista di ritorno

1 febbraio 2015

Sono un tradizionalista. Già nella frase un’aporia insanabile. Colui che è veramente immerso nelle tradizioni, e conduce una vita impregnata nell’antico, non pensa affatto di essere un tradizionalista. Lo è senza il retorico declamare, non ha bisogno di saperlo. Dunque sono un tradizionalista di ritorno, uno che s’accorge d’aver fatto un giro sull’autobus sbagliato e tenta, goffamente, di ripartire dal capolinea. Penso sia bello esser tradizionalisti, ma ben sapendo che è solo un gioco, ormai. Non esiste affatto un nucleo antico, ben saldo, un’essenza d’umane inclinazioni convinte da cui derivano i comportamenti. L’uomo del XXI secolo non ha più niente d’antico, in compenso s’ubriaca di nostalgia. Ogni amicizia non è che l’incontro fra due naufraghi, sulla spiaggia ignota, e si raccontano quanto era bella la nave. Bella sì, ma affondata per sempre.

je suis cretino per conto mio

30 gennaio 2015

Debbo confessare che non ho simpatia per tutti quegli slogan dove si scrive «je suis questo» o «je suis quello». Sono sempre semplificazioni ad effetto, declamazioni di collettiva presunta intimità che mi ricordano la celebre «scarica» del mai abbastanza letto Canetti. Io sono Diego, e basta, in tutta la mia umile e contraddittoria lettura del mondo, se possibile alla larga dagli slogan prêt-à-porter (bello il francese, qualunque fesseria diventa elegante). Non mi piacciono i fenomeni di massa, io sono cretino per conto mio.

carta moschicida

29 gennaio 2015

L’amore vero è fatto di rispetto, quell’altro è egoismo intinto nel miele dei «ti amo». Amare la libertà di una persona è amore, l’altro è attaccamento vischioso, con l’effetto della carta moschicida.

Se lo strumento diventa parte di te

25 gennaio 2015

Nell’ultimo numero della rivista «Mente&Cervello» si legge un articolo interessante che affronta il rapporto fra il cervello umano e Facebook. Non a caso ho scritto «cervello» e non «mente» in quanto l’indagine riguarda proprio le modificazioni fisiologiche delle strutture cerebrali. Da tempo è evaporato il dogma del cervello dotato d’un patrimonio neuronale fisso che, al massimo, nel tempo, puo’ deteriorarsi. È invece una struttura plastica, in continuo adattamento agli stimoli cui viene sottoposto. In particolare, secondo alcune indagini ad hoc, è l’amigdala, quel piccolo e potente strumento di governo delle emozioni, a risentire dell’uso del famoso network. Andiamo con ordine. È noto che un essere umano puo’ tenere a mente un numero limitato di rapporti personali, circa 150 persone. Il tessuto delle relazioni personali è circoscritto quantitativamente a quel numero massimo, almeno finora. Ma l’avvento dell’uso del social network e del supporto informatico crea una modifica nella «strategia» di adattamento. Il cervello usa la memoria artificiale, si appoggia ad essa, in qualche modo sposta risorse dalla funzione di memoria ad altre funzioni. In fondo già era così con l’uso di taccuini e rubriche: meno sforzo per catalogare, maggiori rapporti da poter gestire. Io sono convinto che i supporti informatici mutano la nostra mente perché essa usa meno certe capacità e ne sviluppa altre. Ma torniamo all’amigdala, la nostra centralina emozionale. Secondo gli studi citati nell’articolo «Coccole virtuali» l’uso di Facebook potenzia alcune funzioni di gratificazione, portando anche ad una certa dipendenza da esse, e le modificazioni a carico dell’amigdala ed altre delicate strutture cerebrali sono verificabili, misurabili, grazie all’uso delle appropriate attrezzature diagnostiche. Il cervello è una struttura enormemente complessa, e questo lo sappiamo bene, ma è anche una struttura che continuamente si adatta, si modifica in relazione all’ambiente (fisiologico, culturale, linguistico) in cui sta immerso. La mente è dunque un accadimento che comprende ogni struttura interessata (cervello, supporti menmonici esterni, relazioni linguistiche), ma non solo nel senso logico/matematico, ma anche e direi soprattutto per la sfera affettiva e delle emozioni. Il famoso social è potente (e secondo me assai pericoloso) proprio per la sua capacità di essere una «protesi» cerebrale innestata in profondità e sono illusorie le rassicurazioni di chi crede di poter controllare sempre comunque lo strumento. Se lo strumento diventa parte di te, «tu» non sei più quello che eri prima.

non funziona e/o non piace

23 gennaio 2015

Se le leggi elettorali sono concepite per risolvere il problema che puo’ porre il libero e democratico voto dei cittadini, deformandolo in modo da renderlo ininfluente, è evidente che la democrazia non funziona e/o non piace.

