Archive for the ‘ironia culturale’ Category

quel qualcuno

15 ottobre 2014

Il verbo esistere condensa già in sè tutto il problema. Quando io penso che esisto, chi è che lo pensa? Prima di pensarci (di esistere) esistevo sì o no? Se penso che esisto perchè esiste un corpo che porta il mio nome, non ho pensato tutto. Non ho incluso quel qualcuno, o qualcosa, o intrico strano, che pensa «io esisto». È un crocevia, un intreccio, ma il problema si condensa tutto lì.

non andateci

15 ottobre 2014

Ai politici, Grillo e Renzi per esempio, scrivo che farebbero bene ad evitare passerelle mediatiche in mezzo al fango, ben protetti dalla scorta. Non andateci, è solo un’esibizione di potere, rimanete sobriamente a fare il vostro lavoro, lontano dalle amate telecamere.

quasi libri, idee e riflessioni

12 ottobre 2014

Chi ha la pazienza di leggere le mie noterelle, sa che mi occupo di grafica e di tipografia. Vorrei raccogliere qualche ragionamento su un progetto. Il progetto è la creazione di una serie di ebook che contengano scritti per lo più frutto delle domande e sollecitazioni rivolte a persone a mio avviso competenti su un tema. Vorrei dotarli della classificazione ISBN, attraverso il marchio editoriale «Ferdeghini Tipografia Edizioni», ditta piccola ma gestita da persone per bene. Anzitutto una prima questione è il formato. Meglio PDF o Epub? In effetti il PDF mi piace molto di più per il controllo assoluto sul formato grafico, ma il formato Epub è sicuramente più adatto ai lettori oggi assai diffusi. Altra questione è il prezzo. La mia idea è il download gratuito. Perchè mai far pagare qualcosa il cui costo marginale si avvicina allo zero? Trovo anche abbastanza incongruente metter su tutta l’impalcatura e-commerce per un incasso di 0,99 euro. A che serve? A chi serve? Il modello potrebbe essere il libro di Paolo Cacciari, che fra l’altro consiglio. Se qualcuno ha nozioni sul «creative commons» sarebbero anch’esse interessanti. Chi ha qualche idea al riguardo, anche ruvidamente avversa, se annota qui mi fa piacere.

scrivere limpido

3 ottobre 2014

Possiamo con le parole cambiare il mondo?

No, se alle nostre stesse parole non crediamo, se le indossiamo per guardarci allo specchio. Se le nostre parole sono comode, accoglienti, rifinite in buona pelle artigianale, noi crogiolati dentro siamo inutili e meno dignitosi di chi, almeno, sta zitto. O forse era una pretesa, forse le parole servono, ma senza sicumera, bastano due o tre lettori che le apprezzano. Forse abbiamo fretta, non sappiamo scrivere per chi, nella sabbia, fra mille anni, sulla riva, troverà la bottiglia. Il difetto delle parole scritte è l’aspettativa dello scrivano, ma chi scrive deve saper svanire, svaporare nel nulla, solo così scriverà limpido, senza la vanità che tutto guasta.

Nokia 3310, il vecchio, l’antico, il tempo.

2 ottobre 2014

Nokia 3310, il vecchio, l’antico, il tempo. Due parole senza pretese.

fratello ricordati che

1 ottobre 2014

Oggi pare sia difficile morire. Il confine fra morte e vita si è dilatato in un’oscena terra di nessuno. Le macchine, seppur utilissime e benedette in molti casi, possono diventare una condanna al non morire. Oggi, nel lugubre asettico dei reparti della morte sospesa, il monaco incontrandoti non direbbe più «fratello ricordati che devi morire», bensì, assai più terribile potrebbe ammonire: «fratello, ricordati che non puoi morire».

sempre ti fanno notare

29 settembre 2014

Era un grande sul serio. Socrate affermava «so di non sapere». Era sincero. Quelli che son venuti dopo, quando dicono «so di non sapere» per lo più sono afflitti da falsa modestia, in quanto tutte le volte che lo dicono, sempre ti fanno notare che lo diceva anche Socrate. La vanità si annida astuta proprio nella modestia.

la missione

23 settembre 2014

– Com’è andata, sergente?
– Una missione semplice, capitano, tutto come previsto.
– Ma le hanno creato dei problemi?
– No, capitano, erano già in grande confusione, si odiavano fra loro.
– Allora è tutto a posto?
– Si, certo, la disinfestazione è stata rapida, ora il pianeta è libero, forse lo possiamo bonificare.
– Certo quei brutti bipedi, mi pare si chiamassero «uomini», erano davvero infestanti. Nessuno li rimpiangerà, pensi che mangiavano altri mammiferi, una cosa repellente.

ripartire

20 settembre 2014

È dalle sensazioni semplici che occorre ripartire. Dal tatto, dall’olfatto, dal contatto non mediato attraverso uno schermo (sia nel senso letterale che ampio del termine). Ripensarci come creature concrete, pulsanti, vive, che amano e cercano la relazione diretta, genuina, non delegata. Non si puo’ vivere di tutto un corredo di merci preconfezionate, non possiamo essere solo l’ultimo anello della distribuzione, il consumatore finale che in realtà consuma se stesso, il proprio tempo, il proprio senso. Dobbiamo tornare a essere vivi, faticosamente vivi. Dobbiamo riscoprire il piacere di stare assieme senza pagare il biglietto, senza l’obbligo di uno svago che è solo consumo, spettacolo idiota. Lo strato vero dell’umano forse c’è ancora, non deve farci paura. Certo, la morte camuffata da vita ci ha quasi ghermito, ma non è detto, a volte riemerge, fresca e imprevista, una nuova consapevolezza. Forse.

