Archive for the ‘ironia culturale’ Category

un’arte

21 agosto 2014

il matrimonio è l’arte di tacere senza mettere il muso

ribelle?

20 agosto 2014

L’idea agghiacciante che ho della Cina è il suo essere il vero definitivo occidente. Le insegne dai colori crudamente vivi, le lucine, le cianfrusaglie traboccanti dal retrobottega fin sotto i portici, sono il precipitato, il distillato del nostro tempo. Perfino il profumo del cuoio dei buoni salotti borghesi al tramonto, sembra un soffio di libertà possibile. Chissà se il meno peggio della vecchia Europa saprà partorire un nuovo slancio guerriero, insofferente della finanziaria camicia di Nesso. Qualunque forza, purchè si opponga alla modernità, mi coglie benevolo. Sono un reazionario ribelle.

sulla gentilezza

19 agosto 2014

George Saunders
L’egoismo è inutile. Elogio della gentilezza.
Traduzione Cristina Mennella
Minimum Fax 2014
pag. 73

inflazione e deflazione

18 agosto 2014

Mi perdonino le signore in lettura per la volgarità dell’eloquio.

Quando avevo circa vent’anni il satanasso da scongiurare era l’inflazione, idra dalle sette teste che divorava il futuro, ora che son vicino ai sessant’anni, sembra che il diavolo, la bestia immonda che impesta il giardino sia la deflazione. Questi soloni dell’economia son come quelli che scureggiano in ascensore e poi, uscendo nell’atrio declamano: «Che puzza! Dove andremo a finire?»

breve genealogia del poetico

16 agosto 2014

A volte chi ti legge capisce più di te che hai scritto. Scrivere bene è arrivare sul ciglio, affacciarsi fuori anche da se stessi. Potenza delle parole, cioè il contenere qualcosa in più di quel che si crede di scrivere. La poesia è questo ingrediente nascosto, questo dio che danza inaspettato.

Come finisce il libro

7 agosto 2014

Come tutti i giovani affascinati dalle letture intorno ai vent’anni scrissi un brutto e acerbo libro. Essendo pigro la forma prescelta furono gli aforismi, che si prestano tanto alla presunta genialità quanto alla reale scarsa attitudine alla fatica (quale componente prevalga dipende dalle qualità dello scrivano). Credo che l’umanità possa proprio fare a meno di quegli scritti, in questa sede voglio ragionare invece sui supporti materiali dove il modesto secreto delle meningi andava a riposarsi, la nicchia sicura per resistere al meritato oblìo. In un cassetto (tutti hanno un brutto libro nel cassetto) ho ritrovato una copia cartacea (fotocopie) e un superbo floppy disk da 400 k. Quale di questi due supporti consente, a distanza di qualche anno, la rilettura senza problemi di quel capolavoro? La risposta è scontata.

La mia ingloriosa vicenda autoriale è riemersa dalle vergogne della giovinezza grazie alla lettura di un buon testo. Si tratta di «Come finisce il libro» edito presso Minimum fax e scritto da Alessandro Gazoia. Questo brioso scrivano è anche un blogger, anzi direi che è prima un blogger e poi uno scrittore, e il dettaglio non è ininfluente sui ragionamenti con cui tedierò gli amici in lettura.

La fine dei filtri?

Quanto l’avvento del web ha inciso su quel fenomeno variegato che definiamo «letteratura», quanto l’avvento di questo traboccante vaso di Pandora digitale ha sconvolto il presente e il futuro dei libri? Anzitutto bisogna focalizzare sulla funzione dell’editore, figura imprenditoriale e culturale al contempo. Per lunghi anni è stato il crudele filtro fra i cassetti colmi di manoscritti incompresi e gli scaffali delle librerie. Sull’argomento negli anni ’90 fu abbastanza discusso un articolo di Umberto Eco sulla rivista elettronica «Golem». Rispondendo alla lamentela di un volenteroso scrittore inedito per la scarsa o nulla considerazione rivolta ai suoi manoscritti, il supercelebrato Eco nazionale ebbe a spiegare che, nonostante qualche cantonata, il filtro degli editori è utile e opportuno. Anche i respingimenti famosi, come quelli subiti da Proust o da Tomasi di Lampedusa, vanno considerati come eccezioni, errori statisticamente possibili, di un meccanismo nel complesso funzionante. Peraltro poi, a soccorrere lucrando l’irresistibile desiderio di vedersi pubblicati, ci sono gli editori a pagamento, figure non illegali ma su questi quivi sorvoliamo. Questa situazione consolidata non significa affatto che gli editori oggi riescano a «fare argine» al progressivo decadimento della letteratura. A furia di pubblicare il libro del calciatore, del cantante, del cuoco e del parrucchiere famoso, per potersi permettere la pubblicazione in perdita dei libri «veri», il livello generale si abbassa, si appiattisce, la funzione di coscienza d’un’epoca che la letteratura ha offerto per secoli sbiadisce sempre più. Comunque, la consolidata posizione dell’editore come intermediario ineludibile del prodotto letterario si incrina con l’arrivo dell’internet e il Gazoia individua almeno due fasi distinte.

