Archive for the ‘ironia culturale’ Category

parole desuete, ma sacrosante

29 maggio 2015

«Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato a Reggio di Calabria, a più di cinquecento miglia di qua. Vogliate bene al vostro fratello venuto di lontano. Egli è nato in una terra gloriosa, che diede all’Italia degli uomini illustri, e le dà dei forti lavoratori e dei bravi soldati; in una delle più belle terre della nostra patria, dove son grandi foreste e grandi montagne, abitate da un popolo pieno d’ingegno, di coraggio. Vogliategli bene, in maniera che non s’accorga di esser lontano dalla città dove è nato; fategli vedere che un ragazzo italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei fratelli.» (Cuore, De Amicis, pag. 21, Edizione gratuita)

Non entro nel merito delle questioni tecniche inerenti i provvedimenti del Parlamento sulla scuola. Non è nelle mie competenze, e non amo scrivere per slogan, anche qualora fossero giusti. C’è un punto però, nella prospettiva disegnata dal Renzi, che proprio debbo rifiutare, in quanto contrario ai miei principi. Si afferma, se ho capito, che una scuola sita al centro di Milano deve essere diversa da una scuola collocata nella periferia socialmente problematica di una città del Sud. È, secondo me, il principio contrario di quel che deve essere la scuola. La scuola deve essere elemento unificante, struttura salda e percepita come inflessibile rispetto alle problematiche contingenti. In ogni scuola, in ogni aula, in ogni luogo di quel tempio laico del sapere che deve essere, ogni giovane deve trovare gli stessi valori, le stesse certezze, lo stesso senso dello Stato, la stessa «religione» civile. Ricordo l’episodio di «Cuore» del De Amicis, al riguardo. Pagine intrise di una certa retorica, parole desuete e fuori moda. Ma io penso fuori moda, penso libero per questo. La scuola deve essere una e indivisibile, come la patria di cui è fondamentale strumento di educazione dei giovani cittadini. Per questo, non amo la regionalizzazione della scuola e amo le pagine di De Amicis, e non me ne vergogno.

mancata reciprocità

29 maggio 2015

Vi sono ampi studi al riguardo. Anche le scimmie si masturbano. La differenza essenziale è che loro non fanno studi sulla masturbazione umana.

demografia ligure [in guisa di poesia]

27 maggio 2015

Quanti capelli bianchi, quanto pochi i bambini, nei cortili. Questa terra inclinata sul ciglio del mare, così bella ed aspra, è diventata un rifugio di vecchi. Peraltro anche belli, la pelle rugosa al sole, le mani nodose ancora intente alla cura degli orti. Non sono un male i vecchi, sono poesia scavata con durezza nei corpi dalla ruota del tempo. Ma i bambini? Dove sono le vite fresche, che saltano e gridano nei cortili, che ridono e piangono, che aspettano il loro tempo adulto d’andar per mare? Dove sono le bimbe appena appena cresciute, che cominciano a sognare un segreto amore? Quanti capelli bianchi, quanto pochi i bambini, nei cortili.

gli umani, semplicemente, sono se stessi

24 maggio 2015

Ogni tanto la «A» nel cerchio sventola in cortei, oppure appesa alle finestre d’uno stabile occupato, oppure vergata in fretta su un muro, oppure nel giubbotto di qualche ragazzo dall’aria un po’ ribelle.
Ma aderire al movimento anarchico, è possibile oltre l’ingenuità, è possibile sviluppando un pensiero ed una critica efficace del presente? È un dovere provarci, altrimenti si sconfina nel folklore metropolitano, in una marginalità giocosa, in una frangia tollerata e irrilevante del panorama politico. Ovviamente a rifondare un pensiero anarchico efficace e pregnante ci puo’ provare chi ha i mezzi intellettuali e culturali per farlo. Ci prova, con un breve ma denso saggio, il filosofo più libero e indipendente (fuori dallo schema destra/sinistra) che leggo da tempo: Alberto Giovanni Biuso.
Il saggio è parte del volume «La pratica della libertà e i suoi limiti» edito da Mimesis. Un ricco volume che reca firme anche assai famose, come ad esempio Serge Latouche e Noam Chomsky.
Il saggio di Biuso ha per titolo «Anarchismo e antropologia. Per una politica materialistica del limite.» Titolo perfetto, già di per sè ottima sintesi, ma ora mi spiego meglio. Venticinque pagine dense che ripartono laddove inizia l’errore di ogni utopia: un’idea della natura umana ingenuamente (e spesso colpevolmente) astratta. Riprendendo l’intuizione nietzschiana occorre accettare e ripartire dalla natura biologica di quel momento della storia della vita che è l’essere umano. La lunghissima filogenesi ci lega alla storia della vita e molto di quel che siamo e crediamo di pensare liberamente viene da lì. Gli uomini non sono buoni (per vederla col celebre ginevrino) e non sono neanche cattivi (per vederla con Hobbes), ma semplicemente sono se stessi, intessuti del loro istinto. Ogni tentativo di rifondare l’umanità è finito male, perchè piegare la natura umana ad un modello astratto, incardinato in ferrea legge statale, non ha generato che macchine di potere mostruose, totalitarismi dagli esiti disastrosi. La ragione, questa caratteristica umana così preziosa, se utilizzata per un progetto irrealizzabile di rifondazione dell’umano, diventa lo strumento del dominio implacabile.