dal tempio, nuova versione dei fatti

17 settembre 2014

I mercanti hanno scacciato Gesù dal tempio. È andata così, facciamocene una ragione, era un fastidioso idealista, quel figlio di falegname.

i segreti del successo

17 settembre 2014

Molti italiani amano il brioso boy scout perché sono convinti che cambierà molte cose sul serio. Molti altri italiani amano il brioso boy scout  perché sono convinti che tutti quei proclami sono la rassicurazione che non cambierà proprio niente. Quelli che non lo amano lo sopportano perché pensano che tanto al suo posto verrebbe uno ancora peggio. La comunicazione è tutto, specie se sotto c’è il nulla o quasi.

il tramonto senza il rosso

17 settembre 2014

Me li ricordo, i vecchi operai. Per loro era naturale votare comunista. Ma non era gretto calcolo, il ritenere cioè di fare i propri interessi. Tant’è che alcuni, divenuti imprenditori negli anni del cosiddetto miracolo economico, continuarono nell’adesione a quello che era un ideale. A volte gli ideali sono anche sbagliati, ingenui, grossolani, ma hanno comunque un respiro nobile. Oggi è difficile trovare chi abbraccia una causa per la sua presunta giustezza, oggi si suffraga un partito o, ancor peggio, si aderisce ad una rabbiosa opinione diffusa, come animalesco, istintivo riflesso alla tutela del proprio privato interesse. La fine delle ideologie non ha lasciato il passo ad un sobrio e saggio ragionare, ad una positiva concretezza. Quel che viene contrabbandato come concretezza è in realtà cinismo, paura, risentimento, rivalsa. Le ideologie certamente hanno portato grandi errori, ma il disincanto attuale è ancora peggiore, mette a nudo il problema: la scimmia che sa scrivere sa amare solo il proprio branco, per il resto odia tutti gli altri o, al massimo, prova gelida indifferenza. Aveva ragione il buon Oswald, siamo al tramonto. Un tramonto senza la bellezza rossa del cielo.

la trappola corporativa

15 settembre 2014

Il modo migliore perchè gli sfruttati non si ribellino è dare ad alcuni fra loro un qualche privilegio, magari una paga migliore e sicura. Accadrà che i detentori del piccolo privilegio difenderanno con animalesca dedizione lo statu quo, per paura di scivolare nella casta inferiore. E gli sfruttati sul serio, quelli che pagano per tutti, odieranno i piccoli privilegiati della porta accanto e lasceranno in pace i veri responsabili. Così, la trappola corporativa è la forma più efficace di controllo politico.

iconografia della vittima

13 settembre 2014

Questione non banale il rapporto fra creature non umane e la loro raffigurazione.
Faccio un esempio: giorni fa passando davanti ad una specie di friggitoria dove servono del pollo appunto fritto, osservai che campeggiava una figura disegnata di galletto tutto allegro e ammiccante. A pensarci una davvero tragica ironia raffigurare la vittima sorridente come marchio di fabbrica, un po’ come certi maialini allegri raffigurati sui salami.
Il disegno, affermerebbe qualche osservatore superficiale, è una cosa giocosa, non c’è nulla di male. E invece no perchè è proprio il disegno l’elemento simbolico più potente di tutti, il galletto sorride, il maialino sorride, la trota sorride, come dire se mi mangi mangi la felicità.
Nessuna raffigurazione è innocente, al riguardo.

non avrai altro brand all’infuori di me

8 settembre 2014

Mettersi in coda sei giorni prima per acquistare un Iphone ultimo modello è in tutto e per tutto una manifestazione di culto. Forma devozionale ad un brand che assume connotati religiosi. La religione vera è un’altra cosa, sia chiaro, ma l’aspetto devozionale è il medesimo. Ci tornerò su questa faccenda.

quel fiotto arcaico

4 settembre 2014

Il piacere erotico è una forma di conoscenza. (more…)

smettere di scrivere

2 settembre 2014

Già scrivere «amo la solitudine» è la prova che non la sai sopportare. Vuoi che si sappia della tua bella solitudine? Che solitudine da quattro soldi! Troppi filosofi da strapazzo in giro. D’un vero, autentico, filosofo non c’è la traccia, perchè ha obbedito alla consegna del silenzio. Eroica e benedetta, la mano che posa la penna, per sempre. È una tentazione, ma non ci riuscirò.

le rendite di posizione

2 settembre 2014

«Non ci devono più essere rendite di posizione».

