aux moules

22 agosto 2014

A sinistra il viale, le macchine dei gitanti, a destra il mare e le luci, le tante luci d’un mare d’agosto. Non so se davvero son così buoni questi spaghetti aux moules. Ma questo tavolone da sagra m’induce pacata allegria e l’appetito semplifica ogni dubbio, al diavolo le prudenze dietetiche. I francesi, due quarantenni e due bambini finalmente non obesi, paiono gente semplice. Forse ho troppo preconcetto sulla spocchia d’oltralpe. Aux moules, mi ricordo che a Parigi vanno matti per queste cose e per le ostriche. I bambini non hanno mangiato molto, ma la mamma non li opprime all’italiana per rimpinzarli. Sorpresa, sono perfino educati e vanno loro a gettare nell’apposito bidone le stoviglie di plastica. Non so se le due o tre banalità in francese le hanno gradite, ma pazienza, perfino mangiando un vanitoso rimane tale. Vino bianco, poco che poi devo guidare, ma l’acqua minerale proprio sui muscoli non va. Una sera azzeccata, le luci del mare, una piccola scorta di piacere da conservare, lenitivo per i momenti neri.

un’arte

21 agosto 2014

il matrimonio è l’arte di tacere senza mettere il muso

ribelle?

20 agosto 2014

L’idea agghiacciante che ho della Cina è il suo essere il vero definitivo occidente. Le insegne dai colori crudamente vivi, le lucine, le cianfrusaglie traboccanti dal retrobottega fin sotto i portici, sono il precipitato, il distillato del nostro tempo. Perfino il profumo del cuoio dei buoni salotti borghesi al tramonto, sembra un soffio di libertà possibile. Chissà se il meno peggio della vecchia Europa saprà partorire un nuovo slancio guerriero, insofferente della finanziaria camicia di Nesso. Qualunque forza, purchè si opponga alla modernità, mi coglie benevolo. Sono un reazionario ribelle.

sulla gentilezza

19 agosto 2014

George Saunders
L’egoismo è inutile. Elogio della gentilezza.
Traduzione Cristina Mennella
Minimum Fax 2014
pag. 73

viaggiano silenziosi

18 agosto 2014

Viaggiano silenziosi, li intravvedi fra le fasce orizzontali del tir. Qualche filo di paglia in vortice nel vento. Chissà come appare questo nastro d’asfalto che fende la pianura, ai loro occhi innocenti. Chissà come risuona nelle loro orecchie il ruggito del diesel, il sibilo delle moto, il rombo delle auto potenti che sfrecciano accanto. Dalla mia utilitaria, mentre mi scorrono da un lato, sbircio un attimo quei musi. Sottile senso di colpa. Il mio viaggio non va a finire come il loro. Forse hanno paura. Viaggiano silenziosi.

inflazione e deflazione

18 agosto 2014

Mi perdonino le signore in lettura per la volgarità dell’eloquio.

Quando avevo circa vent’anni il satanasso da scongiurare era l’inflazione, idra dalle sette teste che divorava il futuro, ora che son vicino ai sessant’anni, sembra che il diavolo, la bestia immonda che impesta il giardino sia la deflazione. Questi soloni dell’economia son come quelli che scureggiano in ascensore e poi, uscendo nell’atrio declamano: «Che puzza! Dove andremo a finire?»

breve genealogia del poetico

16 agosto 2014

A volte chi ti legge capisce più di te che hai scritto. Scrivere bene è arrivare sul ciglio, affacciarsi fuori anche da se stessi. Potenza delle parole, cioè il contenere qualcosa in più di quel che si crede di scrivere. La poesia è questo ingrediente nascosto, questo dio che danza inaspettato.

Respirare

14 agosto 2014

lagoelaborato2

In alto, sul lago. Matita, rielaborazione con Adobe PSD, 2014; disegno esclusivo per il blog.