«La celebre espressione di Goya secondo cui el sueño de la razon produce monstros puo’ certo significare che il “sonno” della ragione genera mostri ma anche riferirsi al “sogno” della ragione che puo’ produrre mostri altrettanto temibili se conduce alla pretesa di una totale sottomissione del vivere, del sentire, del pensare ad una razionalità che si crede immobile ed è invece sottoposta al variare delle filosofie e dei tempi. Il compito di un’antropologia libertaria consiste, pertanto, nel cercare di comprendere com’è costituito e come si struttura il comportamento umano senza che idee preconcette di qualunque tipo (dalla fiducia roussoviana al pessimismo hobbesiano) ostacolino la scoperta della verità, qualunque essa sia.» (p. 117)

Ma se i totalitarismi del ’900 hanno fallito, non è che i sistemi cosiddetti democratici (in realtà liberisti, non libertari e neanche liberali…) non abbiano espresso, a partire dalla seconda metà del ’900, forme di dominio altrettanto efficaci e pervasive. È il dominio del consumismo, della decostruzione delle personalità attraverso una falsa libertà: la libertà di desiderare ed acquisire senza freni, l’oscenità di un’adolescenza mai cresciuta, l’allevamento pernicioso di umani senza nerbo, ipnotizzati dallo spettacolo di cui sono le comparse.
Quale anarchismo allora? Quale coscienza libertaria ha un senso? La risposta di Biuso è alla fine abbastanza semplice: occorre ragionare sull’uomo per quello che è, un essere vivente che deve vivere sul pianeta in equilibrata coesistenza con gli altri viventi, e rivalorizzare il sociale, la vera natura sociale (e non statale) dell’uomo, a partire dalle comunità reali, vive, in simbiotico rapporto col territorio.
Non so se davvero (questo è il mio pensiero) possa partire da qui un anarchismo sensato ed efficace, ma di certo la riflessione è comunque la premessa di ogni politica che sia davvero, onestamente, umana.

la prima libertà

22 maggio 2015

La prima libertà, è quella da se stessi.

le mie idee?

21 maggio 2015

Ho grande rispetto per le idee altrui. Solo che a furia di rispettare quelle altrui non ho più in chiaro quali sono le mie. La mia è una mente incline al dubbio. A volte è un bene, a volte è un male. Per esser davvero convinti di qualcosa fino in fondo un poco di stupidità è indispensabile.

quasi una fretta

21 maggio 2015

Fra i fiori della terrazza, nella luce vivida del mattino, canta con voce intensa. Un bel merlo, piumaggio nerissimo e becco giallo splendente. Chiama per richiamare fresche e giovini fidanzate, o forse per far capire che è la sua zona, per mettere in guardia gli altri maschi. È così bello il canto che propendo per il richiamo amoroso. La vita è l’amore giovane, che ogni astuzia di colore, profumo, suono inventa per dispiegarsi. Brevi sono gli anni giovani, in questo tripudio avverto quasi una fretta. Non c’è tempo da perdere, la vita non ha tempo da perdere. Quando il sole renderà più caldo il terrazzo, nel mezzo del giorno, il merlo non canta, chissà se è appartato con una bella fidanzata oppure sta pensando: «domani ci riprovo».

il vitalizio e il ’68

21 maggio 2015

Un famosissimo leader del ’68, difende a spada tratta il suo vitalizio. Perfetto accadimento per riflettere su quel che è stato, davvero, il ’68. In queste mie ininfluenti paginette, il richiamo ad un saggio fondamentale d’un filosofo di grande qualità.

non hanno scampo

18 maggio 2015

Le verità scomode sono molto meno gradite delle bugie comode. Per farsi amare dalle moltitudini, in specie dalle plebi immeritatamente ingrassate, è indispensabile mentire. Esistono gli animi nobili, ma non hanno scampo, saranno sempre detestati dalla moltitudine. Follìa affidare al cosiddetto popolo le scelte per il futuro.

è un gioco

16 maggio 2015

La vita è un rischio emozionante. Certo il suo slancio è nella giovinezza, in quella naturale e irragionevole sensazione di potenza che permette di osare. Anche la vecchiaia è densa di fascino, per lo spessore dei ricordi, l’attaccamento infantile ai piccoli piaceri, per la stessa profondità del dolore di essere tanto lucidi quanto impotenti di fronte allo sgretolarsi, allo sfaldarsi della linea, della trincea che ci separa dalla morte. Tutto questo è uno spettacolo potente, la nostra unica e irripetibile storia personale. Ridere, sorridere, saper bruciare con ironica, pirotecnica, grandezza. Che sia, è un gioco meraviglioso e crudele.

le gite, le gite esagerate

14 maggio 2015

Le gite scolastiche dovrebbero essere un interessante e piacevole momento di formazione culturale. La trasgressione come unica forma possibile di divertimento è banale, scontato, adeguamento ai modelli in voga. La serietà, il silenzio, la disciplina (soprattutto l’autodisciplina), sono l’unica vera risposta alla stupidità del nostro tempo. Anche e soprattutto gli insegnanti, rifuggano il quieto vivere, non siano complici del degrado, non son pagati per assecondarlo ma per combatterlo.

libri, angoscia cartacea

14 maggio 2015

L’imbiancatura della mia modesta magione ha dimostrato, senza alcun minimo dubbio, nelle fasi di riordino e spostamento della mobilia, che possiedo troppi libri, ma proprio troppi. Senza contare che sono solo i libri di casa, che non mi sembravano molti rispetto a quelli accumulati qui, nel mio laboratorio. Ci vorrebbe una moratoria, almeno venti anni senza acquistarne, ma è una mania dalla quale non si guarisce. Non so, forse sarebbe bene avere solo i pochi strettamente necessari, o forse nessuno, e avere un professore amico, che, quando devo imbiancare in casa, si sposta rapidamente e da solo. Invece che comprare libri, fossi ricco, mi pagherei delle lezioni private, in fondo io amo la conoscenza, non i libri in quanto tali. Sono minacciosi negli scatoloni, che stiano attenti, potrei ribellarmi ed esser preso dalla sindrome della biblioteca d’Alessandria.

ostilità inevitabile

13 maggio 2015

I sindacati non amano il reddito di cittadinanza. Penso sia un’ostilità inevitabile perchè sottrae loro una delle ragioni d’esistere. Una tutela del cittadino in quanto tale recide alla radice ogni necessità di aderire, se si è fra i fortunati, ad una nicchia corporativa.

