fratello ricordati che

1 ottobre 2014

Oggi pare sia difficile morire. Il confine fra morte e vita si è dilatato in un’oscena terra di nessuno. Le macchine, seppur utilissime e benedette in molti casi, possono diventare una condanna al non morire. Oggi, nel lugubre asettico dei reparti della morte sospesa, il monaco incontrandoti non direbbe più «fratello ricordati che devi morire», bensì, assai più terribile potrebbe ammonire: «fratello, ricordati che non puoi morire».

Mi piaceva troppo

30 settembre 2014

Mi piaceva troppo il sole tiepido di fine settembre. Pregustavo, nelle folate fresche dai coni d’ombra, la lunga stagione dei tepori nascosti, dell’amore afferrato, fra l’odore buono dei vocabolari, con la scusa della versione di greco.
Mi piaceva troppo il buio che calava più presto, i lampioni accesi, e un foglietto di banalità orribili, piegato in tasca, ma credevo fosse poesia, allora.
Mi piaceva troppo la spiaggia con poca gente, nel pieno del mezzogiorno, una piccola enclave d’estate rubata in autunno.
Mi piaceva troppo la maturità dei miei vecchi, solidità d’esperienza non ancora corrosa dalla decadenza, dalla paura.
Non ci sono abituato a questo giro della giostra, che cigola sinistra. Vai, issa il pupazzo ridicolo che chiamano saggezza, due belle frasi incatenate, e via.

sempre ti fanno notare

29 settembre 2014

Era un grande sul serio. Socrate affermava «so di non sapere». Era sincero. Quelli che son venuti dopo, quando dicono «so di non sapere» per lo più sono afflitti da falsa modestia, in quanto tutte le volte che lo dicono, sempre ti fanno notare che lo diceva anche Socrate. La vanità si annida astuta proprio nella modestia.

l’ameba

29 settembre 2014

Quella che si gioca nel Partito Democratico è l’ultima partita di una disputa iniziata dopo il 1989, al crollo del muro e dei regimi dell’est. Allora ci si domandò: è possibile una società non capitalista? Puo’ accadere che una società capitalista possa evolvere verso un sistema socialista che funziona, privo dei gravi difetti delle esperienze tragicamente trascorse? Una buona parte dei militanti del vecchio PCI decisero che quella speranza fosse priva di fondamento, fosse un errore romantico. Infatti la strada parve a molti, di fatto, quella socialdemocratica senza se e senza ma. Ovviamente l’innesto efficace di culture e provenienze non marxiste, di stampo liberaldemocratico e cattolico contribuì alla natura non ben definita del partito nelle sue varie e, diciamocelo, anche noiose metamorfosi di nome e di simbolo. In questo nostro tempo, è proprio il capitalismo stesso, il suo meccanismo che obbliga alla cosiddetta crescita continua, a non rispondere ai problemi enormi che ci sono davanti (il più grave e imminente è il collasso del piccolo pianeta Terra). Ci sarebbe da pensare in modo radicale e nuovo su tutto, e siamo bloccati sulle piccole dispute di principio. Io credo che popoli abituati alla comodità obesa difficilmente possono produrre catartiche rivoluzioni, tanto che anche il consenso popolare non è un titolo di merito, ma la conferma della propria mediocrità. Che succederà? Non credo che vinceranno i migliori, semplicemente prevarranno i più organizzati. Vedremo che accadrà, non avverrà nessuna scissione, semplicemente l’ameba sarà ancora più informe.

alla fine

27 settembre 2014

È tutta una farsa, danzata sul ciglio dell’abisso, risate fioche sfilacciate nel vento. Alla fine, nulla importa davvero, e capirlo è la soluzione. Non c’è enigmi nel vuoto, c’è solo il vuoto.

dentro o fuori del gioco

25 settembre 2014

Breve salita per la stazione, i passi frettolosi dei pendolari, le borse piene delle scartoffie, il via vai. A metà salita, nella nicchia della porta dismessa della vecchia mensa, dorme ancora sul materasso. Del resto non è che abbia molta fretta di andare. Andare dove? Scura la pelle, chissà se sua madre, da qualche parte in Africa, si ricorda di lui, uno dei tanti, troppi, figli. I francesi, nella truffaldina lingua che si sono inventati, dicono clochard, che suona bene, non turba quanto homeless. Ogni uomo è dentro o fuori del gioco in base all’importanza che gli altri gli attribuiscono, più è solo, più diventa irrilevante, trasparente. L’appartenenza alla specie non garantisce nulla, anzi, non godi nemmeno della pietà che evoca l’animale. L’aria fresca del mattino, è fine settembre, sgombra rapidi i pensieri dalla fronte, le scartoffie e tutto il resto riprendono il posto d’onore, fino alla pausa caffè.

esperimento vettoriale

24 settembre 2014

tentativodiritratto

Ragazza al sole, elaborazione totalmente vettoriale con Adobe Illustrator

la missione

23 settembre 2014

– Com’è andata, sergente?
– Una missione semplice, capitano, tutto come previsto.
– Ma le hanno creato dei problemi?
– No, capitano, erano già in grande confusione, si odiavano fra loro.
– Allora è tutto a posto?
– Si, certo, la disinfestazione è stata rapida, ora il pianeta è libero, forse lo possiamo bonificare.
– Certo quei brutti bipedi, mi pare si chiamassero «uomini», erano davvero infestanti. Nessuno li rimpiangerà, pensi che mangiavano altri mammiferi, una cosa repellente.