L’avvento dei blog

Una prima fase la potremmo definire quella dei blog. Dalla pubblicazione su un blog deriva il fenomeno Saviano, che all’inizio del nuovo millennio incarna una nuova strada, una nuova palestra di scrittura da cui gli editori possono attingere le penne di qualità. In qualche modo l’editoria comincia a dover inseguire chi, bene o male, ha un mezzo di pubblicazione gratuito, potente, che salta a piè pari la fatica e il costo del supporto cartaceo. Certo non tutti i blogger sono grandi scrittori, però la breccia nella città fortificata dell’editoria tradizionale appare evidente. Anch’io sono convinto che le evoluzioni tecnologiche comportano sempre dei nuovi modi non solo di agire, ma anche  e soprattutto di pensare.

Gli ebook autopubblicati

Dopo la fase dei blog, circa dieci anni dopo il fenomeno Saviano, ecco l’avvento degli ebook e dell’autopubblicazione. Non solo viene aggirato il tradizionale filtro dell’editore per farsi conoscere, per esordire e affacciarsi al mare (affollato) dell’offerta di lettura, ma viene superata, oltrepassata, sterilizzata la figura stessa dell’editore (che non seleziona più talenti ma al massimo li recluta dopo il loro iniziale successo). L’autore si sofferma sulla piattaforma Kindle Direct Program, la piattaforma di autopubblicazione organica all’ “ecosistema» Amazon, che consente (come altre piattaforme on line) di vendere direttamente il frutto del proprio talento letterario (o per meglio dire il frutto del proprio fiuto commerciale che è un’altra cosa).

Facile entrare, difficile uscire.

Gazoia è molto critico nei confronti di Amazon e riferisce dell’allarme di molti osservatori del mondo editoriale di fronte ad un soggetto molto forte, aggressivo commercialmente, che si pone come unico referente per il lettore. Il tutto in una evidente asimmetria per cui Amazon sa moltissimo del proprio cliente e il cliente sa pochissimo di Amazon, di quel che avviene nei suoi magazzini, delle trattative con gli editori, della strategia fiscale lussemburghese. In effetti fa riflettere l’adozione di un sistema proprietario, uno standard che tende a rinchiudere il cliente nonostante lo si coccoli e lo si gratifichi in ogni modo. Facile entrare, difficile uscire.

«La famiglia Amazon Kindle, sola contro tutti, non legge il formato epub; adotta infatti il formato proprietario mobi, decisamente inferiore all’epub per numerose e precise ragioni tecniche. [...] La rivoluzione del libro digitale di Amazon è quindi anche un forte livellamento verso il basso di ogni cura tipografica, e questo è tanto più doloroso poiché esiste ed è adottato da tutti gli altri concorrenti il formato aperto epub. [...] Al momento credo che le principali ragioni per l’utilizzo del mobi [il formato del Kindle] siano di ordine culturale e commerciale: suprema indifferenza per la tipografia e volontà di rendere comunque disagevole la trasportabilità.» (p. 139)

La morbida distopia

È vero che il libro elettronico offre grandi potenzialità, opportunità editoriali a costo davvero ridotto, ma non si puo’ essere acriticamente benevoli verso ogni novità nel timore di sentirsi superati, antiquati, tagliati fuori dal futuro. Ma quale futuro? Quale lettore è disegnato nelle strategie dei nuovi padroni dell’editoria?

«Ritengo pericoloso confondere la libertà dei lettori e la promozione della lettura con la facoltà di comprare milioni di libri all’interno di un oscuro negozio globale e di un “ecosistema” digitale chiusissimo. Questa è una falsa democratizzazione, pure quando la si consideri sotto il profilo del singolo isolato cliente; anzi è una perfetta distopia “morbida”, dove il lettore, conosciuto in ogni dettaglio, viene tenuto in uno stato di euforica minorità, tra alte mura pitturate con colori vivaci, a nascondere la vista di quello che c’è fuori, e coccole azinedali che addormentano il senso critico, a favore del compra-ora-con-un-click e della condivisione di informazioni con Amazon.» (p. 202)

In gioco non è solo il futuro del libro, ma soprattutto la sua capacità di condensare arte e coscienza critica del proprio tempo. L’editoria che è in gran parte «di genere» ha perso la sua funzione culturale.

Il testo di Gazoia contiene anche interessanti confronti fra la diffusione digitale del libro e la diffusione digitale della musica, sfatando alcuni luoghi comuni e inquadrando con chiarezza le differenze storiche e tecnologiche spesso trascurate fra i due ambiti, ma ovviamente non posso render conto di tutto in queste mie già sovrabbondanti noterelle.