Respirare. Per quanto si parta con l’intento un po’ intellettualistico di leggere in pace e pensare, t’accorgi che seppur meritevole il proposito è ancora troppo urbano, troppo evento di cultura e non di natura. In alto, sull’audace sperone erboso, nella quiete t’accorgi che stai, finalmente, respirando. O meglio, è il corpo, il sangue, la pelle, che respirano in prodigiosa osmosi con l’ossigeno dell’aria. Un fatto normale, banale? Quanto è sciocco non sentirne la meraviglia. Il corpo prende possesso e la mente, per rara intuizione, capisce d’esser solo un sofisticato congegno, ancella e non padrona. Ho respirato, e in un solo respiro profondo c’è molta più vita che in mille parole. Respirare, è già tutto.

Come finisce il libro

7 agosto 2014

Come tutti i giovani affascinati dalle letture intorno ai vent’anni scrissi un brutto e acerbo libro. Essendo pigro la forma prescelta furono gli aforismi, che si prestano tanto alla presunta genialità quanto alla reale scarsa attitudine alla fatica (quale componente prevalga dipende dalle qualità dello scrivano). Credo che l’umanità possa proprio fare a meno di quegli scritti, in questa sede voglio ragionare invece sui supporti materiali dove il modesto secreto delle meningi andava a riposarsi, la nicchia sicura per resistere al meritato oblìo. In un cassetto (tutti hanno un brutto libro nel cassetto) ho ritrovato una copia cartacea (fotocopie) e un superbo floppy disk da 400 k. Quale di questi due supporti consente, a distanza di qualche anno, la rilettura senza problemi di quel capolavoro? La risposta è scontata.

La mia ingloriosa vicenda autoriale è riemersa dalle vergogne della giovinezza grazie alla lettura di un buon testo. Si tratta di «Come finisce il libro» edito presso Minimum fax e scritto da Alessandro Gazoia. Questo brioso scrivano è anche un blogger, anzi direi che è prima un blogger e poi uno scrittore, e il dettaglio non è ininfluente sui ragionamenti con cui tedierò gli amici in lettura.

La fine dei filtri?

Quanto l’avvento del web ha inciso su quel fenomeno variegato che definiamo «letteratura», quanto l’avvento di questo traboccante vaso di Pandora digitale ha sconvolto il presente e il futuro dei libri? Anzitutto bisogna focalizzare sulla funzione dell’editore, figura imprenditoriale e culturale al contempo. Per lunghi anni è stato il crudele filtro fra i cassetti colmi di manoscritti incompresi e gli scaffali delle librerie. Sull’argomento negli anni ’90 fu abbastanza discusso un articolo di Umberto Eco sulla rivista elettronica «Golem». Rispondendo alla lamentela di un volenteroso scrittore inedito per la scarsa o nulla considerazione rivolta ai suoi manoscritti, il supercelebrato Eco nazionale ebbe a spiegare che, nonostante qualche cantonata, il filtro degli editori è utile e opportuno. Anche i respingimenti famosi, come quelli subiti da Proust o da Tomasi di Lampedusa, vanno considerati come eccezioni, errori statisticamente possibili, di un meccanismo nel complesso funzionante. Peraltro poi, a soccorrere lucrando l’irresistibile desiderio di vedersi pubblicati, ci sono gli editori a pagamento, figure non illegali ma su questi quivi sorvoliamo. Questa situazione consolidata non significa affatto che gli editori oggi riescano a «fare argine» al progressivo decadimento della letteratura. A furia di pubblicare il libro del calciatore, del cantante, del cuoco e del parrucchiere famoso, per potersi permettere la pubblicazione in perdita dei libri «veri», il livello generale si abbassa, si appiattisce, la funzione di coscienza d’un’epoca che la letteratura ha offerto per secoli sbiadisce sempre più. Comunque, la consolidata posizione dell’editore come intermediario ineludibile del prodotto letterario si incrina con l’arrivo dell’internet e il Gazoia individua almeno due fasi distinte.

L’avvento dei blog

Una prima fase la potremmo definire quella dei blog. Dalla pubblicazione su un blog deriva il fenomeno Saviano, che all’inizio del nuovo millennio incarna una nuova strada, una nuova palestra di scrittura da cui gli editori possono attingere le penne di qualità. In qualche modo l’editoria comincia a dover inseguire chi, bene o male, ha un mezzo di pubblicazione gratuito, potente, che salta a piè pari la fatica e il costo del supporto cartaceo. Certo non tutti i blogger sono grandi scrittori, però la breccia nella città fortificata dell’editoria tradizionale appare evidente. Anch’io sono convinto che le evoluzioni tecnologiche comportano sempre dei nuovi modi non solo di agire, ma anche  e soprattutto di pensare.