meglio non incontrarli

21 settembre 2014

Qualche tempo fa D. incontrò il suo vecchio maestro di terza elementare. All’epoca era normale avere un maestro maschio. Aveva poco più di vent’anni il maestro, era al suo primo anno d’insegnamento. Gli pareva così grande, invece era quasi un ragazzo. Cercava aiuto per un libro che aveva scritto e voleva pubblicare (a sue spese ovviamente, sono una miniera d’oro per gli editori a pagamento gli insegnanti in pensione). In effetti si ricordava di D. e anche la sua passione per la storia. Giovane, i capelli neri ben pettinati, una bella voce piena dal lieve accento del sud, sembrava incarnare il vigore dei condottieri e delle gesta narrate. Quando raccontava di Annibale, a D. pareva fosse lui, Annibale. Ora in effetti rivederlo vecchio, pochi capelli candidi, un po’ curvo per i tanti acciacchi, ha rovinato il bel ricordo. Anche il suo romanzo, seppur ben scritto, era banalissimo. Meglio non incontrarli, e amarli così, racchiusi nei ricordi.

ripartire

20 settembre 2014

È dalle sensazioni semplici che occorre ripartire. Dal tatto, dall’olfatto, dal contatto non mediato attraverso uno schermo (sia nel senso letterale che ampio del termine). Ripensarci come creature concrete, pulsanti, vive, che amano e cercano la relazione diretta, genuina, non delegata. Non si puo’ vivere di tutto un corredo di merci preconfezionate, non possiamo essere solo l’ultimo anello della distribuzione, il consumatore finale che in realtà consuma se stesso, il proprio tempo, il proprio senso. Dobbiamo tornare a essere vivi, faticosamente vivi. Dobbiamo riscoprire il piacere di stare assieme senza pagare il biglietto, senza l’obbligo di uno svago che è solo consumo, spettacolo idiota. Lo strato vero dell’umano forse c’è ancora, non deve farci paura. Certo, la morte camuffata da vita ci ha quasi ghermito, ma non è detto, a volte riemerge, fresca e imprevista, una nuova consapevolezza. Forse.

le parole trovate

19 settembre 2014

Le persone troppo colte, quando scrivono, un po’ copiano, senza rendersene conto. Per scrivere qualcosa che abbia un po’ di forza bisogna dimenticare tutto, usare le parole come fossero legni trovati sulla spiaggia, levigati, dimentichi dell’antica funzione. Le parole devono essere trovate, mai cercate.

perchè il vino, la musica, il canto

19 settembre 2014

Abitare davanti ad una ASL, vedere la teoria degli umani che arrancano, comporta una semplice constatazione: la vita, per lo meno da un certo momento in poi, è una patologia cronica, più o meno sopportabile. Conta solo la giovinezza, il resto è patetica, falsa, allegria alternata a inutile tristezza. Gli umani hanno inventato il vino, la musica, il canto, per sopportare meglio. Anche l’amicizia aiuta, ma quella di poche parole.

dal tempio, nuova versione dei fatti

17 settembre 2014

I mercanti hanno scacciato Gesù dal tempio. È andata così, facciamocene una ragione, era un fastidioso idealista, quel figlio di falegname.

i segreti del successo

17 settembre 2014

Molti italiani amano il brioso boy scout perché sono convinti che cambierà molte cose sul serio. Molti altri italiani amano il brioso boy scout  perché sono convinti che tutti quei proclami sono la rassicurazione che non cambierà proprio niente. Quelli che non lo amano lo sopportano perché pensano che tanto al suo posto verrebbe uno ancora peggio. La comunicazione è tutto, specie se sotto c’è il nulla o quasi.

il tramonto senza il rosso

17 settembre 2014

Me li ricordo, i vecchi operai. Per loro era naturale votare comunista. Ma non era gretto calcolo, il ritenere cioè di fare i propri interessi. Tant’è che alcuni, divenuti imprenditori negli anni del cosiddetto miracolo economico, continuarono nell’adesione a quello che era un ideale. A volte gli ideali sono anche sbagliati, ingenui, grossolani, ma hanno comunque un respiro nobile. Oggi è difficile trovare chi abbraccia una causa per la sua presunta giustezza, oggi si suffraga un partito o, ancor peggio, si aderisce ad una rabbiosa opinione diffusa, come animalesco, istintivo riflesso alla tutela del proprio privato interesse. La fine delle ideologie non ha lasciato il passo ad un sobrio e saggio ragionare, ad una positiva concretezza. Quel che viene contrabbandato come concretezza è in realtà cinismo, paura, risentimento, rivalsa. Le ideologie certamente hanno portato grandi errori, ma il disincanto attuale è ancora peggiore, mette a nudo il problema: la scimmia che sa scrivere sa amare solo il proprio branco, per il resto odia tutti gli altri o, al massimo, prova gelida indifferenza. Aveva ragione il buon Oswald, siamo al tramonto. Un tramonto senza la bellezza rossa del cielo.

Rincorrendo Dafne

16 settembre 2014

Forse un giorno non troppo lontano
riuscirò a correre veloce come te
quando avremo doppiato
presso gli atolli corallini
i pesci grigi di rangiroa

che quando si arrabbiano
per le tempeste tropicali
e la pioggia battente
che scuote la corrente

diventano rossi
e cambiano colore
proprio come noi

quando avremo passato
i giganteschi totem volanti
della papua nuova guinea

e quando avremo incontrato
il re sovrano dei papuani
che trascorre le sue vacanze
a forte dei marmi

quel giorno d’estate
io ti raggiungerò
e allora sarai mia

quando avremo nuotato
tra le acque della Melanesia
e ballato insieme
con i melanesiani

che non amano i vestiti
ma la nudità
e non accettano
regole nè padroni mai

proprio come noi
proprio come noi
proprio come noi.

Rincorrendo Dafne è un brano dei Plumbago.