Affermazione condivisibile, tutti d’accordo. Ma c’è un piccolo problema: ognuno pensa alle rendite di posizione altrui.

ogni donna

30 agosto 2014

Nella serata di ieri, nella bella ambientazione del Chiostro di San Francesco a Sarzana, ho assistito al recital di Emanuela Grimalda. Il titolo (Le difettose) è quello del libro da cui è tratto, di Eleonora Mazzoni. Il tema è un tema femminile molto complesso, quello delle maternità «tardive». (more…)

scarsi materiali di scrittura, meno male

30 agosto 2014

Per scrivere un’autobiografia è necessario aver avuto una vita eccezionale, o nelle realizzazioni o nelle tribolazioni. A questi punti m’auguro di non avere alcuna autobiografia da scrivere. Sarò autore di un perfetto silenzio postumo. La perfezione non esiste, o meglio: è il non esistere.

la paura

27 agosto 2014

«L’africano, negroamaro viene in mente di chiamarlo per contraddire la buonanima degli angeli biondi, il capo rincagnato sul collo della sua giacca a vento azzurra, ondeggia ora su una gamba ora sull’altra, quasi sapesse che il moto alterno del peso sui piedi giova alla spina dorsale e invece si tratta di freddo, nelle due mani regge due fasci di ombrelli differenti, convenzionali gli uni, e da borsa i restanti; egli attende. La pioggia arriverà, lo sa bene. Per questo si ritiene fortunato, la posizione è buona, nel vasto androne di un palazzo antico, gli è parso così a giudicare dal ferro battuto del cancello che chiude ai passi indiscreti un giardino molto privato [...] Piove alla fine come si deve, l’africano si aspetta che almeno qualcuno corra a ripararsi dove lui sta in guardia come i suoi progenitori hanno fatto per secoli, con fatica e abilità, in attesa di un animale disposto a farsi olocausto per centinaia di denti bianchi, di neri affamati e, più alto dei suoi ombrelli, egli attende non una preda, ma di vendere. La nascita della tragedia.»

(da Pasquale D’Ascola, L’Ombrellaio, dalla raccolta I venticinque racconti della signorina Conti, IPOC, Milano 2014)

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non te la prendere, Enrico

26 agosto 2014

Certo stanotte potevi apparire a qualcuno che conta, non a me. Ma che hai? Sei arrabbiato? Sì Enrico, hai ragione. Non ti piace questa faccenda. D’accordo, è bello esser ricordati ma, sicuramente, cogli la differenza fra l’esser ricordati e l’essere riutilizzati. Capita a tutti quelli che sono stati importanti. Anche quello con la barba, il filosofo di Treviri, pensa quante sciocchezze in suo nome. E quello bello, buono, figlio del falegname? Son 2000 anni che viene frainteso, quasi sempre in malafede. Enrico, non te la prendere, noi vivi siamo fatti così, un po’ ladri e un po’ ruffiani.

supplenze

25 agosto 2014

Mais ou sont les neiges d’antan?
(F. Villon)

Le supplenze saranno abolite. Forse è giusto. Ma nel ricordo nessuno le puo’abolire. Le giovani supplenti sono state, per noi ragazzini, imprigionati nelle cupe classi di soli maschi, i primi oggetti delle fantasie erotiche. Bastava una gamba accavallata, sotto la cattedra, per nutrire settimane di nascoste fantasie. Oggi, care supplenti del tempo che fu, se ancor siete vive, di sicuro siete vecchie professoresse in pensione, un po’ scassate. Tranquille: il tredicenne brufoloso di allora, non v’ha mai dimenticate.

saggistica e letteratura, ragioni d’una preferenza

24 agosto 2014

Grande è il mio rispetto per la letteratura, nullo il valore del mio giudizio su quel che viene scritto, vista la mia incompetenza. Posso dire però che leggo più volentieri un saggio rispetto ad un romanzo. La buona saggistica non è fredda, è invece innervata della passione, del sacrificio, dell’entusiasmo dello studioso. Il saggio non viene scritto per piacere al lettore attraverso il rapimento, il coinvolgimento, ma per trasmettere e accompagnare l’amore per la conoscenza (e non solo la conoscenza positiva, ma anche quella forma di conoscenza più profonda che è il dubbio, il problema). Non amo i mondi inventati, già è un intreccio di misteri il mondo che c’è. Forse il racconto antico, il racconto dell’epoca lontana in cui religione, narrazione, conoscenza erano inscindibili non soffre l’artificio che io avverto nella letteratura. Quanta passione, quanto amore, quanta vita che c’è in un libro che narra di scoperte, esplorazioni, osservazioni! Quanto stupore, nonostante il rigore, trapela da un buon libro di divulgazione scientifica, antropologica, storica! Lo so che ci sono romanzi bellissimi, ma la vita è già di per sè bellissima e terribile, mi pare freddo ed evanescenze l’inventato rispetto al compreso, all’indagato. Di certo qualcuno puo’ obiettare: ma ci sono grandi romanzi che grazie al racconto fanno conoscere con grande efficacia un tempo, una cultura, una condizione umana. Lo so, ma sono pochi, isole benedette in un mare di parole inutili. Un’opinione molto personale, chi mi è amico mi perdonerà. I libri a forte contenuto autobiografico sono un mondo a parte, ci torneremo su.

un’arte

21 agosto 2014

il matrimonio è l’arte di tacere senza mettere il muso

ribelle?

20 agosto 2014

L’idea agghiacciante che ho della Cina è il suo essere il vero definitivo occidente. Le insegne dai colori crudamente vivi, le lucine, le cianfrusaglie traboccanti dal retrobottega fin sotto i portici, sono il precipitato, il distillato del nostro tempo. Perfino il profumo del cuoio dei buoni salotti borghesi al tramonto, sembra un soffio di libertà possibile. Chissà se il meno peggio della vecchia Europa saprà partorire un nuovo slancio guerriero, insofferente della finanziaria camicia di Nesso. Qualunque forza, purchè si opponga alla modernità, mi coglie benevolo. Sono un reazionario ribelle.

sulla gentilezza

19 agosto 2014

George Saunders
L’egoismo è inutile. Elogio della gentilezza.
Traduzione Cristina Mennella
Minimum Fax 2014
pag. 73

inflazione e deflazione

18 agosto 2014

Mi perdonino le signore in lettura per la volgarità dell’eloquio.