Gli ebook autopubblicati

Dopo la fase dei blog, circa dieci anni dopo il fenomeno Saviano, ecco l’avvento degli ebook e dell’autopubblicazione. Non solo viene aggirato il tradizionale filtro dell’editore per farsi conoscere, per esordire e affacciarsi al mare (affollato) dell’offerta di lettura, ma viene superata, oltrepassata, sterilizzata la figura stessa dell’editore (che non seleziona più talenti ma al massimo li recluta dopo il loro iniziale successo). L’autore si sofferma sulla piattaforma Kindle Direct Program, la piattaforma di autopubblicazione organica all’ “ecosistema» Amazon, che consente (come altre piattaforme on line) di vendere direttamente il frutto del proprio talento letterario (o per meglio dire il frutto del proprio fiuto commerciale che è un’altra cosa).

Facile entrare, difficile uscire.

Gazoia è molto critico nei confronti di Amazon e riferisce dell’allarme di molti osservatori del mondo editoriale di fronte ad un soggetto molto forte, aggressivo commercialmente, che si pone come unico referente per il lettore. Il tutto in una evidente asimmetria per cui Amazon sa moltissimo del proprio cliente e il cliente sa pochissimo di Amazon, di quel che avviene nei suoi magazzini, delle trattative con gli editori, della strategia fiscale lussemburghese. In effetti fa riflettere l’adozione di un sistema proprietario, uno standard che tende a rinchiudere il cliente nonostante lo si coccoli e lo si gratifichi in ogni modo. Facile entrare, difficile uscire.

«La famiglia Amazon Kindle, sola contro tutti, non legge il formato epub; adotta infatti il formato proprietario mobi, decisamente inferiore all’epub per numerose e precise ragioni tecniche. [...] La rivoluzione del libro digitale di Amazon è quindi anche un forte livellamento verso il basso di ogni cura tipografica, e questo è tanto più doloroso poiché esiste ed è adottato da tutti gli altri concorrenti il formato aperto epub. [...] Al momento credo che le principali ragioni per l’utilizzo del mobi [il formato del Kindle] siano di ordine culturale e commerciale: suprema indifferenza per la tipografia e volontà di rendere comunque disagevole la trasportabilità.» (p. 139)

La morbida distopia

È vero che il libro elettronico offre grandi potenzialità, opportunità editoriali a costo davvero ridotto, ma non si puo’ essere acriticamente benevoli verso ogni novità nel timore di sentirsi superati, antiquati, tagliati fuori dal futuro. Ma quale futuro? Quale lettore è disegnato nelle strategie dei nuovi padroni dell’editoria?

«Ritengo pericoloso confondere la libertà dei lettori e la promozione della lettura con la facoltà di comprare milioni di libri all’interno di un oscuro negozio globale e di un “ecosistema” digitale chiusissimo. Questa è una falsa democratizzazione, pure quando la si consideri sotto il profilo del singolo isolato cliente; anzi è una perfetta distopia “morbida”, dove il lettore, conosciuto in ogni dettaglio, viene tenuto in uno stato di euforica minorità, tra alte mura pitturate con colori vivaci, a nascondere la vista di quello che c’è fuori, e coccole azinedali che addormentano il senso critico, a favore del compra-ora-con-un-click e della condivisione di informazioni con Amazon.» (p. 202)

In gioco non è solo il futuro del libro, ma soprattutto la sua capacità di condensare arte e coscienza critica del proprio tempo. L’editoria che è in gran parte «di genere» ha perso la sua funzione culturale.

Il testo di Gazoia contiene anche interessanti confronti fra la diffusione digitale del libro e la diffusione digitale della musica, sfatando alcuni luoghi comuni e inquadrando con chiarezza le differenze storiche e tecnologiche spesso trascurate fra i due ambiti, ma ovviamente non posso render conto di tutto in queste mie già sovrabbondanti noterelle.