Sono miei ed io appartengo a loro

Per quel che mi riguarda, continuerò a comprare e leggere libri di carta. Quando sarò morto, voglio che i miei libri siano conservati, regalati, letti oppure anche buttati al macero, ma senza che qualcuno possa, con gelida e desolante prosa contrattuale, ricordare che erano solo licenze d’uso. No, sono miei ed io appartengo a loro. Ultima avvertenza: l’orrido libretto della mia gioventù non sarà mai pubblicato, quindi amici, tranquilli.

 

non voglio libri per me

2 agosto 2014

In certi siti dove si vendono i libri, è presente la curiosa funzione per cui «se leggi questo» allora potrebbe «piacerti quest’altro». Certo, anche il libraio ti consiglia, ma qui l’algoritmo è scientifico. Profilo, la loro passione. Ma non è la strada buona, la strada giusta. Pensa come sarebbe stupido un sentiero che si torcesse all’umore dell’escursionista. La strada giusta è fatta di salite e sudore, di radure improvvise, di soddisfazione d’affacciarsi al contrafforte e vedere, inatteso, il mare. Così è con le letture. Letture troppo adatte, cucite addosso al lettore, rapidamente sono la guaina aderente del «genere». Non voglio libri per me, voglio libri contro di me, da cui uscire nuovo, e respirare. La lettura facile è la morte della lettura.

confluire nel fiume puro

1 agosto 2014

Sei luce d’accento, onda che si sfalda
ricamo della sabbia sulla bocca
dolcezza amorosa senza scampo,
colma di canto, vortice di terra,
fluire di lussuria e di sospiri.
Gettata l’àncora nel tuo vasto delta
umido affondo come uomo antico
annego nell’esplodere del bianco
sono goccia confusa col tuo mare.

(Mare, da A.G. Biuso, Un barlume di fasto, Ediz. Scrimm)

Cosa cerchiamo (*) nel piacere erotico? O meglio, perchè ci piace il piacere? Durante la sensazione del piacere non siamo in grado di descriverlo, o quantomeno di scriverlo (almeno chi ha ancora un antico pudore) per cui possiamo dirne dopo, raccontarlo. Alcuni poeti, come in questo caso, ci riescono con la potenza del verso e della metafora. In realtà non raccontiamo ma semplicemente diciamo: «ho provato quella sensazione lì, che di certo hai provato anche tu», quindi si rimanda alla ragionevole somiglianza dei corpi e delli apparati percettivi altrui. Detto questo, cosa cerchiamo? Secondo me cerchiamo soprattutto di non essere, cerchiamo di sfuggire alla tenaglia del sapere di esistere, per confluire nel fiume puro della sensazione, ed anche per fuggire da krònos, il tempo tiranno, per aiòn, il tempo sereno della totalità. Insomma, il piacere erotico è una forma di conoscenza, forse la più essenziale, giacchè ogni conoscenza vera ha sempre il sapore dell’abisso o dello spazio senza confini.

(*) piccola autoironia: laggasi «cercavamo»

sul ciglio

28 luglio 2014

Non mi piace Renzi, ma non mi piacciono quelli cui non piace Renzi, non mi piace nessuno, in questo paese dove tutti hanno ragione perchè in realtà hanno tutti torto. E non mi piaccio neppure io, sul ciglio del fosso chiamato qualunquismo. Che brutto periodo.

sul silenzio

22 luglio 2014

Il silenzio è come il bianco nei colori, non c’è un silenzio uguale a un altro. C’è il silenzio dell’attesa, proteso ad una risposta, ad una telefonata che si attende o che si teme. C’è un silenzio del dopo, nella sospesa consapevolezza che è un evento è accaduto, sembrava non dovesse mai, e invece è accaduto. C’è il silenzio della quiete di un mattino limpido, e respiri ampio, bevendo l’aria fresca. C’è il silenzio increspato di parole scritte, cancellate, riscritte e infine riassorbite nel silenzio, il silenzio onesto del foglio lasciato bianco. Io credo che dentro, nel fruscìo delle sinapsi che c’illudono di esistere, si nasconde il silenzio totale del non essere, quello che solo i filosofi bravi sanno afferrare. Il silenzio comunque è il punto di partenza e, se un dio clemente lo concede, il punto d’arrivo.