vaghi ricordi pseudodeleuziani

8 maggio 2015

Cogliamo più evidenti le somiglianze o le differenze? Ciò che è identico lo è fino in fondo? Oppure è dententore d’almeno una differenza (altrimenti non diremmo «è identico» bensì «è lui»)?
La differenza non è che il nome del nostro interno narratore.

porta in grembo un’infinita tristezza

7 maggio 2015

Vorrei ragionare un po’ sulla generosità. Con essa io intendo l’atto del dare senza una contropartita, un dare che non sia un vendere e neppure uno scambiare alla pari. Si è un po’ perduta questa prospettiva e le conseguenze, graduali ma subdole, sono importanti. In un breve e-book che osai pubblicare in queste pagine (molti amici mi hanno onorato della lettura a suo tempo) si narra della permanenza in galera del mio babbo, sul finire della guerra. Al giovedì arrivava il pacco dalle famiglie. A pagina quattordici si racconta come i reclusi nello stanzone erano usi suddividersi le vettovaglie, le cose buone, in fratellanza, senza badare alle differenze anche notevoli fra un pacco e l’altro. Mi domando: perchè questa scelta? In fondo, nell’ottica banale dello scambio di merci, chi aveva ricevuto buoni e abbondanti cibi ci rimetteva a condividerli con chi, di famiglia povera, aveva ricevuto ben poco. Certo che era la scelta giusta, molti penseranno, ma perchè? La risposta è che la fratellanza, il senso di amicizia e condivisione, è un valore che pesa, è un valore la cui importanza emerge spesso proprio in circostanze drammatiche. La nostra società contemporanea, che pure spende molto nel cosiddetto sociale, sembra diventata carente di quella generosità che è qualità umana essenziale, importante. Una società intera, ripiegata sull’egoismo individuale, porta in grembo un’infinita tristezza, ed è il rischio del nostro tempo.

il vero lavoro ha bisogno di tempo

4 maggio 2015

La vita normale è il vero grande evento, il lavoro sobrio e intessuto di saperi ed eticità locali è quello che costruisce la bellezza, la bontà dei sapori, la forza lenta e rispettosa della tradizione. Un grande evento calato dall’alto sancisce la definitiva povertà culturale dei popoli, la dipendenza da un potere pervasivo. Non amo l’Expo, anche se rispetto il duro lavoro di molti. Un popolo, una terra, devono vivere in simbiotico rispetto, del senso istintivamente rispettoso di chi, con fatica, trae i frutti, il cibo, imbriglia le acque senza eccessi. Il duro lavoro che plasma il paesaggio in secoli, non in cento giorni di cartongesso. Non mi convince il grande evento, non è nelle mie corde di convinto tradizionalista.

diritti di serie a e diritti di serie b

4 maggio 2015

Vorrei chiedere ai certi grandi giudici se anche la mia futura pensione, rimandata di sette anni almeno, per far quadrare i conti, non possa essere considerata una legittima aspettativa defraudata. Chi la pensione ce l’ha, e magari ci è andato quando era più giovane di me adesso, ha diritti più intoccabili dei miei? Nessuno osi tirar fuori la fesseria della «guerra fra poveri», con me non attacca.

scarafaggi

24 aprile 2015

Più leggo sul tema, più emerge in me l’idea che una buona politica di accoglienza e integrazione sia un investimento molto positivo e lungimirante; far entrare gente giovane e piena di vita potrebbe far rinascere la nostra patria, ne sono convinto. Nuovi italiani orgogliosi di esserlo. Ma occorrerebbe tutto un altro approccio economico, basato sul lavoro, sulla cooperazione, sull’energia della giovinezza, c’è tanta terra da dissodare. Tutto ciò lasciando da parte le miopi e disastrose ricette liberiste atte solo al profitto di pochi a spese dei molti.

Credo che la vita, la giovane vita che germoglia, sia il bene più prezioso, e non deve essere asservita al dio del profitto: una merce, un container di paccottiglia viaggia sicuro e guai a ostacolarlo, si offende il dio del libero mercato, mentre gli esseri umani vanno respinti, come fossero scarafaggi che tentano di entrare nel salotto buono.

consonante salvifica

22 aprile 2015

Se affonda una barca, carica di uomini, il salvataggio è difficile, a volte non riesce. Se affonda una banca, carica di palanche, il salvataggio riesce sempre.

il vero confine

20 aprile 2015

In pratica, il confine dell’Europa, per chi comanda davvero in questa Europa, è sul crinale delle Alpi e l’Africa comincia a Como.

sul crinale

20 aprile 2015

Pessimismo e pigrizia. Ottimismo e stupidità. Ogni atteggiamento, ogni umana inclinazione, è sempre sul crinale fra il giusto e lo sbagliato. Il pessimismo è frutto anche di lucidità e capacità di cogliere la realtà, ma oltre un certo limite è il pretesto della pigrizia. Anche l’ottimismo puo’ scivolare nella sventatezza, un garrulo canto nel pieno del naufragio. Comunque, l’importante è non esser troppo soli, a sbagliare.

lusso

13 aprile 2015

La tristezza è un lusso giovanile.

asimmetria delle passioni

11 aprile 2015

L’uomo passionale è un po’ stupido, la donna passionale è invece, assolutamente, donna. Stereotipo di genere? Forse, ma spiega una certa asimmetria.