Sono miei ed io appartengo a loro

Per quel che mi riguarda, continuerò a comprare e leggere libri di carta. Quando sarò morto, voglio che i miei libri siano conservati, regalati, letti oppure anche buttati al macero, ma senza che qualcuno possa, con gelida e desolante prosa contrattuale, ricordare che erano solo licenze d’uso. No, sono miei ed io appartengo a loro. Ultima avvertenza: l’orrido libretto della mia gioventù non sarà mai pubblicato, quindi amici, tranquilli.

 

il risparmio e la virtù [genovesità]

5 agosto 2014

Mi perdonino gli amici genovesi, io amo Genova e i genovesi; è una storia intrisa di benevola ironia (oltre a tutto è gratis)

Era un rappresentante di materiali per arti grafiche. Un ometto con gli occhiali, tutto sommato distinto. L’accento genovese favorisce nel lavoro del rappresentante, perché un genovese capisce se discuti a lungo per un piccolo sconto, con lui non ti vergogni d’essere avaro (loro dicono «concreto», la parola «avaro» non la conoscono). Concretezza genovese anche nell’argomento sesso. Non ricordo il percorso della conversazione, ma ad un certo punto, sbirciando con gli occhi sopra gli occhiali in celluloide grigia: «Mia moglie è l’unica che me la dà». Ovviamente intendeva dire gratis, e credo fosse un marito fedele, coniugando virtù e risparmio. Se ne andava col suo borsone e il taccuino, non era ancora il tempo dei tablet. Non so che fine ha fatto, ma la sua composta sobrietà mi garbava, era rassicurante. Una volta gli dissi: «vieni che ti offro un caffè». Rispose che aveva molti giri, che ringraziava ma lo aspettavano a Recco (a quel tempo c’era una grossa tipografia). Certo, farsi offrire un caffè poi c’è il rischio di dover ricambiare. Non si sa mai, l’unico caffè, anche quello, glielo dava sua moglie. Credo che davvero amasse sua moglie, ma certo senza trascurare la convenienza.

non c’è nessuno da salvare

4 agosto 2014

Davvero ci interessa conoscere? O forse l’immenso mare di quel che non sappiamo ci attira perché consente di non soffermarci troppo su noi stessi? Grande e meritoria la conoscenza, per carità, ma credo che la spinta principale sia in fondo la paura di quel sottile sibilo che è la sensazione di esistere. Come ben spiega Heidegger, quell’esserci in funzione del nostro non esserci (essere per la morte). Qualche filosofo, di quelli tosti, inverte la rotta, cerca di riportarsi all’isola da cui è partito. Per quanto grande sia il mare, il vero mistero è il pontile di partenza, è il nostro stesso navigare. La partita con la morte la possiamo vincere solo se smettiamo di essere, e ridiamo del nostro stesso io, inganno della corteccia. Se non siamo non possiamo morire, perchè siamo noi il motivo vero della nostra morte.

Sia chiaro: tutto questo non significa che non possiamo godere, il vento, l’acqua, il sole e ogni vibrazione e percezione che ci attraversa. Ma senza angoscia, cerchiamo d’essere tutt’uno con le nostre sensazioni, ma nella loro effimera epifania. Sotto quel mare increspato dei sensi, non c’è nessuno, nessuno che valga la pena di salvare ad ogni costo.

un pugno di sabbia

3 agosto 2014

Dove sono finite quelle belle estati dove gracchiava nel mangiadischi «un pugno di sabbia»? Ricordo bene che il 45 giri all’inizio crepitava un po’, come se la sabbia fosse anche fra i solchi.
I nostri ricordi sono analogici, imperfetti, screpolati e forse un po’ enfatici, ma ora, tutto sembra digitalizzato, un touchscreen insapore. Il calore sulle pietre levigate della spiaggia scottava, e il tamarindo nel thermos di mia mamma era il solo piacere concesso. E poi quante estati asciutte e spietate, e noi due, la grande stagione profumata di noi. Sabbia, anche nei solchi del disco, nei solchi della vita. Altro che touchscreen. Manca quel sole forte che cauterizza le ferite, arriveremo all’autunno senza esser nuovi, la vera fine del mondo è proprio la mancanza del nuovo inizio.