Pornofonìa

22 gennaio 2015

Non è poi così brutto questo posto. Stai bello alto, affacciato sullo svincolo che porta all’autostrada. Nel crepuscolo le luci delle macchine che lasciano la città scorrono lì sotto, riflesse sull’asfalto lucido di pioggia. C’è spazio, due coppie a far merenda, o cena, o quel che è nell’odierno disfacimento degli orari. Adolescenti, o meglio adolescenti veri gli uni, adolescenti di 40 anni gli altri. Son tutti adolescenti, vestono uguale e forse pensano anche, uguale. Non sarebbe male qui per leggere un dannato libro (li amo ma per capirli li soffro anche), ma c’è questa roba sotto che si definisce musica. Santo cielo questa musica zerbino, questa musica di sottofondo, questa incessante marmellata sonora. Tutto si sopporta, ma non questo oltraggio continuo alla musica. Non sarebbe male il brusìo delle voci, e neanche il rumore sordo della città, e invece ti infilano nelle orecchie questa roba. Il mondo è pieno di brutte faccende, mi rendo conto che sono fastidi minori, fastidi per chi vive agiato. Tuttavia un mondo migliore è sicuramente emendato dalle musiche di sottofondo. Pornofonìa, alla quale occorre ribellarsi.

Ama le carezze giuste

20 gennaio 2015

Sono un modestissimo e inadeguato strimpellatore da spiaggia. Premessa doverosa prima di mettere per iscritto il grande amore che nutro per la chitarra, secondo me lo strumento musicale più affascinante. Il primo aspetto è la trasportabilità. Senza troppo sacrificio la si porta in giro, per suonarla dove capita, per suonarla nelle strade, nelle contrade. Già dal tempo di Omero giravano i cantastorie, la poesia e il canto si spargevano per vallate, pianure, città, si offrivano al mondo in cambio di poco o niente. La chitarra è autosufficiente, spesso è meglio da sola. Anche di recente ho apprezzato Cristiano De André in una breve esibizione. Le belle canzoni son più belle cantate con la sola chitarra, specie se ben suonata. Il pianoforte puo’ avere lo stesso esito, strumento magnifico, ma prova a portartelo in spalla, se ci riesci. La chitarra sa rendere l’anima blues degli States, l’anima sensuale, allegra e triste, dell’America latina. La chitarra vive nel vibrante connubio con le splendide canzoni portoghesi. È strumento anche apprezzato e studiato nei conservatori, ma ha radici nella terra, nei canti, negli amori, nelle ebbrezze sanguigne dei popoli. Sono un modestissimo strimpellatore da spiaggia, ma non importa, sono amante inesperto ma appassionato. Ama le carezze giuste, che la fanno vibrare. La chitarra è una «lei». (more…)

breve sintesi del nostro tempo

15 gennaio 2015

C’è troppa malafede in giro. Magari si sbagliasse, ma con cuore limpido. Purtroppo questo continuo diluvio di notizie, di parole al vento dopo gli schizzi di sangue, di parole a replica delle parole, di retorica scontata. Non si prende il tempo per meditare, assorbire, anche studiare se occorre. Il potere poi ha un fiuto sottile di ogni evento da raccontare a puntello, a giustificazione di se stesso. Loro son cattivi, quindi noi siamo buoni. Io credo che due siano le piaghe infette del nostro tempo Per la questione geopolitica è di certo il problema della Palestina, tutto secondo me parte da lì. Per la questione sociale è la finanza, che tutto piega in nome di una logica che non è umana, i conti, sacri, devono tornare, non conta se passi le genti nel tritacarne. Ma queste son le questioni generali, alle quali si assomma, nella piccola storia di ognuno, la difficoltà ad essere semplici, a voler bene senza la pretesa di insegnare. Forse è ora di ripartire dal poco, ma quel poco che sia pregno di una vera convinzione, e non è facile.

il dubbio della libertà

12 gennaio 2015

Sono assolutamente certo che la libertà di parola sia un caposaldo della democrazia.

Ma qualcuno scrisse anche che «le parole sono pietre».

Chi stabilisce se è giusto o ingiusto impedire a qualcuno di scagliarle?

Non ho una risposta definitiva al dubbio.

ma anche la bellezza

11 gennaio 2015

I colori delle stoffe, le fogge dei vestiti, gli accostamenti dei materiali. Un mondo infinito, in specie quello femminile ma anche maschile. Al di là degli aspetti consumistici, che per una volta tengo fra parentesi, da sempre mi stupisce la voglia di nuovo, di bello, di piacevole allo sguardo e al tatto che regge tutto questo mondo. Spiccato molto nelle donne si appalesa questo istinto al colore, alla forma, al gradevole, al bello. Secondo me è una sete innata, incardinata nella filogenesi della specie. Gli umani soffrono molto la monotonia (anche i non umani più intelligenti a dire il vero), ciò che è triste e sciatto ci fa male. Tutti, ma le donne in specie, hanno diritto ad un po’ di bellezza, e non solo una bellezza di sentimento, ma anche una bellezza fatta di forma, colore, lucentezza, armonia. E un pizzico di stupore. Certo il pane è più fondamentale. Ma anche la bellezza è un diritto, per tutti.