Geografia fantastica, biologia, metamorfosi evolutiva. I testi sono immersi nella dimensione onirica del viaggio, nei molteplici sensi della parola. Viaggio nel tempo profondo della filogenesi, della metamorfosi incessante, della vita che proviene dal mare. Viaggio geografico, con lo sguardo alla cartografia onirica dell’immaginario. Il tutto in un coinvolgente dinamismo dove il testo e il suono sono ben amalgamati, abbracciati, reciprocamente intrisi. La chitarra di Marco Barani è un gioiello di sound misurato, pregnante, efficace. I Plumbago hanno stile e respiro. Con buona pace delle tante buone cover band, questa è un’altra cosa.

Click per ascoltare.

Altre informazioni, sul sito di questi giovani amici.

Aggiungo una piccola osservazione: nel lieve ironico esotismo, a tratti, intravvedo la lezione di Paolo Conte, seppur in un contesto musicalmente molto diverso.

la trappola corporativa

15 settembre 2014

Il modo migliore perchè gli sfruttati non si ribellino è dare ad alcuni fra loro un qualche privilegio, magari una paga migliore e sicura. Accadrà che i detentori del piccolo privilegio difenderanno con animalesca dedizione lo statu quo, per paura di scivolare nella casta inferiore. E gli sfruttati sul serio, quelli che pagano per tutti, odieranno i piccoli privilegiati della porta accanto e lasceranno in pace i veri responsabili. Così, la trappola corporativa è la forma più efficace di controllo politico.

iconografia della vittima

13 settembre 2014

Questione non banale il rapporto fra creature non umane e la loro raffigurazione.
Faccio un esempio: giorni fa passando davanti ad una specie di friggitoria dove servono del pollo appunto fritto, osservai che campeggiava una figura disegnata di galletto tutto allegro e ammiccante. A pensarci una davvero tragica ironia raffigurare la vittima sorridente come marchio di fabbrica, un po’ come certi maialini allegri raffigurati sui salami.
Il disegno, affermerebbe qualche osservatore superficiale, è una cosa giocosa, non c’è nulla di male. E invece no perchè è proprio il disegno l’elemento simbolico più potente di tutti, il galletto sorride, il maialino sorride, la trota sorride, come dire se mi mangi mangi la felicità.
Nessuna raffigurazione è innocente, al riguardo.

lei, 1977

12 settembre 2014

lei

Lei, olio su cartoncino telato, 1977 c.a.

La giovinezza è gloriosa, ma lo comprendi solo quando si appalesa quanto è ingloriosa la vecchiaia. Meno male che c’è stata la giovinezza. Grazie, destino.

lava più bianco

11 settembre 2014

«Preparò il terreno alle grandi campagne pubblicitarie successive con un’azione mirata di direct marketing. In effetti, un errore classico che fanno spesso i marketing manager è quello di non assicurarsi di aver “solidificato” l’immagine della marca presso il pubblico prima di passare alla comunicazione di massa. Il direct marketing  poi, viene concepito (e usato) tutt’al più per vendere direttamente. In questo caso, invece, si fece un uso avanzatissimo dello strumento rivolgendosi agli opinion makers, ovvero coloro che sono in grado di condizionare l’opinione di un grande numero di persone. Un lavoro di questo genere permise di stabilizzare l’immagine della marca e preparò proficuamente il terreno all’advertising» (pag. 98)

Leggendo queste righe si potrebbe supporre che l’oggetto sia l’analisi di una buona campagna per il lancio d’un prodotto. Se ne leggono tante. Del resto i libri sul marketing abbondano e rappresentano spesso un vero affare per chi li pubblica, un po’ meno per chi li compra. Ma proseguendo la lettura possiamo renderci conto che ci si riferisce ad una campagna molto particolare, forse la più importante della storia del marketing stesso.

«Paolo dunque indirizzò i suoi mailing a sette forti gruppi di opinione (i Tessalonicesi, i Corinzi, i Galati, i Romani, i Filippesi, gli Efesini, i Colossesi) [...] Paolo fu a tutti gli effetti il primo guru della pubblicità postale» (pag. 98)

E Paolo introdusse per primo anche la pubblicità comparativa.

«Non gli mancarono occasioni per stabilire il primato del cristianesimo come Marca, declassando l’ebraismo ad una sorta di sottomarca che ha fallito quasi ingannando i consumatori (“la legge infatti non ha portato nulla alla perfezione e si ha invece l’introduzione di una speranza migliore, grazie alla quale ci avviciniamo a Dio”, Eb 7, 19)» (pag. 99)

Queste citazioni provengono da un curioso ed intelligente libretto, edito da Minimum Fax: «Gesù lava più bianco» di Bruno Ballardini. Non gioiscano troppo, ora,  gli amici atei in agguato nelle mie pagine: non è un libro contro la religione, contro il cristianesimo, contro la fede. L’oggetto vero sono le strategie raffinate del marketing del nostro tempo, laddove il prodotto viene venduto non per quello che è, per quel che davvero contiene, ma per l’aura mistica che lo avvolge. In questi giorni c’è il lancio del nuovo apparecchio Apple, e tutto si regge sull’idea che sia unico, che sia il «vero» eccelso e grandissima importanza risiede nella fede dell’acquirente, nel suo sentimento di amore, gratitudine, appartenenza. L’aspetto curioso di questi prodotti è che ogni volta vogliono apparire l’assoluto, il definitivo, anche se poi, inesorabilmente, arriverà un altro modello, unico anche lui, in una rincorsa senza fine (finchè il pianeta non collassa).

Il testo poi entra anche nel merito della questione religiosa, analizzando le diverse, antitetiche strategie di comunicazione degli ultimi tre pontefici, e il tentativo, sempre più difficile, da parte della Chiesa di essere davvero universale. Emerge una certa simpatia per Bergoglio, che condivido. Ma il vero nucleo del testo è raccontare il marketing, nel parallelo fra quello dei secoli dei secoli, e quello sempre più ossessivo dei nostri giorni. Nella parola di Gesù, tolto il marketing, rimane qualcosa di importante (nonostante la Chiesa e i suoi errori/orrori). Nella paccottiglia tecnologicamente avanzata, tolto il marketing, non c’è nulla.