non voglio libri per me

2 agosto 2014

In certi siti dove si vendono i libri, è presente la curiosa funzione per cui «se leggi questo» allora potrebbe «piacerti quest’altro». Certo, anche il libraio ti consiglia, ma qui l’algoritmo è scientifico. Profilo, la loro passione. Ma non è la strada buona, la strada giusta. Pensa come sarebbe stupido un sentiero che si torcesse all’umore dell’escursionista. La strada giusta è fatta di salite e sudore, di radure improvvise, di soddisfazione d’affacciarsi al contrafforte e vedere, inatteso, il mare. Così è con le letture. Letture troppo adatte, cucite addosso al lettore, rapidamente sono la guaina aderente del «genere». Non voglio libri per me, voglio libri contro di me, da cui uscire nuovo, e respirare. La lettura facile è la morte della lettura.

confluire nel fiume puro

1 agosto 2014

Sei luce d’accento, onda che si sfalda
ricamo della sabbia sulla bocca
dolcezza amorosa senza scampo,
colma di canto, vortice di terra,
fluire di lussuria e di sospiri.
Gettata l’àncora nel tuo vasto delta
umido affondo come uomo antico
annego nell’esplodere del bianco
sono goccia confusa col tuo mare.

(Mare, da A.G. Biuso, Un barlume di fasto, Ediz. Scrimm)

Cosa cerchiamo (*) nel piacere erotico? O meglio, perchè ci piace il piacere? Durante la sensazione del piacere non siamo in grado di descriverlo, o quantomeno di scriverlo (almeno chi ha ancora un antico pudore) per cui possiamo dirne dopo, raccontarlo. Alcuni poeti, come in questo caso, ci riescono con la potenza del verso e della metafora. In realtà non raccontiamo ma semplicemente diciamo: «ho provato quella sensazione lì, che di certo hai provato anche tu», quindi si rimanda alla ragionevole somiglianza dei corpi e delli apparati percettivi altrui. Detto questo, cosa cerchiamo? Secondo me cerchiamo soprattutto di non essere, cerchiamo di sfuggire alla tenaglia del sapere di esistere, per confluire nel fiume puro della sensazione, ed anche per fuggire da krònos, il tempo tiranno, per aiòn, il tempo sereno della totalità. Insomma, il piacere erotico è una forma di conoscenza, forse la più essenziale, giacchè ogni conoscenza vera ha sempre il sapore dell’abisso o dello spazio senza confini.

(*) piccola autoironia: laggasi «cercavamo»

chirografia 1.

30 luglio 2014

Il computer è utilissimo e benemerito per chi ha qualche problema all’uso delle mani. Chi non lo ha, smettendo di scrivere a mano, rinuncia a una parte di sè.

lentezza
chirografia 1, carta modigliani bianco, matite.

vento dal mare [webcam di parole]

29 luglio 2014

Vento dal mare, schizzi di pioggia salmastra. Le colline, all’altro lato del golfo, sono incappucciate nel grigio di gravide gonfie nubi. Brusìo del porto. Sulle braccia giganti delle gru brillano ancora le luci, tanto buio è il mattino. Luglio, improbabile luglio. I vecchi oggi, in fila alla asl o dal panettiere, diranno che non ricordano un’estate così. I meno vecchi, scriveranno qualche scemenza su facebook. Poi le prime saette, i fragori del tuono, forse è il fastidio del mondo per la nostra banalità. Il vento scompiglia le carte della scrivania, mi spiace chiuder la finestra, mi piace troppo il vento. Vento dal mare, schizzi di pioggia salmastra.

sul ciglio

28 luglio 2014

Non mi piace Renzi, ma non mi piacciono quelli cui non piace Renzi, non mi piace nessuno, in questo paese dove tutti hanno ragione perchè in realtà hanno tutti torto. E non mi piaccio neppure io, sul ciglio del fosso chiamato qualunquismo. Che brutto periodo.

tango suite

28 luglio 2014

eva africana

26 luglio 2014

Anni fa sui giornali venne enfatizzata la scoperta d’una «Eva africana». Progenitrice di tutte le umane genti, grande madre da cui tutti siamo germogliati e abbiamo colonizzato (infestato direi) l’esausto pianeta. Insomma l’esclamazione «porca Eva!» pur nella sua rozza trivialità avrebbe un fondamento. Ma tralasciamo le sciocche battute per chiarire meglio la questione, molto seria e molto interessante.