Quando avevo circa vent’anni il satanasso da scongiurare era l’inflazione, idra dalle sette teste che divorava il futuro, ora che son vicino ai sessant’anni, sembra che il diavolo, la bestia immonda che impesta il giardino sia la deflazione. Questi soloni dell’economia son come quelli che scureggiano in ascensore e poi, uscendo nell’atrio declamano: «Che puzza! Dove andremo a finire?»

breve genealogia del poetico

16 agosto 2014

A volte chi ti legge capisce più di te che hai scritto. Scrivere bene è arrivare sul ciglio, affacciarsi fuori anche da se stessi. Potenza delle parole, cioè il contenere qualcosa in più di quel che si crede di scrivere. La poesia è questo ingrediente nascosto, questo dio che danza inaspettato.

Come finisce il libro

7 agosto 2014

Come tutti i giovani affascinati dalle letture intorno ai vent’anni scrissi un brutto e acerbo libro. Essendo pigro la forma prescelta furono gli aforismi, che si prestano tanto alla presunta genialità quanto alla reale scarsa attitudine alla fatica (quale componente prevalga dipende dalle qualità dello scrivano). Credo che l’umanità possa proprio fare a meno di quegli scritti, in questa sede voglio ragionare invece sui supporti materiali dove il modesto secreto delle meningi andava a riposarsi, la nicchia sicura per resistere al meritato oblìo. In un cassetto (tutti hanno un brutto libro nel cassetto) ho ritrovato una copia cartacea (fotocopie) e un superbo floppy disk da 400 k. Quale di questi due supporti consente, a distanza di qualche anno, la rilettura senza problemi di quel capolavoro? La risposta è scontata.

La mia ingloriosa vicenda autoriale è riemersa dalle vergogne della giovinezza grazie alla lettura di un buon testo. Si tratta di «Come finisce il libro» edito presso Minimum fax e scritto da Alessandro Gazoia. Questo brioso scrivano è anche un blogger, anzi direi che è prima un blogger e poi uno scrittore, e il dettaglio non è ininfluente sui ragionamenti con cui tedierò gli amici in lettura.

La fine dei filtri?

Quanto l’avvento del web ha inciso su quel fenomeno variegato che definiamo «letteratura», quanto l’avvento di questo traboccante vaso di Pandora digitale ha sconvolto il presente e il futuro dei libri? Anzitutto bisogna focalizzare sulla funzione dell’editore, figura imprenditoriale e culturale al contempo. Per lunghi anni è stato il crudele filtro fra i cassetti colmi di manoscritti incompresi e gli scaffali delle librerie. Sull’argomento negli anni ’90 fu abbastanza discusso un articolo di Umberto Eco sulla rivista elettronica «Golem». Rispondendo alla lamentela di un volenteroso scrittore inedito per la scarsa o nulla considerazione rivolta ai suoi manoscritti, il supercelebrato Eco nazionale ebbe a spiegare che, nonostante qualche cantonata, il filtro degli editori è utile e opportuno. Anche i respingimenti famosi, come quelli subiti da Proust o da Tomasi di Lampedusa, vanno considerati come eccezioni, errori statisticamente possibili, di un meccanismo nel complesso funzionante. Peraltro poi, a soccorrere lucrando l’irresistibile desiderio di vedersi pubblicati, ci sono gli editori a pagamento, figure non illegali ma su questi quivi sorvoliamo. Questa situazione consolidata non significa affatto che gli editori oggi riescano a «fare argine» al progressivo decadimento della letteratura. A furia di pubblicare il libro del calciatore, del cantante, del cuoco e del parrucchiere famoso, per potersi permettere la pubblicazione in perdita dei libri «veri», il livello generale si abbassa, si appiattisce, la funzione di coscienza d’un’epoca che la letteratura ha offerto per secoli sbiadisce sempre più. Comunque, la consolidata posizione dell’editore come intermediario ineludibile del prodotto letterario si incrina con l’arrivo dell’internet e il Gazoia individua almeno due fasi distinte.

L’avvento dei blog

Una prima fase la potremmo definire quella dei blog. Dalla pubblicazione su un blog deriva il fenomeno Saviano, che all’inizio del nuovo millennio incarna una nuova strada, una nuova palestra di scrittura da cui gli editori possono attingere le penne di qualità. In qualche modo l’editoria comincia a dover inseguire chi, bene o male, ha un mezzo di pubblicazione gratuito, potente, che salta a piè pari la fatica e il costo del supporto cartaceo. Certo non tutti i blogger sono grandi scrittori, però la breccia nella città fortificata dell’editoria tradizionale appare evidente. Anch’io sono convinto che le evoluzioni tecnologiche comportano sempre dei nuovi modi non solo di agire, ma anche  e soprattutto di pensare.