Una nota di merito, la grafica della copertina: geniale.

Bruno Ballardini
Gesù lava più bianco
ovvero come la Chiesa inventò il marketing
Minimum fax, 2014
pag. 220

amica della sera

10 settembre 2014

Mi aspetta. Lo sa che certe sere, solo in quel viale di periferia, due passi con la scusa della digestione, mi portano al circolo. Prima di svoltare c’è il grande giardino della signora. Fra le piante e qualche improbabile statua similclassica, mi sente arrivare. I miei passi nel silenzio, lei  appoggia il muso fra le sbarre. Quelle grandi mascelle da Labrador mi fanno riflettere che se s’arrabbia mi stacca la mano. Ma no, niente paura, lei sa della mia carezza. Le parlo piano, sono amico della signora, ma non voglio che mi senta  parlare con Ginger. La casa è grande, svoltato l’angolo c’è l’altro cancello, mi segue, appoggia di nuovo il muso fra le sbarre, mi aspetta. Altra carezza, altro saluto. Le vogliono bene, la trattano bene lì a casa sua, non cerca compassione. Però le piace l’amicizia. L’affetto, l’amicizia, loro la vivono con delicata intensità. Qualche volta, nei momenti migliori, anche noi siamo così, ma di solito la facciamo complicata.

mi scuso con i lettori

9 settembre 2014

Mi scuso con chi onora il blog della sua lettura per la comparsa e scomparsa di qualche articolo, ma ho dovuto provvisoriamente eliminare un articolo per una questione di diritti riservati, a breve conto di risolvere.

non avrai altro brand all’infuori di me

8 settembre 2014

Mettersi in coda sei giorni prima per acquistare un Iphone ultimo modello è in tutto e per tutto una manifestazione di culto. Forma devozionale ad un brand che assume connotati religiosi. La religione vera è un’altra cosa, sia chiaro, ma l’aspetto devozionale è il medesimo. Ci tornerò su questa faccenda.

ogni volta che si puo’

8 settembre 2014

Folata di profumo dolce, ipercalorico, di paste. Sotto il dehors, fra i tavoli, le due belle signore. Forse è lo stesso profumo dolce di quel che si confidano. Mentre la bocca, bardata dal rossetto di marca, degusta dalla tazzina, gli occhi della più elegante (vestito blu cina e bracciali d’oriente) brillano. Ridono muti alle parole, sussurrate, dall’altra. Chissà cosa le confida, mentre fa segno di tre con le dita. Non osiamo ipotesi brutalmente maschili. Certo, lievi le rughe sui volti svelano che ormai sanno bene come vivere. Alla fermata di fronte la ragazza con l’iphone in mano, immobile, legge e una lacrima rovina il trucco (così inutile a quell’età). Le due signore, da tempo, hanno imparato a non piangere oltre il dovuto, e ridere, ogni volta che si puo’. Ancora un cellulare che sibila e vanno via. La tazze, sul tavolo tondo, rimangono a custodire le segrete confidenze.

Le Rose dell’Ecuador

6 settembre 2014

Nei cortili delle case operaie, specie le mattine di primavera, sentivo cantare. Dalle finestre echeggiavano le canzoni delle donne affaccendate. Canzoni del momento oppure vecchie canzoni, sparse nell’aria senza imbarazzo. Era normale cantare, era triste chi non cantava. Oggi non si canta più (e siamo tormentati da continue musichette di sottofondo). A quei cortili ho ripensato leggendo «Le Rose dell’Ecuador» di Marina Garaventa. Leggi il seguito di questo post »

precisazione sui dipendenti pubblici

5 settembre 2014

Io sono un artigiano, un grafico, quindi non non si puo’ dire «costui scrive pro domo sua». Leggi il seguito di questo post »

Tre poesie di Graziano Del Giudice

4 settembre 2014

Un anticipo su un’iniziativa editoriale dell’amico Graziano Del Giudice. Tre poesie ad ambientazione estiva.

Tre poesie.

quel fiotto arcaico

4 settembre 2014

Il piacere erotico è una forma di conoscenza. Leggi il seguito di questo post »

smettere di scrivere

2 settembre 2014

Già scrivere «amo la solitudine» è la prova che non la sai sopportare. Vuoi che si sappia della tua bella solitudine? Che solitudine da quattro soldi! Troppi filosofi da strapazzo in giro. D’un vero, autentico, filosofo non c’è la traccia, perchè ha obbedito alla consegna del silenzio. Eroica e benedetta, la mano che posa la penna, per sempre. È una tentazione, ma non ci riuscirò.

le rendite di posizione

2 settembre 2014

«Non ci devono più essere rendite di posizione».

Affermazione condivisibile, tutti d’accordo. Ma c’è un piccolo problema: ognuno pensa alle rendite di posizione altrui.

un orrore a lungo segretato

31 agosto 2014

2 dicembre 1943, una bomba tedesca colpisce una nave americana nel porto di Bari. La nave contiene un carico pericolosissimo e proibito dalle convenzioni internazionali. La conseguenza è un dramma, un orrore rimasto a lungo segretato. Mi permetto di suggerire questo documentario.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-435e5871-8798-4af9-816f-2f2578adbee8.html

ogni donna

30 agosto 2014

Nella serata di ieri, nella bella ambientazione del Chiostro di San Francesco a Sarzana, ho assistito al recital di Emanuela Grimalda. Il titolo (Le difettose) è quello del libro da cui è tratto, di Eleonora Mazzoni. Il tema è un tema femminile molto complesso, quello delle maternità «tardive». Leggi il seguito di questo post »

scarsi materiali di scrittura, meno male

30 agosto 2014

Per scrivere un’autobiografia è necessario aver avuto una vita eccezionale, o nelle realizzazioni o nelle tribolazioni. A questi punti m’auguro di non avere alcuna autobiografia da scrivere. Sarò autore di un perfetto silenzio postumo. La perfezione non esiste, o meglio: è il non esistere.