cosa resterà in lui delle voci

9 gennaio 2015

C’è gente, nel bar. Tavoli in formica, bancone acciaio inox, qui nessun designer è stato interpellato per creare atmosfera. Niente finto storico, niente strano high-tech futuribile. Un bar e basta. Qualche coppia anziana che aspetta la terapia (la mutua è lì vicino), due o tre operai in sgargiante casacca della raccolta differenziata, due bellocce oltrecinquantenni che fumano, sulla porta. Quasi in fondo, seduta, una bionda dall’aria paciosa, il fagotto in grembo. Nel brusìo delle voci e il tintinnar di tazze, dorme. Piccolo piccolo, avrà 20 giorni al massimo. Chissà cosa resterà in lui delle voci di questo bar, della radio che parla dei morti a Parigi, del profumo di caffè, del sibilo intermittente della compattatrice, là fuori.

Quel bar drogheria, sotto la Stazione, c’è ancora. Una ragazzina, a volte entrava con me in braccio, dormivo come questo piccino del 2015. Ma quelli che c’erano le mattine del ’56, è facile sian tutti morti. In un bar, si incrociano storie davvero lontane. Forse la vita è un curioso gioco a incastro delle volte che vai al bar, ad annusare il profumo e i suoni del mattino.

senza un ideale, non ce la facciamo

8 gennaio 2015

È proprio la mancanza di retorica, di valori universali, di «culto» della libertà, il vero motivo del tramonto dell’occidente. Siamo troppo disincantati, troppo cinici, troppo incapaci di avere una passione politica autentica. Qui da noi, colpa di una cultura decadente, è irriso chi ha un’ideale, si guarda solo al portafoglio polizze. Senza un ideale di libertà, anche retorico, non potremo salvarla la libertà.

stereofonia, stereotipia

7 gennaio 2015

In fondo un musicista napoletano ha più difficoltà di un musicista emiliano o ligure a essere considerato un musicista e basta, perchè in qualche modo la napoletanità influisce nel giudizio e l’amore «casalingo» è spesso avvolgente, caldo, totale, possessivo, insomma Daniele come Maradona.

E anche noi ascoltatori «nordici» abbiamo spesso un mito nostro, antropologico, sottilmente razzista (parola eccessiva, ma è per spiegarmi), il musicista del sud  ci pare più autentico, più intriso di solarità, ed è il rovescio del razzismo dei giornali locali che quando un rapinatore è di Biella lo chiamano rapinatore e basta, se è di Napoli scrivono «rapinatore napoletano».

Bisogna ascoltare la musica, sentire la musica e non occuparsi in eccesso della biografia dell’artista, perchè a volte indossi delle cuffie non stereofoniche, ma stereotipiche.

la lettura è una virtù?

5 gennaio 2015

Sempre sono interessanti gli spunti di riflessione del Prof. W. In questo caso ci esorta, con una punta d’ironia, a riflettere sul rapporto che molti di noi (noi lettori abbastanza «forti» secondo le statistiche odierne) abbiamo con la lettura.
Sì, sono abbastanza convinto che spesso è un rifugio, un modo per alleviare l’angoscia inevitabile dell’essere al mondo. Ricordo una cara parente, anziana insegnante in pensione in uno sperduto paesino nel centro della Sardegna. Nonostante vivesse già in un posto isolato, amava isolarsi nella sua biblioteca ed era usa affermare «i libri sono gli unici veri amici». Fin qui nulla di male, tutti dobbiamo in qualche modo consolarci delle mazzate che ogni tanto, cieco e impassibile, ci riserva il destino, quindi se leggere fa star bene, è bene leggere.
Il problema è che in effetti molti lettori voraci (e ne conosco, fra compagni del vizio ci si annusa e ci si riconosce subito) non capiscono davvero i libri che leggono, sanno quel che c’è scritto e si sentono gratificati dal poter dire «l’ho letto, caro amico, nella prima edizione del…». Non sarebbe buona cosa leggere un numero eccessivo di libri, ma leggerne relativamente pochi leggendoli bene. In fondo se io potessi trascorrere due ore al giorno, sotto un grande albero, sorseggiando un bicchiere di bianco nostrale, ad ascoltare un uomo sapiente (uno per esempio come il prof. W., che mi perdonerà l’esagerata stima) poi di libri ne leggerei pochissimi o non ne leggerei affatto, giacchè quel che mi piace è il pensiero, la parola, e il libro ne è solo un comodo e durevole mediatore.
Ultima considerazione: oggi più che il vizio di leggere dilaga, mostruoso e irrefrenabile, il vizio di scrivere, per il quale occorre una forma severa di disboscamento, i libri sono assolutamente troppi.