Gli ebook autopubblicati

Dopo la fase dei blog, circa dieci anni dopo il fenomeno Saviano, ecco l’avvento degli ebook e dell’autopubblicazione. Non solo viene aggirato il tradizionale filtro dell’editore per farsi conoscere, per esordire e affacciarsi al mare (affollato) dell’offerta di lettura, ma viene superata, oltrepassata, sterilizzata la figura stessa dell’editore (che non seleziona più talenti ma al massimo li recluta dopo il loro iniziale successo). L’autore si sofferma sulla piattaforma Kindle Direct Program, la piattaforma di autopubblicazione organica all’ “ecosistema» Amazon, che consente (come altre piattaforme on line) di vendere direttamente il frutto del proprio talento letterario (o per meglio dire il frutto del proprio fiuto commerciale che è un’altra cosa).

Facile entrare, difficile uscire.

Gazoia è molto critico nei confronti di Amazon e riferisce dell’allarme di molti osservatori del mondo editoriale di fronte ad un soggetto molto forte, aggressivo commercialmente, che si pone come unico referente per il lettore. Il tutto in una evidente asimmetria per cui Amazon sa moltissimo del proprio cliente e il cliente sa pochissimo di Amazon, di quel che avviene nei suoi magazzini, delle trattative con gli editori, della strategia fiscale lussemburghese. In effetti fa riflettere l’adozione di un sistema proprietario, uno standard che tende a rinchiudere il cliente nonostante lo si coccoli e lo si gratifichi in ogni modo. Facile entrare, difficile uscire.

«La famiglia Amazon Kindle, sola contro tutti, non legge il formato epub; adotta infatti il formato proprietario mobi, decisamente inferiore all’epub per numerose e precise ragioni tecniche. [...] La rivoluzione del libro digitale di Amazon è quindi anche un forte livellamento verso il basso di ogni cura tipografica, e questo è tanto più doloroso poiché esiste ed è adottato da tutti gli altri concorrenti il formato aperto epub. [...] Al momento credo che le principali ragioni per l’utilizzo del mobi [il formato del Kindle] siano di ordine culturale e commerciale: suprema indifferenza per la tipografia e volontà di rendere comunque disagevole la trasportabilità.» (p. 139)

La morbida distopia

È vero che il libro elettronico offre grandi potenzialità, opportunità editoriali a costo davvero ridotto, ma non si puo’ essere acriticamente benevoli verso ogni novità nel timore di sentirsi superati, antiquati, tagliati fuori dal futuro. Ma quale futuro? Quale lettore è disegnato nelle strategie dei nuovi padroni dell’editoria?

«Ritengo pericoloso confondere la libertà dei lettori e la promozione della lettura con la facoltà di comprare milioni di libri all’interno di un oscuro negozio globale e di un “ecosistema” digitale chiusissimo. Questa è una falsa democratizzazione, pure quando la si consideri sotto il profilo del singolo isolato cliente; anzi è una perfetta distopia “morbida”, dove il lettore, conosciuto in ogni dettaglio, viene tenuto in uno stato di euforica minorità, tra alte mura pitturate con colori vivaci, a nascondere la vista di quello che c’è fuori, e coccole azinedali che addormentano il senso critico, a favore del compra-ora-con-un-click e della condivisione di informazioni con Amazon.» (p. 202)

In gioco non è solo il futuro del libro, ma soprattutto la sua capacità di condensare arte e coscienza critica del proprio tempo. L’editoria che è in gran parte «di genere» ha perso la sua funzione culturale.

Il testo di Gazoia contiene anche interessanti confronti fra la diffusione digitale del libro e la diffusione digitale della musica, sfatando alcuni luoghi comuni e inquadrando con chiarezza le differenze storiche e tecnologiche spesso trascurate fra i due ambiti, ma ovviamente non posso render conto di tutto in queste mie già sovrabbondanti noterelle.

Sono miei ed io appartengo a loro

Per quel che mi riguarda, continuerò a comprare e leggere libri di carta. Quando sarò morto, voglio che i miei libri siano conservati, regalati, letti oppure anche buttati al macero, ma senza che qualcuno possa, con gelida e desolante prosa contrattuale, ricordare che erano solo licenze d’uso. No, sono miei ed io appartengo a loro. Ultima avvertenza: l’orrido libretto della mia gioventù non sarà mai pubblicato, quindi amici, tranquilli.

 

non voglio libri per me

2 agosto 2014

In certi siti dove si vendono i libri, è presente la curiosa funzione per cui «se leggi questo» allora potrebbe «piacerti quest’altro». Certo, anche il libraio ti consiglia, ma qui l’algoritmo è scientifico. Profilo, la loro passione. Ma non è la strada buona, la strada giusta. Pensa come sarebbe stupido un sentiero che si torcesse all’umore dell’escursionista. La strada giusta è fatta di salite e sudore, di radure improvvise, di soddisfazione d’affacciarsi al contrafforte e vedere, inatteso, il mare. Così è con le letture. Letture troppo adatte, cucite addosso al lettore, rapidamente sono la guaina aderente del «genere». Non voglio libri per me, voglio libri contro di me, da cui uscire nuovo, e respirare. La lettura facile è la morte della lettura.

confluire nel fiume puro

1 agosto 2014

Sei luce d’accento, onda che si sfalda
ricamo della sabbia sulla bocca
dolcezza amorosa senza scampo,
colma di canto, vortice di terra,
fluire di lussuria e di sospiri.
Gettata l’àncora nel tuo vasto delta
umido affondo come uomo antico
annego nell’esplodere del bianco
sono goccia confusa col tuo mare.