oltrepassarsi

16 luglio 2014

Uno degli errori fondamentali che compie un uomo è l’autocritica assolutiva, dalla quale anche il sottoscritto non è esente. Per decenni gli psicologi (e con esso l’ampio stuolo di quelli che di mestiere pensano a come devi pensare) hanno proposto la soluzione del cosiddetto accettarsi. Certo le questioni sono serie e gli studiosi anche, ma riducendo all’essenziale il messaggio che è passato lo si riassume in quello. In effetti molti problemi, specie nell’adolescenza (che pare ormai traboccare temporalmente fino alle soglie della menopausa e dell’andropausa), derivano dal non piacersi, dal sentirsi poco accettati dagli altri perchè in realtà non lo si è da se stessi. Ma da tempo nutro un dubbio. In realtà questo accettarsi non è affatto la fine dei problemi ma è l’inizio laddove è una forma di autoassoluzione facile, a portata di mano. Dobbiamo ripartire con chiarezza dal concetto di mente. La nostra mente, il nostro apparato corpomente, è una struttura adatta a gestire una tensione fra ciò che vogliamo avere o fare e ciò che, nell’ambiente in cui siamo immersi, ci è di ostacolo. Insomma la mente è la struttura che trova nella capacità d’adattamento la sua più nitida espressione. Qual’è il vero e proficuo adattamento? Io credo che il punto chiave sia la comunicazione, la capacità di incardinare processi collaborativi fra la nostra mente e quelle altrui (siano esse umane, oppure di persone non umane cioè gli animali, oppure artificiali, ma questo punto è controverso). Essere sociali, zòon politikòn diceva il grande stagirita, è la nostra vera essenza, e la nostra felicità (parola complessa su cui torneremo) è alla fine il non essere, in termini dinamici e di scopo (tèlos) noi soli, ma noi parte di un tutto dinamico. Quindi non serve accettarsi, ma sostanzialmente relazionarsi, oltrepassarsi, superarsi, andare oltre.

saggezza apparente

14 luglio 2014

sono così pigro che non riesco neppure ad essere antipatico a me stesso: mi accetto come sono non per saggezza, ma per stanchezza

questo nostro dio

12 luglio 2014

Ho letto che i Pigmei non conoscono il denaro. Ovviamente quei pochissimi che ancora vivono di caccia e raccolta negli spazi residui alla distruzione delle foreste. Anch’io detesto il denaro, lo voglio affermare con chiarezza, anche se questa affermazione presta il fianco alla penosa obiezione: «allora non sei coerente, perchè ti fai pagare?». A questa obiezione banale ed espressa spesso in malafede qui non rispondo. Detesto il denaro perchè sento quanto è in grado di falsare i rapporti reali, le relazioni fra un uomo e il suo ambiente, fra un uomo e gli altri umani, fra un uomo e gli altri animali non umani. Perfino quando lavoro e mi pagano (per un grafico esser pagato ha spesso dell’evento miracoloso ma ne scriveremo in altra sede) provo vera soddisfazione se chi mi paga è contento, apprezza il mio lavoro, vi intravvede un’abbondanza di bellezza e qualità che non è compresa nel prezzo. Questo «non pagato» rientra nel piacere della relazione, dell’amicizia. Ma credo che se ognuno di noi osserva le reali relazioni umane, anche se incardinate in un rapporto commerciale, si accorge di come trabocca, traspare, questo desiderio di apprezzamento, di dialogo amichevole. Classico esempio il ristoratore che apprezza l’elogio del commensale e, nella gran parte dei casi, non è solo per la certezza di conservare un cliente. Il problema del denaro è la freddezza del potere che condensa in quella banconota o, ancor peggio, in quella tesserina magnetica, o peggio ancora in quel computer d’una corazzata «city». Un potere senza morale, assoluto, un sigillo che marchia a fuoco colui che il denaro non ha rispetto a colui che ne ha in sovrabbondanza. Un potere che non scade, non marcisce, non ha il problema della conservazione materiale. Faccio un esempio: chi ha un orto che produce buone zucchine in abbondanza rispetto alle sue esigenze, facilmente ne regalerà ai suoi vicini, agli amici, perchè tanto se non le usa, marciscono. Invece il denaro non marcisce e scivola velocissimo nelle reti telematiche, da un continente all’altro. Guai a chi vuol frenare il denaro, viene tacciato d’essere un antiquato protezionista. Il movimento del denaro è sacro. Mentre il movimento delle creature umane è fastidioso, inelegante, specie quando annegano malamente fra due sponde del Mediterraneo. I Pigmei non conoscono il denaro, e non sanno che la foresta è stata distrutta per lui, per questo nostro dio mostruoso e insensato.

bugie corazzate

9 luglio 2014

Le bugie più corazzate son quelle propinate con sguardo dispiaciuto come «dolorose necessità»

due ruote, da Spezia a Piacenza

8 luglio 2014

Pubblico questo ebook gratuito di un testo che scrissi qualche tempo fa. Il disegno della copertina è dell’autore, cioè l’ho fatto io.

copertinaVincere

Per scaricare fare click qui.

la scuola secondo me

8 luglio 2014

Non faccio mistero di avere un’idea conservatrice della scuola. Idee sbagliate? Puo’ essere, ma sono le mie.

A mio avviso sulla scuola da almeno 40 anni a questa parte (diciamo dal ’68 per esser schematici) si è commesso un colossale fraintendimento.
La scuola è l’istituzione che deve offrire istruzione ai cittadini, siano essi giovanissimi come anche adulti, trasmettendo insieme alla conoscenza anche quel comune senso etico che deve permeare tutti i cittadini, in modo che la parola «nazione» e la sua struttura organizzativa, cioè lo «stato» non siano parole vuote ma parte essenziale dell’identità individuale e collettiva.