affittasi e/o vendesi

28 agosto 2014

Capita di perdersi nelle periferie che non conoscevi. Per sbaglio, anche a due passi da casa. Palazzine un po’ sbrecciate e villette dove l’erba è cresciuta troppo, nel giardino. Un colosso in vetrocemento semivuoto, l’androne odora di calcestruzzo fresco. Un solo coraggioso dottore ha portato lo studio che aveva in centro, ma sulle balaustre, come bandiere di resa, giganteschi «affittasi e/o vendesi». Nel parcheggio, assolato e smisurato, l’erba rispunta, vigorosa, da ogni crepa. Due ragazzini scuri, uno in piedi sulla bici, gettano nel vento chissà quale lingua bastarda, un po’ Africa e un po’ periferia. Amo la solitudine, ma qui mi pesa, e son solo a due passi da casa. Capita di perdersi, nelle periferie.

la paura

27 agosto 2014

«L’africano, negroamaro viene in mente di chiamarlo per contraddire la buonanima degli angeli biondi, il capo rincagnato sul collo della sua giacca a vento azzurra, ondeggia ora su una gamba ora sull’altra, quasi sapesse che il moto alterno del peso sui piedi giova alla spina dorsale e invece si tratta di freddo, nelle due mani regge due fasci di ombrelli differenti, convenzionali gli uni, e da borsa i restanti; egli attende. La pioggia arriverà, lo sa bene. Per questo si ritiene fortunato, la posizione è buona, nel vasto androne di un palazzo antico, gli è parso così a giudicare dal ferro battuto del cancello che chiude ai passi indiscreti un giardino molto privato [...] Piove alla fine come si deve, l’africano si aspetta che almeno qualcuno corra a ripararsi dove lui sta in guardia come i suoi progenitori hanno fatto per secoli, con fatica e abilità, in attesa di un animale disposto a farsi olocausto per centinaia di denti bianchi, di neri affamati e, più alto dei suoi ombrelli, egli attende non una preda, ma di vendere. La nascita della tragedia.»

(da Pasquale D’Ascola, L’Ombrellaio, dalla raccolta I venticinque racconti della signorina Conti, IPOC, Milano 2014)

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non te la prendere, Enrico

26 agosto 2014

Certo stanotte potevi apparire a qualcuno che conta, non a me. Ma che hai? Sei arrabbiato? Sì Enrico, hai ragione. Non ti piace questa faccenda. D’accordo, è bello esser ricordati ma, sicuramente, cogli la differenza fra l’esser ricordati e l’essere riutilizzati. Capita a tutti quelli che sono stati importanti. Anche quello con la barba, il filosofo di Treviri, pensa quante sciocchezze in suo nome. E quello bello, buono, figlio del falegname? Son 2000 anni che viene frainteso, quasi sempre in malafede. Enrico, non te la prendere, noi vivi siamo fatti così, un po’ ladri e un po’ ruffiani.

supplenze

25 agosto 2014

Mais ou sont les neiges d’antan?
(F. Villon)

Le supplenze saranno abolite. Forse è giusto. Ma nel ricordo nessuno le puo’abolire. Le giovani supplenti sono state, per noi ragazzini, imprigionati nelle cupe classi di soli maschi, i primi oggetti delle fantasie erotiche. Bastava una gamba accavallata, sotto la cattedra, per nutrire settimane di nascoste fantasie. Oggi, care supplenti del tempo che fu, se ancor siete vive, di sicuro siete vecchie professoresse in pensione, un po’ scassate. Tranquille: il tredicenne brufoloso di allora, non v’ha mai dimenticate.

tracce di jazz

25 agosto 2014

Un gran bel CD, denso di sostanza musicale. Ecco «Tracce di Jazz» di Liliana Biciacci. Incisione curata nei dettagli, musicisti pregiati (fra i quali l’amico Andrea Imparato), una voce limpida e usata con talento, concentrazione ed equilibrio. Mi rendo conto che così sembra un testo promozionale, ma se una cosa mi piace, mi piace. La voce s’avvolge alla melodia in spire crescenti, in stacchi dosati, in sapienti sospensioni. Una vera cantante jazz evita l’ammiccamento facile, l’erotismo da pop star, e ti cattura con quella trama elegante, quella magia che associa la bella voce a quella degli altri strumenti. Perché è voce come strumento, questo è uno degli intenti.  Non sono un competente di musica, mi si conceda solo qualche nota su tre brani, le semplici impressioni da ascoltatore. I testi sono di sicuro interesse, peccato non siano riportati nella confezione. Una nota di merito la grafica del cd, un stile ironicamente buon vecchio underground.

Aspettare è canzone d’atmosfera, sospesa, nel piacere della voce che si avvolge in volute nitide, ricca di finezze, piccole preziosità, un brano che oscilla con sapienza fra molte sfumature; splendido sax di Imparato.

Comunque il sole  ti prende per mano accattivante, allusiva, il dialogo fra la voce e i fiati, sul tappeto di un ritmo rilassato e vivo, è il sapore di un bel brano elegante.

In Sospesa un grande Imparato, un brano perfetto, bello il piano.

Ne Il senso del tempo il primo minuto è un capolavoro di introduzione, preparazione all’arrivo della voce di Liliana che arriva e comincia ad avvolgersi ad un melodia davvero azzeccata, il passaggio di chitarra elegante e misurato è una delle tante scoperte che questo brano offre ad ogni riascolto.