Catania Carmelo

3 gennaio 2015

Chiedo perdono agli amici siciliani per la pessima pronuncia (da raffreddato poi è ancora peggio), chiedo perdono ai chitarristi d’ogni nobile schiatta per la pessima esecuzione. Ma qui siamo fra amici. (more…)

la minore, mi minore

2 gennaio 2015

L’aspetto meraviglioso della musica è che non ti spieghi il meccanismo fondamentale. Un accordo di la minore succeduto da un accordo di mi minore evoca un senso poetico, lievemente melanconico, intriso d’inspiegabile profumo di passato. È solo un esempio da incompetente il mio. Ma quel riverbero che ha la musica, un evento fisico concreto di vibrazioni, con i moti dell’anima e del ricordo, è un accadimento che mi affascina, sempre, come quando da bambino la fiaba la sapevi a memoria, ma quel passaggio, quella frase, la volevi sentire, risentire all’infinito. Forse solo la musica riscatta la complicata storia del bipede troppo (o troppo poco) intelligente.

più falsi quelli veri

2 gennaio 2015

35 morti nella ressa per il lancio di falsi denari a Shanghai. Questa notizia di capodanno è emblematica.

35 morti per i denari falsi non sono pochi. Ma i denari veri provocano tanti morti ovunque, nelle vite stentate, nelle vite vendute, di uomini e creature non umane. Sono ancor più falsi, quelli veri.

Una lettera «O» è più grande di un uomo in piedi.

30 dicembre 2014

Sedici anni al massimo. Aspetta al sole, sulle esterne scale del Multisala.
Tre ciclopiche insegne sul colosso in cemento e metallo zincato. Una lettera «O» è più grande di un uomo in piedi. Il colosso non è brutto, il meno peggio tutto sommato è l’architettura. Ma è tutta quella roba la dismisura. Assurdo accatastarsi di merci dalla mirabolante tecnologia. L’idiozia dei draghi in 3D che svolazzano sugli schermi, in offerta, sempre più grossi, sproporzionati al tinello della piccola gente comune. La roba dell’anno passato è obsoleta, e le persone? Coppie di mezza età varcano le sliding doors, le offerte sono fiori di cartone per catturare le tredicesime del nonno, unica vena aurifera di questa disperata miniera del troppo.
La ragazzina che aspettava lo vede arrivare. Bacio. Un amore, nonostante tutto, alle pendici del megatempio in metallo e cemento.

che la luce torni [auguri]

23 dicembre 2014

Astro che sorgi nuovo all’orizzonte,

riempi di sostanza questo mondo,

riscatta dal profondo tanto male

libera l’ombra, accendi la scintilla. (*)

In ambito cristiano è il Natale, ma sullo sfondo arcaico è celebrazione della luce. Il giro di boa della cosmica navigazione che vede la luce del giorno tornare a contendere alla notte, vincente, il dominio del cielo. Gli umani dei millenni lontani erano immersi nel sacro, era un dio a scaldare la terra feconda ed una dea a rischiarare la notte. Ma l’amore per la luce, innestata nello slancio vitale degli umani e di tante altre creature altrettanto sensibili e vibranti della voglia di vivere, è una consapevolezza. Un’inconsapevole consapevolezza, mi si perdoni l’ossimoro. Il grande scienziato intuì la radicale coessenza di materia ed energia, confermò quella radicale unità d’ogni essenza. Anche la nostra vita, così normata, così affollata di password e procedure, così tediata dai nostri piccoli inganni fra bari e tagliagole in doppiopetto, viene da quella luce. Che la luce torni, con un tepore antico, nell’amicizia fra noi e con le altre creature. Buone Feste.

(*) da «Inni alla Luce», A. G. Biuso

casi umani pericolosi

22 dicembre 2014

Siamo tutti dei casi umani. Alcuni sono in cura presso specialisti, alcuni si curano con i libri, altri col vino, qualcuno con la musica. Alcuni si curano, pagando o per bellezza, con l’eros. Ma i casi umani davvero pericolosi son quelli che credono di non esserlo.

Il principio passione

14 dicembre 2014

Son contento di morire, ma mi dispiace… Mi dispiace di morire, ma son contento… Il nonno Umberto, pura schiatta livornese, tamburellava le nodose dita da operaio canticchiando la vecchia canzone di Petrolini. Impasto beffardo di gioia e tristezza, questo era il suo stare al mondo. Dai dolori ineludibili d’una vita il guizzo incoercibile della gioia, nonostante tutto. Questo sentimento irrisolto, e proprio per questo vivo e tenace, è tornato alla mia mente (nell’indimenticabile figura del nonno), leggendo un bel libro di teologia: «Il principio passione» di Vito Mancuso.

La domanda che mette a disagio.