Come premessa, chiedo perdono ai sapienti in lettura ma io scrivo in primis per i poco colti come me, una breve spiegazione su cosa sia e come funziona il famoso Dna (tra l’altro diventato oggetto delle cronache giornalisticomorbose dei nostri giorni).

Il Dna si presenta in lunghi filamenti che cosituiscono i cromosomi, presenti nel nucleo di ogni cellula. Questi sono uguali in tutte le cellule di un individuo, e sono caratteristici in ogni individuo (insomma unici un po’ come le impronte digitali). Ma di cosa son fatti? Come son fatti? La risposta è abbastanza semplice. Lo scheletro, la struttura portante, il binario portante, è una sequenza regolare di acido fosforico e di desossiribosio (che poi è uno zucchero e da lui deriva la «D» del nome Dna). Si puo’ raffigurare così:

…P–D–P–D–P–D–P–D–P–D–P–D….

A questo punto dobbiamo spiegare cosa sono le quattro cosiddette basi. Si tratta di composti chimici semplici, sono solo quattro tipi:  A, G, C e T. Le lettere sono le sigle di adenina, guanina, citosina e timina. Ogni base si attacca, nel filamento del Dna, ad una molecola dello zucchero (D). Spero lo schema sia comprensibile:

…P–D–P–D–P–D–P–D–P–D….
…P–T–P–A–P–A–P–C–P–T….

La sequenza di un filamento di Dna è lunghissima. Ogni singolo elemento, cioè una molecola di P, attaccata ad una molecola di D, cui è attaccata la molecola di una della quattro basi, è definito «nucleotide».

Non cessa di stupirmi questa cosa: ognuna delle moltissime varianti in cui la vita si è esplicata, dalla vita degli esseri unicellulari agli organismi complessi come i mammiferi, non è che una ricombinazione di quella sequenza. Certo i filamenti del Dna sono molto, molto lunghi, ma l’alfabeto è semplice. Con questo sistema le cellule portano racchiuso nel nucleo un completo libretto delle istruzioni per la crescita, lo sviluppo e il decorso d’ogni vita.

Dopo questa premessa, sicuramente inutile per la maggior parte dei colti lettori, possiamo spiegare finalmente la teoria della «Eva africana»? Sì, ma dobbiamo accennare ai famosi «Mitocondri» che stanno a fondamento delle ricerche effettuate a suo tempo da Allan Wilson e dai suoi allievi.

Il mitocondrio è un piccolo organismo cellulare che abita nelle cellule di altri organismi superiori (anche nelle nostre, per esser chiari) e ha la capacità di produrre energia dall’ossigeno. Non sta dentro il nucleo della cellula, ma nel liquido racchiuso nella membrana esterna. Il fatto curioso è che si tratta di una creatura vivente distinta che, più di un miliardo di anni or sono, si è adattato a vivere in simbiosi con la cellula, che lo nutre, e alla quale fornisce la collaborazione fondamentale di produrre energia. Ho scritto distinta perchè ha un suo Dna, un suo cromosoma indipendente. È un cromosoma piccolo, circa 15mila nucleotidi.

Ma l’aspetto interessante, e qui finalmente arriviamo ad Eva, è che i mitocondri non li ereditiamo dal padre, ma solo dalla madre, insomma due fratelli, anche se hanno il padre diverso (per esempio un vicino di casa, ma questi son fatti personali) hanno sempre i mitocondri identici.

Però ogni tanto, ovviamente si parla di tempi lunghi assai, nel cromosoma del mitocondrio si presenta la mutazione di un nucleotide.