Come piccolo assaggio, una manciata di secondi in questo clip.

tutte le informazioni, qui:

http://lilianabiciacci.com/Liliana_Biciacci/Discografia.html

saggistica e letteratura, ragioni d’una preferenza

24 agosto 2014

Grande è il mio rispetto per la letteratura, nullo il valore del mio giudizio su quel che viene scritto, vista la mia incompetenza. Posso dire però che leggo più volentieri un saggio rispetto ad un romanzo. La buona saggistica non è fredda, è invece innervata della passione, del sacrificio, dell’entusiasmo dello studioso. Il saggio non viene scritto per piacere al lettore attraverso il rapimento, il coinvolgimento, ma per trasmettere e accompagnare l’amore per la conoscenza (e non solo la conoscenza positiva, ma anche quella forma di conoscenza più profonda che è il dubbio, il problema). Non amo i mondi inventati, già è un intreccio di misteri il mondo che c’è. Forse il racconto antico, il racconto dell’epoca lontana in cui religione, narrazione, conoscenza erano inscindibili non soffre l’artificio che io avverto nella letteratura. Quanta passione, quanto amore, quanta vita che c’è in un libro che narra di scoperte, esplorazioni, osservazioni! Quanto stupore, nonostante il rigore, trapela da un buon libro di divulgazione scientifica, antropologica, storica! Lo so che ci sono romanzi bellissimi, ma la vita è già di per sè bellissima e terribile, mi pare freddo ed evanescenze l’inventato rispetto al compreso, all’indagato. Di certo qualcuno puo’ obiettare: ma ci sono grandi romanzi che grazie al racconto fanno conoscere con grande efficacia un tempo, una cultura, una condizione umana. Lo so, ma sono pochi, isole benedette in un mare di parole inutili. Un’opinione molto personale, chi mi è amico mi perdonerà. I libri a forte contenuto autobiografico sono un mondo a parte, ci torneremo su.

aux moules

22 agosto 2014

A sinistra il viale, le macchine dei gitanti, a destra il mare e le luci, le tante luci d’un mare d’agosto. Non so se davvero son così buoni questi spaghetti aux moules. Ma questo tavolone da sagra m’induce pacata allegria e l’appetito semplifica ogni dubbio, al diavolo le prudenze dietetiche. I francesi, due quarantenni e due bambini finalmente non obesi, paiono gente semplice. Forse ho troppo preconcetto sulla spocchia d’oltralpe. Aux moules, mi ricordo che a Parigi vanno matti per queste cose e per le ostriche. I bambini non hanno mangiato molto, ma la mamma non li opprime all’italiana per rimpinzarli. Sorpresa, sono perfino educati e vanno loro a gettare nell’apposito bidone le stoviglie di plastica. Non so se le due o tre banalità in francese le hanno gradite, ma pazienza, perfino mangiando un vanitoso rimane tale. Vino bianco, poco che poi devo guidare, ma l’acqua minerale proprio sui muscoli non va. Una sera azzeccata, le luci del mare, una piccola scorta di piacere da conservare, lenitivo per i momenti neri.

un’arte

21 agosto 2014

il matrimonio è l’arte di tacere senza mettere il muso

ribelle?

20 agosto 2014

L’idea agghiacciante che ho della Cina è il suo essere il vero definitivo occidente. Le insegne dai colori crudamente vivi, le lucine, le cianfrusaglie traboccanti dal retrobottega fin sotto i portici, sono il precipitato, il distillato del nostro tempo. Perfino il profumo del cuoio dei buoni salotti borghesi al tramonto, sembra un soffio di libertà possibile. Chissà se il meno peggio della vecchia Europa saprà partorire un nuovo slancio guerriero, insofferente della finanziaria camicia di Nesso. Qualunque forza, purchè si opponga alla modernità, mi coglie benevolo. Sono un reazionario ribelle.

sulla gentilezza

19 agosto 2014

George Saunders
L’egoismo è inutile. Elogio della gentilezza.
Traduzione Cristina Mennella
Minimum Fax 2014
pag. 73

viaggiano silenziosi

18 agosto 2014

Viaggiano silenziosi, li intravvedi fra le fasce orizzontali del tir. Qualche filo di paglia in vortice nel vento. Chissà come appare questo nastro d’asfalto che fende la pianura, ai loro occhi innocenti. Chissà come risuona nelle loro orecchie il ruggito del diesel, il sibilo delle moto, il rombo delle auto potenti che sfrecciano accanto. Dalla mia utilitaria, mentre mi scorrono da un lato, sbircio un attimo quei musi. Sottile senso di colpa. Il mio viaggio non va a finire come il loro. Forse hanno paura. Viaggiano silenziosi.

inflazione e deflazione

18 agosto 2014

Mi perdonino le signore in lettura per la volgarità dell’eloquio.

Quando avevo circa vent’anni il satanasso da scongiurare era l’inflazione, idra dalle sette teste che divorava il futuro, ora che son vicino ai sessant’anni, sembra che il diavolo, la bestia immonda che impesta il giardino sia la deflazione. Questi soloni dell’economia son come quelli che scureggiano in ascensore e poi, uscendo nell’atrio declamano: «Che puzza! Dove andremo a finire?»

breve genealogia del poetico

16 agosto 2014

A volte chi ti legge capisce più di te che hai scritto. Scrivere bene è arrivare sul ciglio, affacciarsi fuori anche da se stessi. Potenza delle parole, cioè il contenere qualcosa in più di quel che si crede di scrivere. La poesia è questo ingrediente nascosto, questo dio che danza inaspettato.

Respirare

14 agosto 2014

lagoelaborato2

In alto, sul lago. Matita, rielaborazione con Adobe PSD, 2014; disegno esclusivo per il blog.