La domanda iniziale, che mette a disagio chiunque sia sincero credente è quella sul motivo del male nel mondo. Se Dio è amore, perchè consente il male, il dolore? Se il dolore è quello degli innocenti, la domanda brucia, non puo’ trovare risposte facili o, peggio ancora, convenzionali. Il libro, seppur vivo e pregno dei sentimenti, dell’esperienza umana dell’autore, è anche un trattato di teologia e di investigazione colta sui testi sacri del cristianesimo. Còlto ma scritto in modo nitido, con chiarezza e, se occorre, con coraggio nell’affrontare a viso aperto le risposte inadeguate del catechismo ufficiale. La Chiesa cattolica ha assunto a dogma la creazione ex nihilo. Appare evidente, anche al profano, il problema di conciliare la presenza del male con un mondo creato da Dio, per definizione sommo bene, somma luce, lògos assoluto. Mancuso spiega, come utile prospettiva per capire quel che è accaduto, il vero motivo di questa opzione per la creazione dal nulla. Molte eresie dei primi tempi del cristianesimo abbracciavano un netto dualismo: ad esempio per gli Gnostici si presentava un’insanabile alterità fra materia e spirito. Il mondo, la materia, la carne erano il male, un male senza possibile redenzione e le anime trovavano salvezza in un Dio che è puro spirito. Una religione dove la salvezza è salvezza dal mondo e non del mondo nella sua interezza. L’influsso platonico in queste posizioni è palese. Una creazione ex nihilo riconduce tutto, anche la materia, i corpi, la vita biologica, alla volontà divina. In realtà, e su questo il bel testo di Mancuso ci documenta con scrupolo e forza argomentativa, nella Bibbia moltissimi passi fondamentali, a partire dalla stessa Genesi, riportano ad un magma, un caos, un abisso iniziale e l’ex nihilo è invece tratto, forzatamente, da un testo secondario e decontestualizzato. Qui ovviamente non posso scendere nel dettaglio, ma nel testo la nitida penna dell’Autore ci accompagna con efficacia nella spiegazione. Ma torniamo alla domanda iniziale: Se Dio è amore, perchè consente il male, il dolore?

Le figure del male.

Evocare la figura del diavolo, dell’angelo superbo decaduto, come anche un peccato originale, sono risposte che ricadono sempre in contraddizione: se Dio ha creato tutto, riesce difficile capire perché avrebbe creato anche il male nelle sue manifestazioni. Per altro, la trattazione delle molte epifanie del male e del diabolico nell’Antico e nel Nuovo Testamento è un appassionante percorso, una lettura interessante e ricchissima di stimoli, a mio avviso anche divertente.

Un diverso concetto di creazione.

Il passaggio chiave, lo sforzo di Mancuso per risolvere il problema, è un diverso concetto di creazione. Una creazione continua, un atto che non è risolto una volta per tutte all’inizio dei tempi, una dialettica, una lotta ininterrotta, fra il magmatico caos che continuamente distrugge, disperde, e il lògos, l’amore, l’armonia, l’aggregazione. In questa visione l’autore mette insieme la lunghissima e affascinante storia della materia e la sua ultima e più sorprendente aggregazione: una materia che pensa, la materia che diviene pensiero.

«è stato necessario un immenso lavoro cosmico per la comparsa della vita, un processo che ha richiesto la sconfinata vastità dell’universo per poter produrre gli elementi chimici pesanti alla base della vita; allo stesso modo  è stato e continua ad essere necessario un immenso lavoro biologico per la nascita della libertà. Senza il lavoro di chissà quanti miliardi di organismi, dai batteri agli insetti, dai pesci ai mammiferi passando per la variegata processione dei vegetali, senza questo lavoro infinito e ininterrotto della vita come bios, su questo pianeta non avrebbe potuto sorgere la libertà, cioè la mente consapevole in grado di scegliere e di essere responsabile, né potrebbe continuare a sussistere. Ne viene che la preziosa consapevolezza di esistere e di determinarsi responsabilmente data ad Homo sapiens, è il frutto del lavoro di tutti gli organismi viventi, vegetali e animali, per questo ho detto che la nostra anima spirituale non è nostra. Essa è la vita che si è data coscienza di sé su questo minuscolo pianeta.» (pag. 390)

La libertà.

Dunque il male, il caos, il dolore, sono il prezzo, la condizione, della libertà, la quale esiste solo laddove c’è la fatica, la passione per le nostre mete morali. Passione nel senso ambivalente di questa parola: sofferenza ma anche gioia, fatica ma anche profondo amore per la vita. Molto è l’influsso di Kant, in queste riflessioni.

Non so quanto Mancuso possa convincere il non credente. Non so quanto possa convincere il credente arroccato sulle comode formule del dogma. Di sicuro ha convinto me, in questo libro, del suo grande amore per la vita, della sua sincera e profonda passione. Certo, vivere è gioia e dolore insieme, come canticchiava, con giocosa ironia tutta livornese, il mio vecchio nonno Umberto.