Allan Wilson prese a campione una parte, non molto lunga, del cromosoma mitocondriale, circa 700 nucleotidi, un campione ridotto ma sufficiente per studiare le differenze fra le persone. Due persone che presentano fra loro un solo nucleotide diverso hanno un progenitore comune più vicino rispetto a due persone che presentano più nucleotidi diversi. Così è possibile tracciare una sorta di albero genealogico «materno». L’indagine si è svolta su 182 individui dalle diverse origini: africani, europei, asiatici, aborigeni australiani e della Nuova Guinea. Considerando che maggiori sono le differenze maggiore è la distanza nel tempo dove collocare un antenato comune si è costruito un albero genealogico che pone le prime biforcazioni proprio fra i soggetti africani. Ecco dunque la famosa Eva africana.

A chi ho rubato queste nozioni (chiedo venia per le inevitabili imprecisioni dell’ignorante)? A un bellissimo libro che ho or ora letto, che contiene tante altre nozioni e riflessioni, certamente non esaurite da queste mie righette:

Luca Cavalli Sforza, Francesco Cavalli Sforza
Chi siamo. La storia della diversità umana
Codice Edizioni, 2013
pag. 425

Non ci si sporge più dal finestrino

25 luglio 2014

Jadis, si me souviens, ma vie était un festin où souvraient tous les coeurs, où tous les vins coulaient. (A.Rimbaud, Une saison en enfer, Garzanti 1989, pag. 236)

Non è che poi fosse così splendida la giovinezza: acerbo, inadeguato, pelle troppo sensibile all’impetuoso dominio traboccante della sensualità. Timori, timidezze, silenzi rabbiosi di non riuscire a pronunciare quella frase a lungo elucubrata, la notte prima. Eppure stamane, mentre un fiotto bianco, da est, buca le nubi di questo bizzarro luglio, ecco il miele amaro della nostalgia. Nostalgia non di qualcosa, perchè ora ho molto di più, fin troppo, ma nostalgia d’uno stato, d’una condizione. Nostalgia della possibilità, della potenzialità. Per esempio la vecchia Catania Carmelo (ce l’ho ancora) poteva essere la prima chitarra dell’artista di successo, oppure la chitarra del giramondo spavaldo. Un giramondo che sarebbe tornato, dopo tanti anni, con la barba bianca e una sacca ricolma di storie da raccontare. Niente di tutto questo, erano fantasie di gioventù. Ecco dove la giovinezza è irripetibile: nella potenzialità, e lo sentivi che potevi essere tante cose. Non che adesso non si viva, non si frema e qualche volta non si faccia addirittura l’amore, ma si viaggia rivolti all’indietro, mentre la campagna fugge lungo i binari e non ci si sporge, spavaldi, dal finestrino, la faccia al vento del futuro. C’est ma vie, maintenant.

il male del mondo

24 luglio 2014

È un bravo artista, secondo me (e non solo). Ci siamo incontrati davanti alla vetrina del libraio, forse lui osservava le immagini più che i titoli. La sigaretta fra le dita, il sorriso buono che esplode sempre sul suo volto è ingiallito dal troppo tabacco. «Perchè fumi, buon ***?» Mi lascio sfuggire questa frase un po’ odiosa, ma davvero mi dispiace, è ancora giovane, trent’anni o poco più. In fondo è stato fortunato. Adottato da una mamma italiana, era un bimbo che viene da certe terre martoriate della grande Africa. È un pensiero sottilmente razzista questo della presunta fortuna, ma pazienza, serve a spiegare per chi legge. Lui mi guarda: «C’è troppo male nel mondo, troppo dolore». Direi che ha ragione lui, sono io, in certe sonnacchiose mattine da intellettuale di provincia, ad esser cieco al dolore, sordo alle grida, buono solo a baloccarmi di parole e voltare le spalle. Però è un bravo artista, perchè non è un po’ egoista come lo sono, nel fondo, tutti gli artisti? Il male del mondo esiste, ma l’arte non lo aumenta, a volte forse lo lenisce un po’. Ci salutiamo con amicizia, si allontana e mi saluta ancora con la mano, sta pensando che io non sono cattivo, ma non posso capire. E accende un’altra sigaretta.