Respirare. Per quanto si parta con l’intento un po’ intellettualistico di leggere in pace e pensare, t’accorgi che seppur meritevole il proposito è ancora troppo urbano, troppo evento di cultura e non di natura. In alto, sull’audace sperone erboso, nella quiete t’accorgi che stai, finalmente, respirando. O meglio, è il corpo, il sangue, la pelle, che respirano in prodigiosa osmosi con l’ossigeno dell’aria. Un fatto normale, banale? Quanto è sciocco non sentirne la meraviglia. Il corpo prende possesso e la mente, per rara intuizione, capisce d’esser solo un sofisticato congegno, ancella e non padrona. Ho respirato, e in un solo respiro profondo c’è molta più vita che in mille parole. Respirare, è già tutto.

Come finisce il libro

7 agosto 2014

Come tutti i giovani affascinati dalle letture intorno ai vent’anni scrissi un brutto e acerbo libro. Essendo pigro la forma prescelta furono gli aforismi, che si prestano tanto alla presunta genialità quanto alla reale scarsa attitudine alla fatica (quale componente prevalga dipende dalle qualità dello scrivano). Credo che l’umanità possa proprio fare a meno di quegli scritti, in questa sede voglio ragionare invece sui supporti materiali dove il modesto secreto delle meningi andava a riposarsi, la nicchia sicura per resistere al meritato oblìo. In un cassetto (tutti hanno un brutto libro nel cassetto) ho ritrovato una copia cartacea (fotocopie) e un superbo floppy disk da 400 k. Quale di questi due supporti consente, a distanza di qualche anno, la rilettura senza problemi di quel capolavoro? La risposta è scontata.

La mia ingloriosa vicenda autoriale è riemersa dalle vergogne della giovinezza grazie alla lettura di un buon testo. Si tratta di «Come finisce il libro» edito presso Minimum fax e scritto da Alessandro Gazoia. Questo brioso scrivano è anche un blogger, anzi direi che è prima un blogger e poi uno scrittore, e il dettaglio non è ininfluente sui ragionamenti con cui tedierò gli amici in lettura.

La fine dei filtri?

Quanto l’avvento del web ha inciso su quel fenomeno variegato che definiamo «letteratura», quanto l’avvento di questo traboccante vaso di Pandora digitale ha sconvolto il presente e il futuro dei libri? Anzitutto bisogna focalizzare sulla funzione dell’editore, figura imprenditoriale e culturale al contempo. Per lunghi anni è stato il crudele filtro fra i cassetti colmi di manoscritti incompresi e gli scaffali delle librerie. Sull’argomento negli anni ’90 fu abbastanza discusso un articolo di Umberto Eco sulla rivista elettronica «Golem». Rispondendo alla lamentela di un volenteroso scrittore inedito per la scarsa o nulla considerazione rivolta ai suoi manoscritti, il supercelebrato Eco nazionale ebbe a spiegare che, nonostante qualche cantonata, il filtro degli editori è utile e opportuno. Anche i respingimenti famosi, come quelli subiti da Proust o da Tomasi di Lampedusa, vanno considerati come eccezioni, errori statisticamente possibili, di un meccanismo nel complesso funzionante. Peraltro poi, a soccorrere lucrando l’irresistibile desiderio di vedersi pubblicati, ci sono gli editori a pagamento, figure non illegali ma su questi quivi sorvoliamo. Questa situazione consolidata non significa affatto che gli editori oggi riescano a «fare argine» al progressivo decadimento della letteratura. A furia di pubblicare il libro del calciatore, del cantante, del cuoco e del parrucchiere famoso, per potersi permettere la pubblicazione in perdita dei libri «veri», il livello generale si abbassa, si appiattisce, la funzione di coscienza d’un’epoca che la letteratura ha offerto per secoli sbiadisce sempre più. Comunque, la consolidata posizione dell’editore come intermediario ineludibile del prodotto letterario si incrina con l’arrivo dell’internet e il Gazoia individua almeno due fasi distinte.

L’avvento dei blog

Una prima fase la potremmo definire quella dei blog. Dalla pubblicazione su un blog deriva il fenomeno Saviano, che all’inizio del nuovo millennio incarna una nuova strada, una nuova palestra di scrittura da cui gli editori possono attingere le penne di qualità. In qualche modo l’editoria comincia a dover inseguire chi, bene o male, ha un mezzo di pubblicazione gratuito, potente, che salta a piè pari la fatica e il costo del supporto cartaceo. Certo non tutti i blogger sono grandi scrittori, però la breccia nella città fortificata dell’editoria tradizionale appare evidente. Anch’io sono convinto che le evoluzioni tecnologiche comportano sempre dei nuovi modi non solo di agire, ma anche  e soprattutto di pensare.

Gli ebook autopubblicati

Dopo la fase dei blog, circa dieci anni dopo il fenomeno Saviano, ecco l’avvento degli ebook e dell’autopubblicazione. Non solo viene aggirato il tradizionale filtro dell’editore per farsi conoscere, per esordire e affacciarsi al mare (affollato) dell’offerta di lettura, ma viene superata, oltrepassata, sterilizzata la figura stessa dell’editore (che non seleziona più talenti ma al massimo li recluta dopo il loro iniziale successo). L’autore si sofferma sulla piattaforma Kindle Direct Program, la piattaforma di autopubblicazione organica all’ “ecosistema» Amazon, che consente (come altre piattaforme on line) di vendere direttamente il frutto del proprio talento letterario (o per meglio dire il frutto del proprio fiuto commerciale che è un’altra cosa).

Facile entrare, difficile uscire.

Gazoia è molto critico nei confronti di Amazon e riferisce dell’allarme di molti osservatori del mondo editoriale di fronte ad un soggetto molto forte, aggressivo commercialmente, che si pone come unico referente per il lettore. Il tutto in una evidente asimmetria per cui Amazon sa moltissimo del proprio cliente e il cliente sa pochissimo di Amazon, di quel che avviene nei suoi magazzini, delle trattative con gli editori, della strategia fiscale lussemburghese. In effetti fa riflettere l’adozione di un sistema proprietario, uno standard che tende a rinchiudere il cliente nonostante lo si coccoli e lo si gratifichi in ogni modo. Facile entrare, difficile uscire.