Vito Mancuso
Il principio passione
Garzanti, 2013

pag. 495

 

il nostro gioco

12 dicembre 2014

Un pensiero è fatto di scariche elettrochimiche delle sinapsi. Ma non solo, è qualcosa di più. Quel qualcosa, difficile da spiegare, siamo noi. Del resto una musica è qualcosa di più dei suoni che la compongono. È un gioco della mente, una finzione chiamata vivere? Eppure nulla è più profondo di un gioco, il nostro gioco.

il ritmo

8 dicembre 2014

Vivere è bellissimo, ma come in una musica, occorre andare a tempo. Scegliere un tempo non troppo svelto, è essenziale. L’orologio segna i minuti, ma il corpo segue il ritmo del giorno e della notte, delle lente stagioni. Saper aspettare è una qualità un po’ perduta, nell’era della fibra ottica, dobbiamo imparare di nuovo, e riagguantare il vivere. Che è bellissimo, se è giusto il tempo.

complicità

6 dicembre 2014

Chi non è un ribelle è un complice. Ma attenzione: anche un ribelle solo spettacolare, lo è.

turpe spettacolo

5 dicembre 2014

Secondo me ogni insistente servizio televisivo sull’omicidio di un bimbo, d’una ragazzina, d’un innocente insomma, è un uso scellerato dei media. Quel che non è strettissimamente indispensabile all’eventuale raccolta di testimonianze, è spettacolo, turpe spettacolo. Libertà di cronaca? Libertà di avvelenare i pozzi della coscienza collettiva, direi, per qualche spettatore in più.

entra subito, senza chiedere permesso

4 dicembre 2014

L’amica Marina Garaventa, figlia del celebre tenore Ottavio, conoscitrice e qualificata divulgatrice dell’Opera Lirica, ha suggerito l’ascolto di questa esecuzione.
Il violoncello è strumento che presenta grande affinità alla voce umana, sì che dal suo «canto» è possibile trarre emozioni vive, fisicamente umane. Ricorda Marina che il Verdi amava questo strumento, e non è un caso, vista la grande capacità (ed intenzione) del Maestro nel trasporre i vividi sentimenti nella sua musica.
Oliver Sacks, nei suoi testi ci rammenta come la musica abbia una strada diretta, tutta sua, per «agire» nella mente (o meglio, trattandosi di emozioni fisiche, come scriverebbe Biuso, nel corpomente). Quando osserviamo un quadro o leggiamo un testo c’è un percorso, una decodificazione abbastanza tortuosa, in quei trecento millisecondi occorrenti prima della coscienza la mente ricostruisce, rinnova nessi, analogie, prospettive. Invece la musica entra subito, e quando ti accorgi che t’ha preso, che t’ha afferrato, la musica in te è già esplosa. È andata da sola, senza chiedere permesso, a rovistare nei ripostigli, nei labirinti nascosti alla coscienza.
Il violoncello, suonato come si deve, è una chiave per aprire quelle porte.

considerazioni sul male

3 dicembre 2014

Ricordo molto bene quando, da bambino, uscivo col cuore lieve dalla chiesa, dopo aver confessato i miei peccati. Secondo me il senso di colpa del peccato è, nella realtà, una grande consolazione, il più geniale espediente per sopportare l’angoscia ineludibile del vivere. Attribuire il male alla nostra imperfezione, considerarlo una giusta punizione per il nostro agire, ce lo rende sopportabile. Pensare di non avere colpe ci rende inaudita e bruciante ogni manifestazione del male, inutile e insensato ogni dolore. Ricordo bene, da bambino, come non soffrivo quando ero punito per qualcosa che avevo fatto, e come invece soffrivo quando ero punito ingiustamente, magari per uno sbaglio del maestro. Il dolore, il male, ci fa soffrire se ci pare gratuito, se ci pare un dado scagliato sul panno che scrutina il numero crudele. Quindi, meglio pensare che sia colpa nostra, o quantomeno del primo uomo. Certo molto male lo compie l’uomo, ma il dolore innocente è insopportabile, meglio inventarci che sia una giusta punizione. C’è anche molto di meraviglioso nel vivere e soprattutto nel vivere vicini, fratelli, amici, per cui probabilmente il nucleo del messaggio di Cristo è quello: amore fra noi e verso questo bellissimo pianeta. Ma il male, è una ferita che puoi sopportare, ma non certo chiudere e guarire una volta per tutte.