(Mare, da A.G. Biuso, Un barlume di fasto, Ediz. Scrimm)

Cosa cerchiamo (*) nel piacere erotico? O meglio, perchè ci piace il piacere? Durante la sensazione del piacere non siamo in grado di descriverlo, o quantomeno di scriverlo (almeno chi ha ancora un antico pudore) per cui possiamo dirne dopo, raccontarlo. Alcuni poeti, come in questo caso, ci riescono con la potenza del verso e della metafora. In realtà non raccontiamo ma semplicemente diciamo: «ho provato quella sensazione lì, che di certo hai provato anche tu», quindi si rimanda alla ragionevole somiglianza dei corpi e delli apparati percettivi altrui. Detto questo, cosa cerchiamo? Secondo me cerchiamo soprattutto di non essere, cerchiamo di sfuggire alla tenaglia del sapere di esistere, per confluire nel fiume puro della sensazione, ed anche per fuggire da krònos, il tempo tiranno, per aiòn, il tempo sereno della totalità. Insomma, il piacere erotico è una forma di conoscenza, forse la più essenziale, giacchè ogni conoscenza vera ha sempre il sapore dell’abisso o dello spazio senza confini.

(*) piccola autoironia: laggasi «cercavamo»

sul ciglio

28 luglio 2014

Non mi piace Renzi, ma non mi piacciono quelli cui non piace Renzi, non mi piace nessuno, in questo paese dove tutti hanno ragione perchè in realtà hanno tutti torto. E non mi piaccio neppure io, sul ciglio del fosso chiamato qualunquismo. Che brutto periodo.

sul silenzio

22 luglio 2014

Il silenzio è come il bianco nei colori, non c’è un silenzio uguale a un altro. C’è il silenzio dell’attesa, proteso ad una risposta, ad una telefonata che si attende o che si teme. C’è un silenzio del dopo, nella sospesa consapevolezza che è un evento è accaduto, sembrava non dovesse mai, e invece è accaduto. C’è il silenzio della quiete di un mattino limpido, e respiri ampio, bevendo l’aria fresca. C’è il silenzio increspato di parole scritte, cancellate, riscritte e infine riassorbite nel silenzio, il silenzio onesto del foglio lasciato bianco. Io credo che dentro, nel fruscìo delle sinapsi che c’illudono di esistere, si nasconde il silenzio totale del non essere, quello che solo i filosofi bravi sanno afferrare. Il silenzio comunque è il punto di partenza e, se un dio clemente lo concede, il punto d’arrivo.

oltrepassarsi

16 luglio 2014

Uno degli errori fondamentali che compie un uomo è l’autocritica assolutiva, dalla quale anche il sottoscritto non è esente. Per decenni gli psicologi (e con esso l’ampio stuolo di quelli che di mestiere pensano a come devi pensare) hanno proposto la soluzione del cosiddetto accettarsi. Certo le questioni sono serie e gli studiosi anche, ma riducendo all’essenziale il messaggio che è passato lo si riassume in quello. In effetti molti problemi, specie nell’adolescenza (che pare ormai traboccare temporalmente fino alle soglie della menopausa e dell’andropausa), derivano dal non piacersi, dal sentirsi poco accettati dagli altri perchè in realtà non lo si è da se stessi. Ma da tempo nutro un dubbio. In realtà questo accettarsi non è affatto la fine dei problemi ma è l’inizio laddove è una forma di autoassoluzione facile, a portata di mano. Dobbiamo ripartire con chiarezza dal concetto di mente. La nostra mente, il nostro apparato corpomente, è una struttura adatta a gestire una tensione fra ciò che vogliamo avere o fare e ciò che, nell’ambiente in cui siamo immersi, ci è di ostacolo. Insomma la mente è la struttura che trova nella capacità d’adattamento la sua più nitida espressione. Qual’è il vero e proficuo adattamento? Io credo che il punto chiave sia la comunicazione, la capacità di incardinare processi collaborativi fra la nostra mente e quelle altrui (siano esse umane, oppure di persone non umane cioè gli animali, oppure artificiali, ma questo punto è controverso). Essere sociali, zòon politikòn diceva il grande stagirita, è la nostra vera essenza, e la nostra felicità (parola complessa su cui torneremo) è alla fine il non essere, in termini dinamici e di scopo (tèlos) noi soli, ma noi parte di un tutto dinamico. Quindi non serve accettarsi, ma sostanzialmente relazionarsi, oltrepassarsi, superarsi, andare oltre.

saggezza apparente

14 luglio 2014

sono così pigro che non riesco neppure ad essere antipatico a me stesso: mi accetto come sono non per saggezza, ma per stanchezza