«La famiglia Amazon Kindle, sola contro tutti, non legge il formato epub; adotta infatti il formato proprietario mobi, decisamente inferiore all’epub per numerose e precise ragioni tecniche. [...] La rivoluzione del libro digitale di Amazon è quindi anche un forte livellamento verso il basso di ogni cura tipografica, e questo è tanto più doloroso poiché esiste ed è adottato da tutti gli altri concorrenti il formato aperto epub. [...] Al momento credo che le principali ragioni per l’utilizzo del mobi [il formato del Kindle] siano di ordine culturale e commerciale: suprema indifferenza per la tipografia e volontà di rendere comunque disagevole la trasportabilità.» (p. 139)

La morbida distopia

È vero che il libro elettronico offre grandi potenzialità, opportunità editoriali a costo davvero ridotto, ma non si puo’ essere acriticamente benevoli verso ogni novità nel timore di sentirsi superati, antiquati, tagliati fuori dal futuro. Ma quale futuro? Quale lettore è disegnato nelle strategie dei nuovi padroni dell’editoria?

«Ritengo pericoloso confondere la libertà dei lettori e la promozione della lettura con la facoltà di comprare milioni di libri all’interno di un oscuro negozio globale e di un “ecosistema” digitale chiusissimo. Questa è una falsa democratizzazione, pure quando la si consideri sotto il profilo del singolo isolato cliente; anzi è una perfetta distopia “morbida”, dove il lettore, conosciuto in ogni dettaglio, viene tenuto in uno stato di euforica minorità, tra alte mura pitturate con colori vivaci, a nascondere la vista di quello che c’è fuori, e coccole azinedali che addormentano il senso critico, a favore del compra-ora-con-un-click e della condivisione di informazioni con Amazon.» (p. 202)

In gioco non è solo il futuro del libro, ma soprattutto la sua capacità di condensare arte e coscienza critica del proprio tempo. L’editoria che è in gran parte «di genere» ha perso la sua funzione culturale.

Il testo di Gazoia contiene anche interessanti confronti fra la diffusione digitale del libro e la diffusione digitale della musica, sfatando alcuni luoghi comuni e inquadrando con chiarezza le differenze storiche e tecnologiche spesso trascurate fra i due ambiti, ma ovviamente non posso render conto di tutto in queste mie già sovrabbondanti noterelle.

Sono miei ed io appartengo a loro

Per quel che mi riguarda, continuerò a comprare e leggere libri di carta. Quando sarò morto, voglio che i miei libri siano conservati, regalati, letti oppure anche buttati al macero, ma senza che qualcuno possa, con gelida e desolante prosa contrattuale, ricordare che erano solo licenze d’uso. No, sono miei ed io appartengo a loro. Ultima avvertenza: l’orrido libretto della mia gioventù non sarà mai pubblicato, quindi amici, tranquilli.

 

il risparmio e la virtù [genovesità]

5 agosto 2014

Mi perdonino gli amici genovesi, io amo Genova e i genovesi; è una storia intrisa di benevola ironia (oltre a tutto è gratis)

Era un rappresentante di materiali per arti grafiche. Un ometto con gli occhiali, tutto sommato distinto. L’accento genovese favorisce nel lavoro del rappresentante, perché un genovese capisce se discuti a lungo per un piccolo sconto, con lui non ti vergogni d’essere avaro (loro dicono «concreto», la parola «avaro» non la conoscono). Concretezza genovese anche nell’argomento sesso. Non ricordo il percorso della conversazione, ma ad un certo punto, sbirciando con gli occhi sopra gli occhiali in celluloide grigia: «Mia moglie è l’unica che me la dà». Ovviamente intendeva dire gratis, e credo fosse un marito fedele, coniugando virtù e risparmio. Se ne andava col suo borsone e il taccuino, non era ancora il tempo dei tablet. Non so che fine ha fatto, ma la sua composta sobrietà mi garbava, era rassicurante. Una volta gli dissi: «vieni che ti offro un caffè». Rispose che aveva molti giri, che ringraziava ma lo aspettavano a Recco (a quel tempo c’era una grossa tipografia). Certo, farsi offrire un caffè poi c’è il rischio di dover ricambiare. Non si sa mai, l’unico caffè, anche quello, glielo dava sua moglie. Credo che davvero amasse sua moglie, ma certo senza trascurare la convenienza.

non c’è nessuno da salvare

4 agosto 2014

Davvero ci interessa conoscere? O forse l’immenso mare di quel che non sappiamo ci attira perché consente di non soffermarci troppo su noi stessi? Grande e meritoria la conoscenza, per carità, ma credo che la spinta principale sia in fondo la paura di quel sottile sibilo che è la sensazione di esistere. Come ben spiega Heidegger, quell’esserci in funzione del nostro non esserci (essere per la morte). Qualche filosofo, di quelli tosti, inverte la rotta, cerca di riportarsi all’isola da cui è partito. Per quanto grande sia il mare, il vero mistero è il pontile di partenza, è il nostro stesso navigare. La partita con la morte la possiamo vincere solo se smettiamo di essere, e ridiamo del nostro stesso io, inganno della corteccia. Se non siamo non possiamo morire, perchè siamo noi il motivo vero della nostra morte.

Sia chiaro: tutto questo non significa che non possiamo godere, il vento, l’acqua, il sole e ogni vibrazione e percezione che ci attraversa. Ma senza angoscia, cerchiamo d’essere tutt’uno con le nostre sensazioni, ma nella loro effimera epifania. Sotto quel mare increspato dei sensi, non c’è nessuno, nessuno che valga la pena di salvare ad ogni costo.


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