un brivido amaro

7 aprile 2015

Spinge il passeggino con la creatura, un bel bimbetto moro. Lunga veste azzurra, dal capo alle caviglie. Un drappo (azzurro pure lui) copre il volto e lascia visibili soltanto gli occhi. Occhi neri, occhi davvero distanti. Strada del centro, turisti in via vai. Quella donna, penso assai giovane, non puoi lasciarla passare accanto senza pensarci su. Tutto quello strato astratto e un po’ scolastico di concetti come rispetto per le culture altrui, accettazione di altri mondi, si lacera in me. Le cuciture posticce delle idee giuste e scontate si strappano, si lacera la prima e fondamentale fra le certezze: quella di averne, di certezze. Pensare i pronomi, scoprirmi a pensare un «loro» ed un «noi» mi dà un brivido amaro. Chissà quegli occhi neri cosa pensano, cosa vedono, chi vedono, se incrociano i miei. Mento a me stesso pensando: è la sua libera scelta. Ma chi è libero delle sue scelte? Non siamo forse il frutto dell’osmosi fra l’ambiente e la nostra mente? Che significa la parola libertà? La donna ha svoltato l’angolo, è una bella mattina di sole, facciamo finta di aver fatto un breve viaggio altrove, un altrove però che è qui. Non ho risposte, mi aggrappo a Kant, noi (terribile dover usare questo pronome) da lì non possiamo tornare indietro.

orrore spettacolare

4 aprile 2015

Non è molto pasquale scrivere su queste cose. La colomba col ramoscello nel becco, vorrei che volasse serena. Ma ragionar sugli accadimenti è pure giusto.

Certi massacri sono sicuramente perpetrati con un intento spettacolare, una conoscenza del potere virale delle immagini e delle notizie. Guardiamo ai numeri: uccidere cento persone inermi, disarmate, non muta realmente la situazione in un paese dove vivono centinaia di milioni di persone. Lo scopo essenziale (ribadisco l’aggettivo: essenziale) è far deflagrare nell’immaginario collettivo una «bomba» dall’illimitata potenza, una «bomba» di paura, in molti ed una «bomba» di fascinazione e desiderio di esserci in altri. L’uso della potenza dei mezzi di comunicazione, dell’onda propagatoria inarrestabile, è spettacolarizzazione all’estremo. Una sorta di reality raccapricciante basato appunto sulla conoscenza dei meccanismi della comunicazione.

neanche di un millimetro

2 aprile 2015

Mi ritengo un militante, un soldatino semplice nella guerra alla volgarità. Con essa non intendo un po’ di giocosa popolare, liberatoria, sguaiatezza, bensì la volgarità corazzata, spesso a fine di lucro. Il male è già nelle forme che prende, e la volgarità la si combatte solo se non le lasciamo spazio, anche il minimo spazio. A costo di sembrare vecchie zie, desuete erinni delle buone maniere, non dobbiamo mollare neanche di un millimetro con la volgarità, che vince la prima battaglia quando diventa abitudine.

onda, promessa e minaccia

31 marzo 2015

Il presente è la spuma sfuggente dell’onda, sta per essere e poi, rapidamente, è passato. Anche una vita è provvisoria schiuma, rapida e sfuggente. Che servono le foto? A fermare l’onda, il suo slancio, promessa e minaccia, nell’istante. Il vantaggio della fotografia sul cinema sta lì, condensa la sconfitta inferta dal tempo, con la sua piccola vendetta: l’immobilità.

lo strano è quando

28 marzo 2015

I ricchi tendono a pensare che i poveri lo sono per colpa loro, e che quindi «ben gli stà!». Ma questo è normale, lo strano è quando i poveri ne sono convinti anche loro, che tutto accada per l’ostinazione di alcuni poveri a non collaborare. Aveva ragione il grande pensatore sardo: l’egemonia si incardina nelle coscienze.

il narcisismo ben presentato

28 marzo 2015

Dmitrij Mendeleev, celebre e apprezzato scienziato russo che dà il nome alla famosa tavola degli elementi, si definiva anarchico. Quando, nel 1890, appoggiò un gruppo di studenti rivoluzionari di sinistra, fu cacciato dall’università. Qui la sua coerenza è dimostrata, come in chimica, da un inequivocabile esperimento.

Nel nostro tempo, i raffinati intellettuali, maestri del linguaggio, a volte ci barattano come coerenza il proprio inguaribile narcisismo (spesso in buona fede, chi sa scrivere e parlare inganna bene anche se stesso). La coerenza, per essere certi che non sia narcisismo camuffato, necessita una prova sperimentale.

che bello, gli amici, la chitarra e la…

27 marzo 2015

Non è che il sottoscritto sia un guru della pubblicità. Detesto la parola «guru» e questo già mi rende eterodosso a quel mondo lì. Però vorrei lo stesso analizzare una pubblicità che appare insistente di questi tempi sull’internet. È una campagna della SIAE. Cosa sia la SIAE più o meno lo sappiamo tutti, e più o meno sappiamo che quell’acronimo non ispira grande simpatia in chi suona per diletto, per passione e mette il naso fuori dalle pareti domestiche (neanche quelle sono prive di rischi, ma qui non siamo a trattare questioni giuridiche). Insomma, tante volte, organizzando piccoli eventi, arriva poi la domanda crudele: e la SIAE? Quanto c’è da pagare? Con tutto il rispetto per chi fa il proprio lavoro, non è che questa istituzione goda grande amicizia fra i tanti strimpellatori più o meno capaci. Ma qui non ci permettiamo di emettere giudizi, ragioniamo sulla pubblicità.
La campagna mi pare cerchi, con astuzia, di aggirare le antipatie diffuse cercando l’identificazione, proponendo la vicinanza col tradizionale nemico.
Nell’immagine un bel ragazzotto con chitarra, barba e capelli tipicamente anni ’70. Insomma l’immagine stereotipa del ragazzo libero e ribelle che ancora alberga, con sommessa nostalgia, in noi 60enni invecchiati ma mai domi (a parole…). Un tentativo astuto e ben fatto di scalzare ogni odore di potere burocratico, e un buon risveglio di profumi d’erbe più o meno legali (solo l’odore, per carità).