mai al passo coi tempi

1 dicembre 2014

C’è molto dolore sulla crosta della Terra. Molto dolore umano innocente. Sembra d’esser fuori luogo a curarsi dei dettagli, soffermarsi sul particolare. Una piccola gentilezza, come raccogliere un pacchetto ad una signora che non se n’era accorta, come un saluto, come una minuscola cortesia nel flusso di gente della sera, potrebbe sembrare inutile. Quelle che a volte definiamo con lieve sufficienza «buone maniere» non sono inutili, sono l’esercizio al rispetto, alla dignità nostra e del prossimo. Anche le parole, quelle parole che senza freni a volte si rovesciano in certi luoghi dell’internet che hanno reso miliardari chi li ha inventati, sono importanti. L’abitudine alle brutte parole diviene facilissimamente abitudine al male. Nessun timore provo d’apparir desueto, al contrario mi rende pensieroso l’esser troppo al passo coi tempi. Le parole sono la nostra tenace, ultima, barriera: tenere duro sulle parole ci aiuta a tenere duro su tutto il resto. Anche quel tanto dolore che c’è nel mondo, esige questo rispetto.

credenti: la strada facile e la strada in salita

25 novembre 2014

«Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli» (Mt 19, 15)

Fra le persone che hanno l’avventura di conoscermi vi sono anche dei credenti. Ovviamente per un credente è centrale la figura di Dio (anche per un non credente, ma su questo sorvoliamo, ora). Ho constatato una grande differenza di prospettiva fra i credenti colti e i credenti non attrezzati d’un bagaglio culturale elevato. Per i credenti non istruiti Dio c’è, sta sullo sfondo, tutta la questione è cercare di comportarsi come si deve, pregare, ogni tanto chiedere una grazia, magari pregando non Dio stesso ma qualche santo più vicino, più prossimo alle proprie tradizioni locali. Il problema principale è resistere un po’ alle tentazioni, nella consapevolezza che la carne è debole, ma Dio non è un problema, non è il problema. Per i credenti colti, quelli che hanno fatto il classico e hanno sulla groppa degli anni un bel po’ di libri, la questione di Dio è ben più complessa. Dio non è lì, bene in vista sulla credenza (doppio senso…) del salotto buono, è un Dio più nascosto, più profondo. Ecco che emergono due parole belle ma che manifestano la complessità: la ricerca e il cammino. Il cammino che significa un percorso lungo, a volte in salita. Prima della vetta da cui ammirare il vasto paesaggio c’è da faticare, sudare, temere di non farcela. La ricerca poi, è la parola che definisce la potenza della domanda e l’incertezza della risposta. La fonte è nascosta, se trovi lo zampillo sarà bello dissetarsi, ma a tratti qualcuno lascia intendere che la ricerca è la condizione perenne, il cammino è l’essenza della fede. Fra i due tipi di credente c’è sempre un po’ di reciproco sospetto, ma il bello dell’uomo è la grande capacità di essere una cosa e il suo opposto. Non so se sono credente, ma queste faccende mi piacciono, sono un religioso per natura, physis.

certe partite vinte così

24 novembre 2014

Il fiorentino appare a gran parte degli italiani il male minore. Ma non c’è cosa più triste che vincere una partita solo perchè gli altri non si sono neanche presentati. Due palleggi di circostanza, poi la doccia, e tutti a casa con l’immeritata coppa sul pulmino. Senza cantare, ognuno in silenzio, che pensa ai fatti suoi.

«Stanno bene» che significa?

22 novembre 2014

«Noi non vediamo con gli occhi: vediamo con il cervello, il quale ha decine di sistemi differenti per analizzare gli imput che provengono dagli occhi. Nella corteccia visiva primaria – localizzata nei lobi occipitali, cioè nella parte posteriore del cervello – vi è una mappatura della retina punto per punto, ed è qui che vengono rappresentati luce, forma, orientamento e posizione del campo visivo.»
(da Oliver Sacks, Allucinazioni, Adelphi 2013, pag. 156)

Vedere è attività complessa, continua interpretazione. Sono molto convinto che il bravo artista, quando produce un’immagine, induce l’emozione di chi osserva grazie ad un accadimento, un evento che aggancia l’immagine vista con altri nessi interiori. Non dissimilmente da quel che accade quando una certa sostanza, magari contenuta in una pianta, apre, come fosse la chiave giusta, delle serrature. Sempre ho difficoltà a capire perché un disegno è un bel disegno, forse per questa natura complessa del vedere, anche se non credo al caso. Alcuni colori stanno bene assieme, alcuni tratti stanno bene assieme. «Stanno bene» che significa? La complessità del corpomente è questo stare tutto dentro la biologia e nel contempo non esaurirsi in essa, perchè ogni evento emozionante è anche unico, «è» senza bisogno di altre spiegazioni.

anche se scrivi in fretta

21 novembre 2014

Scrivere il colore d’un cielo lattiginoso di novembre. Scrivere l’aroma di verdure stufate, dalla cucina. Scrivere quel momento dejà vu, a scendere per le scale, verso un antico giorno di giovinezza. È ora? No, è tanto tempo fa, che strano effetto.

Scrivere sempre dopo e, forse, più che ricordare, è inventare. Agli altri non puoi che mostrare una ricostruzione letteraria, ma a te stesso? Anche a noi stessi raccontiamo inventando perché la coscienza vive, vibra, ma non usa le parole, quelle sono attrezzi meravigliosi, ma sempre dopo, anche se scrivi in fretta, sei sempre in ritardo (*).