La scuola non è quella che deve accollarsi il compito di rimediare ai guasti che l’ingiustizia, la disonestà, la spregiudicatezza di un’economia amorale determinano, la scuola deve combattere solo l’ignoranza e mi pare una missione già più che sufficiente.

È ovvio che in un corpo sociale ove ogni valore è stato spazzato via dal fiume limaccioso del consumismo, del profitto rapido senza scrupoli, della visione atomistica ed egoistica del soggetto, la scuola è disarmata, perchè non puo’ accollarsi il compito impari di addrizzare le cose.

La scuola per me deve dare istruzione e conoscenza, nonchè eticità collettiva, ma tutti gli altri compiti di assistenza sociale non le competono, certamente deve vigilare e segnalare alle autorità competenti, ma è stato un errore colossale trasformare la scuola in una grande mamma che deve rimediare a tutto.

La scuola deve creare gioia del sapere, non è una pomata da spalmare sulle piaghe d’un corpo sociale malato.

 

quando un esodato torna ad Itaca

3 luglio 2014

Secondo me cosa si intenda per «complesso di Telemaco» il giovine statista fiorentino non l’ha ben compreso, o forse, anch’essa possibile evenienza visto l’interesse che provo alle sue perorazioni, non ho compreso io cosa intendesse dire. Ma dell’enfant prodige non voglio discorrere, in queste pagine, seppur modeste, ci piacciono gli argomenti seri. Torniamo alla questione del padre. In effetti molti psicoanalisti (anche uno che conosco io perchè andiamo dallo stesso barbiere, che non è poi molto diverso dall’andare dallo stesso psicoanalista) rilevano che ai giovini d’oggi manca il padre, manca quella figura su cui modellarsi, su cui misurarsi, su cui costruire, anche per opposizione e differenza, la propria identità. È il padre dei maschi, in particolare, ad essere evanescente, giacchè le femmine si modellano di più (sia in imitazione che in opposizione) con la madre. Io credo che ciò accada per una asincronia, per una sfasatura temporale legata alla produzione, al mondo del lavoro. Non credo molto alla psicoanalisi ma parecchio alle evoluzioni dei rapporti di produzione, chiamatelo marxismo se vi pare, tanto io non mi offendo mai. Quando il mio nonno entrò a lavorare nella grande fabbrica, agli inizi del ’900, essere un provetto operaio era una grande ricchezza. Aver acquisito la capacità di lavorare il metallo, aver acquisito quella robusta esperienza ai mille segreti della metallurgia, gli rese facile lavorare e insegnare a lavorare. L’evoluzione tecnologica avanzava in sincronia con l’avvicendarsi delle generazioni, diciamo per esser schematici che un lavoro appreso era buono per circa 40 anni. Oggi due sono i fattori mutati: il lavoro appreso invecchia rapidissimamente e il sapere legato al lavoro conta sempre meno. Oggi un uomo di 50 anni, se non è protetto da qualche garanzia giuridica, non vale niente, non conta niente, la sua esperienza è solo una saccoccia di ricordi importanti per lui ma di nessun valore per il dio del mercato. E allora, i padri, in queste condizioni, in questo essere carnaccia da rottamare, come puoi pretendere che siano autorevoli per i figli? I giovani assorbono come spugne lo spirito del loro tempo, e il loro babbo, quel signore patetico e un po’ pelato, come puo’ esercitare la forza di Ulisse? Quando un esodato torna ad Itaca, non è travestito da straccione, ma lo è proprio e Telemaco, ovviamente, con la casa invasa dai Proci della finanza moderna, è destinato alla sconfitta. Speriamo in Penelope, ma questo vedremo un’altra volta.

il tavolo dei bimbi

26 giugno 2014

Organizzare un pranzo di matrimonio è impegnativo, lo so. (more…)

Ma davvero è lo stesso mondo…

24 giugno 2014

Un piccolo esperimento video. Il testo e la voce sono di Lucia Piombo. I rudimentali disegni sono realizzati con Adobe Illustrator, la musica è improvvisata con una vecchia Eko.

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“Soglie„ [G. Del Giudice]

23 giugno 2014

Siccome l’amico Graziano Del Giudice è pigro, e non ha un blog, ospito nelle mie ubertose paginette questo testo, che è stato redatto a supporto per una performance in un locale della Spezia. (more…)

neppure a lui

22 giugno 2014

Seppur nella profonda, totale, frontale, avversione politica (e finanche antropologica) che provo verso il Dell’Utri, trovo davvero sgradevole l’idea di limitare i libri ad un detenuto, chiunque esso sia.

importa come suono

21 giugno 2014

Nei libriccini col volto sorridente dello psicologo prêt-à-porter alla fine c’è scritto in tutte le salse che devi amare te stesso, ti devi accettare. Va bene, son d’accordo, accettarsi è giusto, ma non vorrei che dietro l’accettazione fosse acquattata la sorella brutta e zitella della rassegnazione. Forse il problema è un altro: migliorare se stessi significa soprattutto migliorare la qualità della comunicazione verso gli altri (umani e non umani), l’errore è interrogarci come singoli e non come nodi d’una rete organica di relazioni. Come fossimo le note d’una canzone, nessuna nota è bella o brutta di per sè, quel che conta è la musica d’assieme. Non importa come sono, non conta nulla, importa come suono, nella musica del vivere.