suonatoresiae

Poi, uno slogan preso di peso da qualche giornaletto underground anni ’70:
«la creatività non ha limiti».
Che bello, gli amici, la chitarra e la SIAE, e la ragazza giusta che ci sta…

generosità intergenerazionale

20 marzo 2015

La circolare inps, con sadica puntualità, ha spostato ulteriormente il limite d’età per avere la misera e strasudata pensione. Il motivo è l’aumento della previsione di durata in vita. A me pare una profonda ingiustizia e spiego il perché. L’aumento di aspettativa di vita è dovuta, per i tanti delle precedenti e fortunate generazioni, al fatto che sono andati in pensione presto, intorno ai 50 anni. È ovvio che con tutto questo riposo questi camperanno ancora molto a lungo. Ma lo spostamento in avanti dei requisiti ce lo prendiamo noi, quelli che dovranno lavorare fino alla morte per versare i contributi.

ci vorrebbe una certa epidemia

19 marzo 2015

ci vorrebbe un’epidemia d’onestà, in Italia e in particolare in Liguria, ma a quanto pare verso il virus dell’onestà le difese immunitarie sono ben salde, da queste parti

je n’ai pas de réponse

12 marzo 2015

«Per farmi capire quanto è importante nella storia della pittura un quadro come Les Demoiselles d’Avignon di Picasso, Giuliano Briganti diceva che si puo’ parlare di quadri a. D. d’A. (ante Demoiselles d’Avignon) e quadri p. D. d’A. (post). Ma perché, gli domandavo – un po’ per provocarlo e un po’ per divertirlo col mio empirismo ingenuo – di fronte a Les Demoiselles d’Avignon, non vale il semplice piacere della sorpresa estetica? Perché bisogna sottostare all’interferenza intellettuale e concettuale che si intromette tra lo sguardo e quel quadro, per emettere un giudizio ed ammettere un’emozione? Un po’ di stupido stupore in questa nostra epoca troppo ideologicamente e intellettualmente indottrinata non sarebbe opportuno, e anzi direi, indispensabile? Così mi suggeriva il mio senso comune, che si va facendo sempre più imprudente. […] Per il senso comune non c’è dubbio: quel quadro è bruttino. Ma mentre lo guardi, se pensi e poi ripensi alle intenzioni con cui fu dipinto da Picasso, a quel che significò nella storia della pittura contemporanea, alle conseguenze che produsse la sua apparizione, e agli altri quadri che da quello furono generati, forse ti ricrederai e lo troverai bello.» (Raffaele La Capria, La mosca nella bottiglia, Elogio del senso comune, Rizzoli 1996, pag. 20)

La Capria, nel suo frizzante libretto, ha un bersaglio evidente: un certo ambiente intellettuale che egli, facendone parte, conosceva molto bene. Non se la prende solo con i critici d’arte, ma anche e soprattutto con tutte le forme di conformismo, specie coi paroloni vuoti della comunicazione politica disonesta ed invita tutti a ragionare con la propria testa, senza vergogna. Nel testo poi cerca (colto da dubbi…) di evitare lo scivolamento verso forme di qualunquismo (sempre in agguato ogni volta che ci si richiama al cosiddetto senso comune). Un libretto breve, da leggere.

Ma tornando all’arte, io sono convinto che uno sguardo assolutamente puro, che intinge il suo pennello interiore in un’estetica assoluta, non è possibile. Anche quando osserviamo un grande capolavoro del passato, siamo imbevuti della nostra formazione culturale, dei nostri miti, delle nostre nostalgie. La Capria cita i famosi Bronzi di Riace come esempio di bellezza che si coglie senza filtri, senza la predigestione di qualche maître à penser. Certo sono bellissimi, ma non c’è forse in noi il mito, l’amore, l’ammirazione per la magnifica cultura greca?

Non è facile dare una risposta. Esiste una bellezza oggettiva? O quantomeno incardinata in qualche struttura a priori della mente, magari insita nella stessa filogenesi della specie umana? Dato che anch’io sono un autentico ed inutile, pensoso, intellettuale del dubbio, inguaribile figlio degli anni ’70, anni in cui abbiamo appreso ogni sopraffina arte di giustificare le non risposte, posso scrivere: non ho una risposta. Ancora più figo in francese: je n’ai pas de réponse.

praticità

11 marzo 2015

Morire è più pratico che vivere, solo che è dura cambiare abitudini.

Fateci caso: non siamo forse l’abitudine a noi stessi?

 

rileggendo Eschilo

8 marzo 2015

Rileggendo Eschilo non pensi che sia semplicemente teatro, non pensi ai greci sulle gradinate a divertirsi. Pensi che il testo non sia rappresentato, ma come risvegliato dal profondo. Eschilo non ci appartiene, noi apparteniamo a lui.

perorazione antiromantica

7 marzo 2015

L’aspetto fastidioso delle personalità romantiche è la pretesa di esser gli unici a provare sentimenti profondi. Come guardandosi da vicino in uno specchio concavo, si vedono più grandi di quel che sono, più buoni di quel che sono, più profondi di quel che sono. In realtà le personalità romantiche sono superficiali, perché la vera profondità sta negli uomini semplici, che intarsiano nel legno quotidiano ogni giornata. L’eroismo è la gioia, non la facile tristezza.

Verde, un amore complesso

6 marzo 2015

Per quanto possa apparire strana, è veritiera l’affermazione che siamo una specie quasi cieca, nel senso che solo una piccola parte dello spettro elettromagnetico è percepita dai nostri occhi. È noto ad esempio che le api vedono l’ultravioletto, invisibile agli umani. Eppure tanta importanza ha il colore nella nostra vita, tanto che quando riteniamo la nostra vita triste, banale, la definiamo grigia oppure incolore. Rammento una cara amica, bella ma non più giovane, che, definendo colui col quale ha deciso di sposarsi, ha affermato: «Ha portato colore nella mia vita». Insomma i colori non ci lasciano indifferenti. Oggi vorrei accennare al verde, un colore complicato perché assai ambivalente. Ai nostri giorni il verde ha quasi sempre una connotazione positiva. Economia verde, energia verde, area verde. In effetti tutti amiamo il verde delle piante, dei prati, e probabilmente ricordiamo, grati, la capacità delle piante di immettere ossigeno nell’aria. Anche gli anni più belli li definiamo i nostri «verdi anni». Eppure il verde non ha sempre goduto di incondizionata benevolenza. Michel Pastoureau ci spiega quanto, nel corso dei secoli, abbia assunto una forte ambivalenza, fino a diventare il simbolo stesso del caso, dell’alea, del Destino.