questo nostro dio

12 luglio 2014

Ho letto che i Pigmei non conoscono il denaro. Ovviamente quei pochissimi che ancora vivono di caccia e raccolta negli spazi residui alla distruzione delle foreste. Anch’io detesto il denaro, lo voglio affermare con chiarezza, anche se questa affermazione presta il fianco alla penosa obiezione: «allora non sei coerente, perchè ti fai pagare?». A questa obiezione banale ed espressa spesso in malafede qui non rispondo. Detesto il denaro perchè sento quanto è in grado di falsare i rapporti reali, le relazioni fra un uomo e il suo ambiente, fra un uomo e gli altri umani, fra un uomo e gli altri animali non umani. Perfino quando lavoro e mi pagano (per un grafico esser pagato ha spesso dell’evento miracoloso ma ne scriveremo in altra sede) provo vera soddisfazione se chi mi paga è contento, apprezza il mio lavoro, vi intravvede un’abbondanza di bellezza e qualità che non è compresa nel prezzo. Questo «non pagato» rientra nel piacere della relazione, dell’amicizia. Ma credo che se ognuno di noi osserva le reali relazioni umane, anche se incardinate in un rapporto commerciale, si accorge di come trabocca, traspare, questo desiderio di apprezzamento, di dialogo amichevole. Classico esempio il ristoratore che apprezza l’elogio del commensale e, nella gran parte dei casi, non è solo per la certezza di conservare un cliente. Il problema del denaro è la freddezza del potere che condensa in quella banconota o, ancor peggio, in quella tesserina magnetica, o peggio ancora in quel computer d’una corazzata «city». Un potere senza morale, assoluto, un sigillo che marchia a fuoco colui che il denaro non ha rispetto a colui che ne ha in sovrabbondanza. Un potere che non scade, non marcisce, non ha il problema della conservazione materiale. Faccio un esempio: chi ha un orto che produce buone zucchine in abbondanza rispetto alle sue esigenze, facilmente ne regalerà ai suoi vicini, agli amici, perchè tanto se non le usa, marciscono. Invece il denaro non marcisce e scivola velocissimo nelle reti telematiche, da un continente all’altro. Guai a chi vuol frenare il denaro, viene tacciato d’essere un antiquato protezionista. Il movimento del denaro è sacro. Mentre il movimento delle creature umane è fastidioso, inelegante, specie quando annegano malamente fra due sponde del Mediterraneo. I Pigmei non conoscono il denaro, e non sanno che la foresta è stata distrutta per lui, per questo nostro dio mostruoso e insensato.

bugie corazzate

9 luglio 2014

Le bugie più corazzate son quelle propinate con sguardo dispiaciuto come «dolorose necessità»

due ruote, da Spezia a Piacenza

8 luglio 2014

Pubblico questo ebook gratuito di un testo che scrissi qualche tempo fa. Il disegno della copertina è dell’autore, cioè l’ho fatto io.

copertinaVincere

Per scaricare fare click qui.

la scuola secondo me

8 luglio 2014

Non faccio mistero di avere un’idea conservatrice della scuola. Idee sbagliate? Puo’ essere, ma sono le mie.

A mio avviso sulla scuola da almeno 40 anni a questa parte (diciamo dal ’68 per esser schematici) si è commesso un colossale fraintendimento.
La scuola è l’istituzione che deve offrire istruzione ai cittadini, siano essi giovanissimi come anche adulti, trasmettendo insieme alla conoscenza anche quel comune senso etico che deve permeare tutti i cittadini, in modo che la parola «nazione» e la sua struttura organizzativa, cioè lo «stato» non siano parole vuote ma parte essenziale dell’identità individuale e collettiva.

La scuola non è quella che deve accollarsi il compito di rimediare ai guasti che l’ingiustizia, la disonestà, la spregiudicatezza di un’economia amorale determinano, la scuola deve combattere solo l’ignoranza e mi pare una missione già più che sufficiente.

È ovvio che in un corpo sociale ove ogni valore è stato spazzato via dal fiume limaccioso del consumismo, del profitto rapido senza scrupoli, della visione atomistica ed egoistica del soggetto, la scuola è disarmata, perchè non puo’ accollarsi il compito impari di addrizzare le cose.

La scuola per me deve dare istruzione e conoscenza, nonchè eticità collettiva, ma tutti gli altri compiti di assistenza sociale non le competono, certamente deve vigilare e segnalare alle autorità competenti, ma è stato un errore colossale trasformare la scuola in una grande mamma che deve rimediare a tutto.

La scuola deve creare gioia del sapere, non è una pomata da spalmare sulle piaghe d’un corpo sociale malato.

 

quando un esodato torna ad Itaca

3 luglio 2014

Secondo me cosa si intenda per «complesso di Telemaco» il giovine statista fiorentino non l’ha ben compreso, o forse, anch’essa possibile evenienza visto l’interesse che provo alle sue perorazioni, non ho compreso io cosa intendesse dire. Ma dell’enfant prodige non voglio discorrere, in queste pagine, seppur modeste, ci piacciono gli argomenti seri. Torniamo alla questione del padre. In effetti molti psicoanalisti (anche uno che conosco io perchè andiamo dallo stesso barbiere, che non è poi molto diverso dall’andare dallo stesso psicoanalista) rilevano che ai giovini d’oggi manca il padre, manca quella figura su cui modellarsi, su cui misurarsi, su cui costruire, anche per opposizione e differenza, la propria identità. È il padre dei maschi, in particolare, ad essere evanescente, giacchè le femmine si modellano di più (sia in imitazione che in opposizione) con la madre. Io credo che ciò accada per una asincronia, per una sfasatura temporale legata alla produzione, al mondo del lavoro. Non credo molto alla psicoanalisi ma parecchio alle evoluzioni dei rapporti di produzione, chiamatelo marxismo se vi pare, tanto io non mi offendo mai. Quando il mio nonno entrò a lavorare nella grande fabbrica, agli inizi del ’900, essere un provetto operaio era una grande ricchezza. Aver acquisito la capacità di lavorare il metallo, aver acquisito quella robusta esperienza ai mille segreti della metallurgia, gli rese facile lavorare e insegnare a lavorare. L’evoluzione tecnologica avanzava in sincronia con l’avvicendarsi delle generazioni, diciamo per esser schematici che un lavoro appreso era buono per circa 40 anni. Oggi due sono i fattori mutati: il lavoro appreso invecchia rapidissimamente e il sapere legato al lavoro conta sempre meno. Oggi un uomo di 50 anni, se non è protetto da qualche garanzia giuridica, non vale niente, non conta niente, la sua esperienza è solo una saccoccia di ricordi importanti per lui ma di nessun valore per il dio del mercato. E allora, i padri, in queste condizioni, in questo essere carnaccia da rottamare, come puoi pretendere che siano autorevoli per i figli? I giovani assorbono come spugne lo spirito del loro tempo, e il loro babbo, quel signore patetico e un po’ pelato, come puo’ esercitare la forza di Ulisse? Quando un esodato torna ad Itaca, non è travestito da straccione, ma lo è proprio e Telemaco, ovviamente, con la casa invasa dai Proci della finanza moderna, è destinato alla sconfitta. Speriamo in Penelope, ma questo vedremo un’altra volta.