ultravioletto

11 giugno 2014

L’ultravioletto è un colore che gli umani non possono vedere. Mi ha sempre incuriosito l’accadimento d’un colore che c’è ma non possiamo vederlo. Ma non possiamo neppure immaginarcelo, visto che non è nella gamma dell’umano spettro. Per capirsi, un ippogrifo non esiste ma ce lo possiamo immaginare, come possiamo immaginare un uomo con tre teste dai capelli blu. Ma quel colore, non possiamo immaginarlo, tuttavia alcuni strumenti lo possono rilevare, così come sapere che ci riescono gli occhi di alcune creature non umane. Una dimostrazione dunque della potenza del linguaggio che puo’ abbracciare un territorio ben più vasto dei limiti sensoriali. La mente, o meglio il corpomente, è una struttura che va oltre la realtà, rimane ad essa ancorata ma puo’ abbracciare un ambito più vasto, laddove arriva la fantasia oppure la tecnologia con le sue protesi. L’ultravioletto, non lo possiamo vedere, eppure un nome glielo abbiamo dato, eppure fa parte, per dirlo con Heidegger, del nostro mondo. Non è poco, tutto ciò.

capisce meglio l’avversario dell’amico

8 giugno 2014

Il piccolo numero di persone che mi sono amiche, secondo me, tende a sopravvalutarmi. (more…)

il mio Gesù

6 giugno 2014

A cena con gli amici, a me piace quel Gesù lì. (more…)

anche se non sono snob

3 giugno 2014

Mi garba il calcio. Ma non seguirò i Mondiali. Non guardo dall’alto in basso coloro che li seguono con passione, non sono snob. Ma non seguirò i Mondiali. Auguro davvero di cuore a chi si gusta le partite di godersele in santa pace. Ma avverto troppa distanza dal mondo delle persone comuni, dei tanti senza potere che conducono una vita dura, magari cercando di mantenere la propria dignità. Il calcio non basta. È un gioco bellissimo il calcio, ma il rutilante spettacolo finalizzato, asservito a quei dannati spot, sponsor, brand e controbrand, mi pare un inganno al cuore pulito degli appassionati. Davvero auguro lo stesso buon divertimento, specie a chi, per tanti motivi, trova in quelle due ore di partita un balsamo alle proprie sofferenze (dettate dal destino o dall’ingiustizia). Ma io, anche se non sono snob, non seguirò i Mondiali.

un’ora a guardare le nuvole

31 maggio 2014

Che male c’è a stare fermo, ad osservare le nuvole? L’analogia fra il cervello umano e il computer è, come molti hanno scritto con buone ragioni, molto fuorviante. È vero in effetti che la nostra mente odierna si allarga anche su memorie digitali, nel suo agire, e non ne puo’ più farne a meno. La mente, essendo un processo e non un’essenza, puo’ sconfinare nel regno digitale. Ma il cervello, lo strumento fisiologico fondamentale, è radicalmente diverso dal computer, di una diversità profonda e in gran parte inesplorata anche agli uomini di scienza. Uno degli sbagli fondamentali del nostro tempo (forse è meglio il termine greco ybris) è l’aver permesso (grazie all’uso dei computer) una accelerazione temporale, una frenesia della velocità del tutto inadatta alla nostra umana, benefica, lentezza. Si fa tutto molto alla svelta, si depreca la lentezza come una colpa. Un rapporto malato con il tempo è il male fondamentale di quest’epoca.

Starò almeno un’ora a guardare le nuvole, che scorrono, dal mare verso le colline. Non è un’ora persa, è un’ora umana.

invulgar

30 maggio 2014

«In Portogallo ci sono in effetti molte donne di una bellezza non convenzionale, rara (invulgar, si dice da queste parti), magari non bellissime secondo un canone diffuso, non impegnate a produrre continuamente una sorta di plusvalore femminile (la quotidianità italiana o anche spagnola). È come se una certa bellezza latina si fosse raffreddata nelle acque e fra i venti dell’Atlantico, evitando quella carmenizzazione banale che è diventata il destino di molte bellezze mediterranee.» (Marco Cecconi, Le stazioni di ieri, Riccardo Pioli Editore 2013, pag. 67)

La bellezza femminile è importante nelle interiori cartografie. Ogni uomo popola la propria geografia immaginaria (ma non disancorata dal reale) di donne, o meglio di tipi di donne. Perfino le città, sono donne, a modo loro. Fantasie, ma fantasie che agguantano la realtà con presa sicura, più delle cosiddette verità assodate. La garbata (e, per scelta, poco nota) penna di Marco Cecconi, rileva come anche la femminea bellezza sia impoverita, o meglio soffocata, da un sexy tanto diffuso quanto convenzionale, non a caso, calibra il termine carmenizzazione. Poche righe, ben scritte, dicono molte cose.