«Il verde è ambivalente, è allo stesso tempo il colore della fortuna e della sfortuna, della buona e della cattiva sorte. Questo spiega i suoi rapporti con le circostanze e i rituali in cui interviene il caso. I tavoli da gioco sono verdi (per lo meno dal XVIII secolo), come sono verdi nella maggior parte dei casi i campi sportivi e in epoca feudale il prato si svolgevano i duelli o le ordalie che decidevano della sorte di un accusato. Che si tratti di erba o del feltro dei tavoli per la roulette o il baccarà, del legno dei tavoli da ping pong o del prato dei campi di calcio, la superficie su cui si gioca il destino dei contendenti resta ovunque associata al colore verde. Allo stesso modo, è sul “tappeto verde” dei consigli di amministrazione che si negozia oggi la sorte degli individui o delle popolazioni. Con il verde “les jeux sont faits”, e questi giochi hanno conseguenze notevoli.» (Michel Pastoureau, I colori del nostro tempo, Ponte alle grazie 2010, pag. 216)

Come tipografo e grafico, posso testimoniare quanto i macchinisti amino poco il verde, perché instabile, difficile da mantenere della stessa tonalità su tutte le copie. Un colore sfuggente, cangiante, che ha messo a dura prova la chimica dei coloranti. E poi, un sentimento ben poco simpatico, come l’invidia, l’associamo al verde, al colorito malaticcio del volto di chi cova un grande risentimento.

Ma i colori, un po’ come le persone, sono sensibili ai compagni di strada e il verde si accompagna piuttosto bene col giallo. Ma di questo ne scriveremo più avanti, per ora chiudiamo, per farci contenti, pensando al buonissimo pesto alla ligure. Un verde splendido a vedersi ma soprattutto a gustarsi.

breve noterella sul «falso»

4 marzo 2015

Anche il «falso» è un vero, a suo modo, in quanto è un sintomo, una spia, un fenomeno che, a ben comprenderlo, fa capire molto. È infatti il vero più profondo, in molti casi.
C’era un tale, fra i miei conoscenti, che dopo non aver concluso gli studi di medicina, essendo abituale alle bugie, diceva che era un medico ma che esercitava la professione solo in America, per sei mesi l’anno. In effetti alcuni mesi all’anno andava negli States (dove forse raccontava di fare il medico in Italia). Allora, io credo che la bugia per gli psicologi sia un sintomo «verissimo» di uno stato d’animo, un prezioso accadimento da studiare. Del resto anche la psicologia stessa si basa sulla bugia che esiste una «psyké», ma non divaghiamo. Comunque, il falso, che impregna moltissimo dei nostri accadimenti, è a mio avviso una verità di non banale consistenza.

Sul tema del falso, segnalo (nuovamente) il bel testo di V. Giacchè:

http://diego56.com/2014/03/16/la-fabbrica-del-falso/

Segnalo anche il post (coltissimo come sempre) del Prof. W. dal quale ho divagato sul tema.

http://bruschi.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/03/01/zetetica-dubbio-esposito/

una pratica dialettica da riscoprire

27 febbraio 2015

«Se l’origine della sapienza greca sta nella “manìa”, nell’esaltazione pitica, in un’esperienza mistica e misterica, come si spiega allora il passaggio da questo fondo religioso all’elaborazione di un pensiero astratto, razionale, discorsivo? Eppure nella fase matura di questa età dei sapienti noi troviamo una ragione formata, articolata, una logica non elementare, uno sviluppo teoretico di grande livello. A rendere possibile tutto ciò è stata la dialettica. Con questo termine non va inteso ovviamente ciò che vi includiamo noi moderni: dialettica è qui usata nel senso originario e proprio del termine, ossia nel significato di arte della discussione, di una discussione reale, tra due o più persone viventi, non escogitate da un’invenzione letteraria.» (Giorgio Colli, La nascita della filosofia, Adelphi 1975, pag. 73)

Fa bene discutere, fra interlocutori disposti al rispetto. Ma anche dentro noi stessi ho la netta sensazione che un ragionamento razionale necessita del linguaggio, della sintassi, delle parole ben incardinate. In fondo anche quando dobbiamo ragionare su qualcosa dobbiamo costruire un discorso sensato, suddividerci in due interlocutori che soppesano e confrontano le scelte, le possibili soluzioni. Solo il linguaggio consente un pensiero astratto molto articolato, solo il linguaggio contiene i pezzi del meccano per costruire un pensiero che sia razionale. E gli animali? Forse che non pensano? Pensano, amano, valutano, conoscono, ma non sono in grado di costruire un pensiero astratto, nel senso letterale del termine, un pensiero scritto che continua, con potenza intatta, alla morte del pensatore. Ma torniamo al grande Colli. L’amore per la discussione reale, il confronto leale ed attento fra due persone, è una pratica spesso sepolta sotto l’invettiva, lo slogan, l’essere «sul pulpito» televisivo o anche internettiano. Questi mezzi attuali, questa possibilità di interlocuzione così potente che ci offre la rete, non sprechiamola, torniamo a quei grandi che fecero scaturire dal magma mistico e religioso la filosofia. Nel mio piccolissimo, a volte, ci provo.

le donne che piacciono a me

26 febbraio 2015

Mi piacciono le donne colte. Una citazione da Nietzsche (o magari da Lou Salomè) mi provoca un brivido di passione. Una frase dedicata a qualche profonda, antica scrittura, dalla bocca d’una donna, è per me un richiamo erotico. Ma l’aspetto curioso non è che amo solo la mente fervida d’ingegno, in realtà la donna che incarna questa sapienza diviene tutta, nella sua fisicità, oggetto del desiderio. Forse è qualcosa di edipico, forse è il ricordo nascosto del nettare materno che si trasfigura nella conoscenza. Forse è una forma erotizzante dell’amore per i libri, traslato nella direzione che la natura impone, al desiderio. In effetti, per quanto ami i libri, una donna colta è molto di più, è la sintesi fra il desiderio ancestrale e quello culturale. Del resto, forse, io sono adatto: appena appena colto da capire, abbastanza ignorante da non essere in concorrenza, bensì un allegro diversivo. Per oggi confessioni erotiche direi basta, questo è un blog serio.