(*) I lacaniani la pensano in tutt’altro modo, attribuendo al linguaggio la costruzione del nostro «io».

bordeaux e sinestesia

19 novembre 2014

cerchidoratisulbordeaux
Spirali in campo Bordeaux, Adobe Illustrator e Computer Apple, 2014

L’Atlante Zanichelli dei colori (pag. 258) suggerisce 20% ciano, 100% magenta, 40% giallo e 40% nero. Per la verità sono uso adottare percentuali un po’ diverse: 27 ciano, 100 magenta, 67 giallo, 17 nero. Comunque il Bordeaux è un bel colore pregno di vitale energia, rammenta il profumo sprigionato dal vino al quale ruba il nome. A me evoca ricchezza, quasi opulenza, tanto che amo accostarlo al dorato (rendere l’oro è difficile, comunque lo si puo’ evocare). Potrebbe essere accostato ad una musica sinfonica non troppo intimista, gonfia di armonia rotonda, avvolgente, piena. Certo, la sinestesia è arte quasi impossibile, a parole. Chi legge queste mie righette, quale musica accosterebbe alla semplice grafica qui esposta? Forse Bizet, visto che siamo in terra di Francia?

la lieve spinta di un pronome

14 novembre 2014

Ogni volta che usiamo il pronome «Noi» con qualche enfasi, diamo una lieve spinta sul piano inclinato della violenza. Si scivola piano, quasi non si avverte, e poi un giorno diremo «come è stato possibile?»

la barca è quella

12 novembre 2014

Se non puoi essere un pino sul monte,
sii una saggina nella valle,
ma sii la migliore piccola saggina
sulla sponda del ruscello.
Se non puoi essere un albero,
sii un cespuglio.
Se non puoi essere una via maestra
sii un sentiero.
Se non puoi essere il sole,
sii una stella.
Sii sempre il meglio di ciò che sei.
Cerca di scoprire il disegno
che sei chiamato ad essere,
poi mettiti a
realizzarlo nella vita.

(Martin Luther King)

Non sono un amante dell’afflato retorico di queste frasi, ma, gradatamente, ho compreso che l’atteggiamento, la strategia che sottengono, è giusta. È importante capire come sei, quali sono le tue qualità e i tuoi limiti, e su quelli costruire, agire, dispiegare i giorni. Mi pare che anche la psicologia junghiana lavori in direzione non molto diversa, cioè nel capire chi sei.

Comprendere chi sei non è però troppo semplice, o meglio sarebbe semplice se un uomo non fosse anche il crocevia, il crogiolo, la conseguenza dell’ambiente, del linguaggio, delle relazioni in cui è immerso. Il corpomente è struttura predisposta all’imitazione, all’assorbimento (ad esempio: basta risiedere da tempo in una regione per prenderne rapidamente l’accento).

Chi sono? Non sono forse il precipitato delle voci, degli odori, delle carezze, dei suoni cui il mio corpomente, piccolo e indifeso, è stato esposto in tenera età? Tenera età vuol dire età malleabile. Non sono forse il precipitato delle speranze, dei collettivi canti, delle dolcezze e delle asprezze delle bande da ragazzi?

Comunque d’accordo, son quel che sono. La barca è quella (un po’ vecchiotta e scassata a dire il vero) e con quella si prende il mare.

 

come se il fiume fosse lo stesso

6 novembre 2014

Gli altri chi sono? È indubbio che per strada, nell’androne del palazzo, sul filobus, nei labirinti delle botteghe, nelle piazzole degli autogrill, dappertutto insomma, incontro altri individui della specie Homo sapiens. Ma questi, davvero, percepiscono la vita come la percepisco io? Chi puo’ dimostrarmi che davvero dentro si sentano come mi sento io? Certo, analoga fisiologia fa supporre analogo pensiero. Corpo e mente son tutt’uno, così spiega un amico, quindi analogia dei corpi vuol dire analogia dei pensieri. Ma c’è un piccolo scarto individuale? C’è un quid solo mio che solo io, fra tutti gli umani, provo? Io penso di sì. Tentiamo una metafora. Avete fatto caso quando andate a trovare un vicino di casa, al piano di sopra? Stesso appartamento, stesso palazzo, stesso quartiere, eppure quei tre metri più in su e il paesaggio è diverso, un’altra quotidianità, un altro tran tran. Siamo molto soli, ma, questo sì, abbiamo una sensibilità particolare verso chi ci è affine. Certe persone, dopo due parole, hai capito che per quanto soli, molto ti assomigliano, come fossero amici da un tempo lontano, come se il fiume fosse lo stesso e ad un certo punto si fosse diviso. Ma salvo queste eccezioni, siamo immensamente soli, anzi, solo, al singolare, perchè il plurale è inadatto a questa irrimediabile solitudine.


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