nomade

28 maggio 2014

«Prevedo che il viaggio durerà almeno tre mesi: tre mesi lontani dal mondo, tre mesi senza aver notizie di quello che succede a casa. Per i miei compagni è la prima esperienza: li vedo un po’ turbati e perplessi. Io al contrario sono felice: nomade per natura, non amo il cosiddetto vivere civile: mi ci adatto perché non posso farne a meno, perché è in certo senso il mio carma, ma quando ne esco sono contento come un ragazzo che marini la lezione. Fra i monti e gli alberi e la campagna mi sento a miglior agio. Ho sempre considerato la casa una specie di prigione, l’inevitabile punto di raccolta di tutte le noie e di tutti i fastidi e di tutti i dolori. Ma l’autista interviene e interrompe il filo dei nostri pensieri: ci pone al collo grosse ghirlande di bianchi fiori profumati e ci augura buon viaggio. Scambi di namas te (“m’inchino a te”, il saluto che si usa in India) e poi eccoci soli sui sentieri del Nepal.»
(Giuseppe Tucci, Fra giungle e pagode, Newton Compton 1996, prima ediz. 1953, pag. 48)

Certamente è un privilegio avere una casa, con l’acqua corrente calda e fredda, riscaldata d’inverno e dotata dell’energia elettrica. Sarebbe offensivo verso i molti umani che, profughi e preseguitati, le case le hanno dovute lasciare, non apprezzare tutto ciò. Eppure l’uomo è, nel profondo della sua filogenesi, nomade, errabondo e, probabilmente, sociale ma solo per piccoli gruppi. Perfino uno stanziale plantigrado come me, ama uscire nell’aria fresca del mattino e poter (capita di rado ahimè) vagare senza meta precisa e senza orari. Bella la civiltà, ma c’è sicuramente una torsione delle profonde umane attitudini.

selfie

27 maggio 2014

Hai voglia di fotografarti, di filmarti, di duplicare immagine e suono. Una vita esangue, tanto più la duplichi, tanto più non esiste l’originale. Cosa ti vendono? La tua faccia ripetuta infinite volte. E cosa te ne fai?

la mosca cocchiera al contrario

26 maggio 2014

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api

25 maggio 2014

Ho assistito alla proiezione de “Le meraviglie”, il film di Alice Rohrwacher (ho fatto copiaincolla, non puoi ricordarlo a memoria). Buon film, grande talento naturale delle ragazzine, stile di regia interessante già ammirato ne “Il corpo celeste”. Ma non temano gli sparuti lettori, sul film troveranno recensioni fatte bene altrove, la mia penna non è all’altezza.

Mi hanno fatto riflettere, protagoniste essenziali, le api, le splendide api. (more…)

Ironia sulla democrazia

25 maggio 2014

(more…)

consapevolezza

22 maggio 2014

La consapevolezza è una lama a doppio taglio. (more…)

ti guarda adesso

20 maggio 2014

tizianoritratto

Tiziano, Ritratto d’uomo, 1510, Museo A. Lia della Spezia

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transito

16 maggio 2014

In fondo è sempre la prima volta di qualcosa. Anche diventare vecchio è una novità. I giorni si assomigliano fra loro, eppure non siamo mai definitivamente qualcosa, qualcuno. Sempre stiamo attraversando, in questo mutare incessante, slittare inesorabile. Meglio così, a ben pensarci, sarebbe insopportabile essere immobili, come coleotteri nella formalina. È bello tutto quel che ho vissuto, ma la dolcezza stà nella fragranza del ricordo e nella fresca brezza dell’idea di futuro. È danza, è risuonare dei coribanti, è profumo di arbusti sulla riva scoscesa, è bello vivere se accetti d’essere un transito leggero.

il gioco del simile e del diverso

13 maggio 2014

Tutta la molteplicità del mondo, la sua illusionistica corposità, è un intreccio di enigmi, un’apparenza del dio, allo stesso modo che un intreccio di enigmi sono le parole del sapiente, manifestazioni sensibili che sono l’orma del nascosto. Ma l’enigma si formula contraddittoriamente, si è detto. Ora Eraclito non soltanto usa la formulazione antitetica nella maggioranza dei suoi frammenti, ma sostiene che il mondo stesso che ci circonda non è altro che un tessuto – illusorio – di contrari. Ogni coppia di contrari è un enigma, il cui sciogliemento è l’unità, il dio che vi sta dietro. Dice infatti Eraclito: “Il dio è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame” (Giorgio Colli, La nascita della filosofia, Adelphi 1975, pag. 69)

Si conosce solo attraverso le antitesi, ma più che conoscere, si prova la sensazione del conoscere, del capire. Sono sempre convinto che le nostre intuizioni più profonde (ammesso che esista la profondità) non sono afferrate a pieno dalle parole che funzionano solo nel gioco del simile e del diverso. Si agguanta a fatica un senso al tutto, e quando ci si sente vicini a quella sensazione, è coinvolgente, intensa, ma siamo certamente ben oltre il recinto delle parole.

la lezione di A.R.