Oriente, dentro

25 febbraio 2015

«Bhumananda che mi ha accompagnato durante l’escursione mi vuole nella sua tenda; dopo un lungo discorso sul significato psicologico e sulla potenza del battesimo mistico, lo vediamo cadere in stato di trance.
È chiaro che per persone come lui il mondo dello spirito è più reale di quello che per noi non sia quello della materia. Noi pensiamo che l’asceta dell’Oriente dissipi vanamente in sogni il breve tempo che ci è sortito di passare sulla terra e corra dietro a fantasmi e visioni, egli d’altro canto ha pietà di noi che andiamo in cerca di cose che non sono nostre e mai lo saranno e avidi di ciò che non ci appartiene rinunciamo a quel gaudio che sboccia solo da un’intensa vita spirituale raccolta e distaccata.» (Giuseppe Tucci, Tibet ignoto, Newton Compton, 1978, pag. 85)

Oggi l’Oriente forse non esiste più. Oggi l’Oriente è l’occidente più crudo fatto Cina. O forse c’è ancora, ma è interiore, in quella a volte nitida, ma più spesso sfuggente, sensazione che la strada giusta sia dentro di noi, il più possibile lontano dalle robe in vendita. Non è un caso che, ad esempio, una buona camminata da soli, su un sentiero che porti comunque ad un punto di vista sull’immenso (sia esso cielo, come mare o ampia vallata), più che in un posto ci porta al sentire, più nell’omerico diaframma che nella testa, un «noi stessi» più quieto e profondo.

il vero scopo dell’abbondanza

23 febbraio 2015

Tempo fa ero invitato al matrimonio di parenti del sud Italia. Una bella festa, senza risparmio, per una giornata ed una serata dove in un breve lasso di tempo si consuma l’evento. La gioia della festa che oltrepassa ogni prudenza, ogni dosatura delle risorse, la festa come vera, totale, eccezione. Non è una famiglia povera, ma neppure ricca, persone ragionevoli e per bene, ma quel giorno «deve» essere un rito condiviso, ampio, la dimensione del privato deve tracimare nella festa collettiva. Un rapporto col denaro speso più arcaico, più munifico di ogni prudenza piccolo borghese, e se entri nella logica capisci la grandezza di quello che potrebbe apparire uno spreco.

Quella festa mi è tornata alla mente leggendo un curioso e denso libro, edito da Adelphi nel 2000. È un testo di Georges Bataille, «Il limite dell’utile», una raccolta di scritti, materiale eterogeneo e ricco di spunti su molti temi, uno dei quali è proprio quello della festa, dello «spreco» munifico ed essenziale per la coesione di una comunità.

Gli spagnoli, quando invasero il Messico, rimasero stupiti dai comportamenti di figure che definiamo «Mercanti» ma che non erano qualcosa di simile ai mercanti europei. Il commercio non era tutto finalizzato all’utile, ma molta importanza stava nei regali, negli omaggi, nel prestigio glorioso della generosità.

La ricchezza, e questo vale anche per gli antichi europei, non era tutta ripiegata sul privato ma era un dovere morale riversarla nelle feste, in forme di gioia collettiva dove la ricchezza del singolo si tramutava in valori più importanti del denaro stesso. Onore, generosità, gloria, prestigio. L’accumulo non diventava conti cifrati in Svizzera o alle Cayman, ma trovava il senso nella festa, nel regalo, nei momenti di grandezza ostentata non per dividere, ma per unire la comunità.

Non è banale questa prospettiva, e ci fa riflettere anche sui limiti dell’economia del nostro tempo, basata sull’accumulo anonimo e nascosto.

«A mio parere, la legge generale della vita richiede che in condizioni nuove un organismo produca una somma di energia maggiore di quella di cui ha bisogno per sussistere. Ne deriva che il sovrappiù di energia disponibile puo’ essere impiegato o per la crescita o per la riproduzione, altrimenti viene sprecato. Nell’ambito dell’attività umana il dilemma assume questa forma: o la maggior parte delle risorse disponibili (vale a dire lavoro) vengono impiegate per fabbricare nuovi mezzi di produzione – e abbiamo l’economia capitalistica (l’accumulazione, la crescita delle ricchezze) – oppure l’eccedente viene sprecato senza cercare di aumentare il potenziale di produzione – e abbiamo l’economia di festa. Nel primo caso, il valore umano è funzione della produttività; nel secondo, si lega agli esiti più belli dell’arte, della poesia, al pieno rigoglio della vita umana. Nel primo caso, ci si cura solo del tempo a venire, subordinando ad esso il tempo presente; nel secondo, è solo l’istante presente che conta, e la vita, almeno di quando in quando e quanto più è possibile, viene liberata da considerazioni servili che dominano un mondo consacrato alla crescita della produzione» (pag. 246)

Veramente i ricchi di oggi non conoscono la gloria. Da notare che Bataille svolge un’indagine che parte addirittura dalla vita biologica, dalla sua innata sovrabbondanza.

Il testo è ricco di molti argomenti, con efficaci escursioni nei temi esistenziali. E sempre riecheggia questo tema del donare, del donarsi, dell’uscire dalla gretta individualità.