il tavolo dei bimbi

26 giugno 2014

Organizzare un pranzo di matrimonio è impegnativo, lo so. (more…)

Ma davvero è lo stesso mondo…

24 giugno 2014

Un piccolo esperimento video. Il testo e la voce sono di Lucia Piombo. I rudimentali disegni sono realizzati con Adobe Illustrator, la musica è improvvisata con una vecchia Eko.

(more…)

“Soglie„ [G. Del Giudice]

23 giugno 2014

Siccome l’amico Graziano Del Giudice è pigro, e non ha un blog, ospito nelle mie ubertose paginette questo testo, che è stato redatto a supporto per una performance in un locale della Spezia. (more…)

neppure a lui

22 giugno 2014

Seppur nella profonda, totale, frontale, avversione politica (e finanche antropologica) che provo verso il Dell’Utri, trovo davvero sgradevole l’idea di limitare i libri ad un detenuto, chiunque esso sia.

importa come suono

21 giugno 2014

Nei libriccini col volto sorridente dello psicologo prêt-à-porter alla fine c’è scritto in tutte le salse che devi amare te stesso, ti devi accettare. Va bene, son d’accordo, accettarsi è giusto, ma non vorrei che dietro l’accettazione fosse acquattata la sorella brutta e zitella della rassegnazione. Forse il problema è un altro: migliorare se stessi significa soprattutto migliorare la qualità della comunicazione verso gli altri (umani e non umani), l’errore è interrogarci come singoli e non come nodi d’una rete organica di relazioni. Come fossimo le note d’una canzone, nessuna nota è bella o brutta di per sè, quel che conta è la musica d’assieme. Non importa come sono, non conta nulla, importa come suono, nella musica del vivere.

ultravioletto

11 giugno 2014

L’ultravioletto è un colore che gli umani non possono vedere. Mi ha sempre incuriosito l’accadimento d’un colore che c’è ma non possiamo vederlo. Ma non possiamo neppure immaginarcelo, visto che non è nella gamma dell’umano spettro. Per capirsi, un ippogrifo non esiste ma ce lo possiamo immaginare, come possiamo immaginare un uomo con tre teste dai capelli blu. Ma quel colore, non possiamo immaginarlo, tuttavia alcuni strumenti lo possono rilevare, così come sapere che ci riescono gli occhi di alcune creature non umane. Una dimostrazione dunque della potenza del linguaggio che puo’ abbracciare un territorio ben più vasto dei limiti sensoriali. La mente, o meglio il corpomente, è una struttura che va oltre la realtà, rimane ad essa ancorata ma puo’ abbracciare un ambito più vasto, laddove arriva la fantasia oppure la tecnologia con le sue protesi. L’ultravioletto, non lo possiamo vedere, eppure un nome glielo abbiamo dato, eppure fa parte, per dirlo con Heidegger, del nostro mondo. Non è poco, tutto ciò.

capisce meglio l’avversario dell’amico

8 giugno 2014

Il piccolo numero di persone che mi sono amiche, secondo me, tende a sopravvalutarmi. (more…)

il mio Gesù

6 giugno 2014

A cena con gli amici, a me piace quel Gesù lì. (more…)

anche se non sono snob

3 giugno 2014

Mi garba il calcio. Ma non seguirò i Mondiali. Non guardo dall’alto in basso coloro che li seguono con passione, non sono snob. Ma non seguirò i Mondiali. Auguro davvero di cuore a chi si gusta le partite di godersele in santa pace. Ma avverto troppa distanza dal mondo delle persone comuni, dei tanti senza potere che conducono una vita dura, magari cercando di mantenere la propria dignità. Il calcio non basta. È un gioco bellissimo il calcio, ma il rutilante spettacolo finalizzato, asservito a quei dannati spot, sponsor, brand e controbrand, mi pare un inganno al cuore pulito degli appassionati. Davvero auguro lo stesso buon divertimento, specie a chi, per tanti motivi, trova in quelle due ore di partita un balsamo alle proprie sofferenze (dettate dal destino o dall’ingiustizia). Ma io, anche se non sono snob, non seguirò i Mondiali.


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