12 maggio 2014

Siamo in troppi a scrivere. Io penso che per quanto mi riguarda ho già spremuto un po’ troppo il mosto dei miei pensieri e il vino sta venendo di seconda scelta. Prima pensare, respirare, ricordare, rispettare, e, solo se proprio sembra affiorare qualche parolina decente, allora scrivere, scrivere ma poco. Tenere a mente la lezione di Rimbaud, che ha smesso subito, quando ha capito che non era il caso.

Verde cupo, verde chiaro tenero, cielo azzurro, ampio, vicinanza del lago anche se non lo vedi. Di questo posto scriveremo quando ne avrò la forza, perchè una penna esangue partorisce parole morte.

semplificare sì, ma senza escludere

8 maggio 2014

Un vero filosofo non è chi complica, ma chi semplifica. Ma attenzione: semplificare lo intendo come includere tutto in un unico pensiero, trovare cioè una sintesi avvolgente del tutto. Semplificare tagliando via, mutilando a colpi di rasoio, non è conoscenza, è solo un arrendersi. Forse ci riescono più spesso i poeti, ma il filosofo vero è anche poeta, seppur più composto e consapevole.

va giocata con seria leggerezza

7 maggio 2014

«Vai a giocare, dai». (more…)

l’importanza della scuola

6 maggio 2014

Tutti gli uomini hanno lo stesso diritto alla dignità, su questo non ci piove. Ma da questa giusta egualianza non deriva che gli uomini siano tutti eguali, tutti fatti della stessa pasta, tutti coniati nello stesso metallo. (more…)

e-book di Riace

3 maggio 2014

L’internet è un ottimo mezzo per pubblicare testi ed immagini con poca o quasi nulla spesa. (more…)

silenzi

2 maggio 2014

Ho incontrato il mio caro amico, anch’egli iscritto al PD. Saliti sul filobus ci siamo guardati, un breve lunghissimo attimo sospeso. «Parliamo di letteratura, Diego, sai che sto leggendo…». «Sì, certo, ma per me va bene anche il calcio, purchè non si parli di quello». Altro attimo di silenzio. «Sì, certo, sai che ho scovato un libro…»

sbirciando i compagni di banco

2 maggio 2014

…la mente non ha occhi nè mani nè strumenti, se non per metafora; e alla meccanica del fare esterno non puo’ accompagnarsi se non per via di successive rappresentazioni. (da Giovanni Gentile, La filosofia di Marx, Ediz. Le Lettere, 2003, pag. 74)

Niente male, questo filosofo non troppo frequentato, oggidì.

È ben chiaro che d’ogni accadimento non conosciamo che la nostra rielaborazione. Ma noi stessi, l’oggetto più prossimo alle nostre percezioni, è forse quello la cui rielaborazione riesce peggio. Raccontiamo noi stessi non tanto guardando dentro di noi, che è impossibile, ma guardando gli altri, i più prossimi. Il tema della nostra vita è in gran parte scopiazzato, sbirciando i compagni di banco, col terrore del foglio vuoto.

il fresco rinfranca le idee

30 aprile 2014

Mi siedo apposta accanto al motore, sul bus, per rubare tepore. Freddo pungente e strano, per una sera di fine aprile. Eppure il fresco rinfranca le idee. (more…)

insulto a tavolino

27 aprile 2014

Insultare un po’ i tedeschi, (more…)

specie organizzate

26 aprile 2014

Da un fiore all’altro, brevi voli a semicerchio, e frugano, si ficcano nel nettare. (more…)

cartongesso

22 aprile 2014

Storica merceria del centro. (more…)

Scultura come domanda

15 aprile 2014

pietabandini

Parma, Santa Maria della Steccata. Lettura del Vangelo di Matteo, il racconto della Passione. (more…)

quel fuori registro

8 aprile 2014

«Esistere significa in gran parte accumulare memorie. [...] Non si tratta soltanto della capacità di conservare le informazioni acquisite ed elaborate, da poter poi utilizzare ogni volta che sia necessario. Tale capacità può descrivere la funzione della memoria ma la sua struttura coincide, di fatto, con la stessa mente come coagulo dei vissuti temporali. Tanto è vero che una delle caratteristiche della memoria è la sua dimensione dinamica, creativa, continuamente rinnovata. I ricordi, infatti, non rimangono sempre identici dal momento della loro creazione ma cangiano di continuo indebolendosi, dissolvendosi, rafforzandosi, mutando significato e persino contenuto.» (A. G. Biuso, da qui)

Come dire: per raccontare davvero un po’ bisogna mentire, perché quello scarto, quel fuori registro fra come sono andate davvero le cose e come noi le raccontiamo è, probabilmente, la più profonda verità di noi stessi. Solo un po’ bugiardi, siamo sinceri. Ovviamente un inchino a Proust.

 


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