«ogni uomo deve pensare alla possibilità sia di confinarsi nell’isolamento sia di evadere da tale prigione. Da un lato, egli vede ciò che fonda, ciò senza di cui nulla sarebbe: un’esistenza privata, egoista, vacua. Dall’altro, un mondo il cui splendore proviene da elementi che comunicano e si fondono fra di loro come le fiamme di un focolare o le onde del mare. Nel proprio intimo, una coscienza immobile resta acquattata: fuori si agitano i movimenti ciechi e l’eccesso della vita. Un uomo è inevitabilmente lacerato tra questi poli, inconciliabili, poiché non puo’ decidersi né per una direzione né per l’altra.» (pag. 141)

Alla luce di questo discusso e potentissimo pensatore francese, posso affermare che le «feste» non sono uno spreco, lo spreco è non viverle collettivamente. Che festa sia!

Georges Bataille
Il limite dell’utile
pag. 206
Adelphi, 2000

quel che dà fastidio

19 febbraio 2015

Qualcuno accusa il ministro greco di fare della filosofia. Alla fine, quel che dà fastidio di più non è il debito, ma il pensiero che lo mette in discussione. Dobbiamo tornare a fare filosofia, ma non solo nella comodità del salotto buono, la vera filosofia è tale solo se per essa sei disposto a tutto.

bei tempi

14 febbraio 2015

Bei tempi quando eravamo in ansia perchè Gheddafi aveva comprato un pezzo di Juve.

magari danzare sul ciglio

13 febbraio 2015

Ho sempre amato l’espressione «ingannare l’attesa». Nei modi di dire è spesso condensato molto dell’animo umano. Come le venature d’una roccia molto dicono sulla storia geologica del mondo. Perchè il verbo «ingannare»? Chi è che inganna, e perchè lo fa? È il tempo fermo, è il rischio di affacciarsi anche solo pochi istanti sul nostro interiore abisso, che dobbiamo sfuggire. Semplificando la questione si potrebbe anche dire che si sfugge la noia. Cos’è la vera saggezza, cos’è la vera filosofia? È la capacità di guardarlo questo abisso, e magari danzare sul ciglio, così come un ragazzo spavaldo, dai nervi saldi e i riflessi perfetti dei vent’anni. Un vero filosofo non ha da ingannare l’attesa, cerca anzi nel pertugio di quei momenti di giocare alla pari col non senso del mondo. Ingannando l’attesa, chi mi legge s’accontenti delle mie due righette, ma nei buoni libri c’è molto, molto di più.

filantropia alla greca

12 febbraio 2015

Premetto che sono incompetente sui meccanismi della finanza. Ma almeno una questione la voglio scrivere. Quando si legge che si cerca di «salvare la Grecia» potrebbe sembrare un tema umanitario, una questione di solidarietà fra paesi amici. In realtà si vuole a tutti i costi evitare che le esangui casse della patria di Pericle non possano pagare gli interessi, alti, troppo alti, promessi per raccogliere denaro. Non si salva la Grecia, si salva chi, come se niente fosse, ha golosamente investito in titoli dal rendimento alto, molto alto, nella speranza che tanto poi, con la scusa di evitare guai peggiori, qualcuno aiuterà il debitore a pagare. In una spirale senza fine, un travaso ininterrotto di denaro dai poveri ai ricchi. Tutto legale, certo, ma profondamente ingiusto. Io propendo per il default, almeno qualche sciacallo rimane a bocca asciutta. Lo so che è semplicistico, ma io sono un ignorante, pazienza.

la prima bugia

11 febbraio 2015

Quanta luce sull’intonaco, al lato ovest del cortile. Tutto proviene dalla luce, da quella copiosa e immensa sorgente d’energia. Anche il mio corpo, anche quel po’ di materia provvisoriamente aggregata in me, deriva da quella esplosione, da quella cosmica ed esagerata vicenda. Forse tutta questa importanza che ci diamo deriva dall’uso delle parole. «Io sono», la prima bugia su cui gli umani tutto hanno inventato. Spero che presto, su quell’intonaco caldo, verrà, immobile, la verde lucertola, a scaldarsi il sangue. Esco al sole, fra poco, con lo stesso intento e (mai ci riuscirò, invero) con la stessa innocente felicità.

Soglie, panchine

9 febbraio 2015

Un temibile video amatoriale che ho predisposto con la colpevole collaborazione di Graziano Del Giudice. Il tema è comunque interessante. Quella cosa di sottofondo che un ottimista definirebbe musica, è un’improvvisazione con la vecchia eko B-85.

gli stessi materiali sono già presenti in forma scritta in altro articolo
http://diego56.com/2014/06/23/soglie-g-del-giudice/

il male peggiore

6 febbraio 2015

All’idea di morire, ci si abitua. Alla burocrazia, no.

A. D. MMXV

6 febbraio 2015

Certo è molto antica questa pieve contigua al cimitero dei miei nonni. Una piccola chiesa, eppure ogni pietra, la luce stessa che filtra obliqua da sud, il marmo consunto dell’altare, tutto trasuda del sacro. La stradina sul lato era nei secoli lontani una via importante, percorso fra la costa e le vallate interne. Nei secoli lontani il sacro era presente, quotidiano, nonostante la vita fosse ben più avara di cose. Ma il senso del sacro è forse solo una consolazione? È una compensazione emersa dall’umana adattabilità, una bella invenzione per sopportare la durezza del vivere? In parte è così, ma non è solo così. Il senso del sacro è uno slancio ad afferrare il tutto, è una percezione cosmica dell’essere parte di un evento che, seppur spaventosamente complesso, è uno. Ognuno è parte del tutto, ma non è solo «parte», è anche il tutto completo. La scienza ci arriverà, ma, seppur per altra strada, c’eravamo già arrivati. Non lontano dalla pieve, oltre la grande quercia, anch’essa secolare e sacra a suo modo, c’è il parcheggio. Torno alla mia macchina, sibila il cellulare. Fine del sacro, per oggi.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 231 follower