sposati

23 luglio 2014

Luce del primo pomeriggio immoto. Attraversa i vetri impietosa della polvere, ma son così abituato a quella polvere che proverei un vuoto se una mano alacre la facesse sparire. Sul sedile del vecchio barbiere ci sono io, quello giovane (è tutto relativo). Mentre tintinna la sua forbice, la voce in cadenza ligurcalabrese dell’anziano divaga sul tema del matrimonio. I giovani adesso non hanno la pazienza che avevamo noi. Al che ho ricordato che ormai sono 32 anni che sono sposato. Il barbiere accenna il sorriso del vecchio esperto e ribadisce: «per me sono 46, ragazzo mio». Seduto alle poltroncine, un tipo alto, la faccia da vecchio capitano, ci guarda: «e io sono 53 anni». Ci si scambia i numeri, numeri pesanti, con lo stesso cipiglio degli ergastolani, dei reduci, dei duri che hanno scolpito sulla pellaccia dura gli anni. Del resto, fra i flaconi di balsami scaduti e improbabili brillantine, è un posto da uomini. Nessuno oserebbe dire «ci vogliamo bene», l’amore non è essenziale per un uomo, o forse lo è, ma fra uomini non se ne parla.

sul silenzio

22 luglio 2014

Il silenzio è come il bianco nei colori, non c’è un silenzio uguale a un altro. C’è il silenzio dell’attesa, proteso ad una risposta, ad una telefonata che si attende o che si teme. C’è un silenzio del dopo, nella sospesa consapevolezza che è un evento è accaduto, sembrava non dovesse mai, e invece è accaduto. C’è il silenzio della quiete di un mattino limpido, e respiri ampio, bevendo l’aria fresca. C’è il silenzio increspato di parole scritte, cancellate, riscritte e infine riassorbite nel silenzio, il silenzio onesto del foglio lasciato bianco. Io credo che dentro, nel fruscìo delle sinapsi che c’illudono di esistere, si nasconde il silenzio totale del non essere, quello che solo i filosofi bravi sanno afferrare. Il silenzio comunque è il punto di partenza e, se un dio clemente lo concede, il punto d’arrivo.

più del negazionismo

21 luglio 2014

Quel che sta accadendo in Palestina, oltre a tutto il resto, arreca un grande danno anche al ricordo e alla memoria degli Ebrei che subirono la persecuzione nazista. Forse davvero, più d’ogni sciocco negazionismo, questi eventi rischiano di cancellare il rispetto ai perseguitati.

grande jazz in un piccolo parco

20 luglio 2014

Piccolo parco nella periferia est. Dal buio, nello spazio ricavato fra gli scivoli dei bimbi e il bel chiosco di legno, ecco la musica. Jazz rilassato e sapiente, talvolta screziato di Sud America, oppure intinto nelle musiche immortali scritte nella prima metà del ’900, oppure, ancora, rappreso con eleganza nella canzone d’autore. Il clima è intimo, familiare, l’acustica e le luci sono perfette (la mano d’un organizzatore di qualità è di grande aiuto alla musica). Leo Ravera al piano, Andrea Imparato al sax e al flauto, Liliana Biciacci la cantante. Nel pomeriggio l’amico organizzatore, Stefano, m’aveva avvertito: stasera canta una voce di grande livello, e aveva ragione. Voce vellutata, elegante, usata come uno strumento che ti cattura all’ascolto. Sul piano di Leo Ravera avevo ben pochi dubbi. Discreto, perfetto, grandissima tecnica che non tracima, mai una nota in più, mai una nota in meno. È un uomo dall’aspetto colto, come grande è la sua preparazione musicale, da lui sgorga un fraseggio limpido, a volte finemente allusivo, insomma qualità assoluta. Andrea è la musica, la fisicità del sax e del flauto, la gioia increspata di melanconia del suonare, sono tutt’uno con la sua persona. Ci conosciamo da molti anni, e lui più invecchia più è fresca la sua musica. Musica ripresa anche da lontano nel tempo e che rivive il suo presente con fragranza sempre nuova. Consiglio vivamente i due album incisi da Andrea Imparato con Leo Ravera ed altri pregiati musicisti: «Dear Legacy» e «Jazzola!». Ho girato un video di alcuni passaggi della serata. Chiedo scusa per la qualità amatoriale, soprattutto chiedo scusa alla Musica.

Aggiungo in calce a questo post una bella pagina di analisi musicale e culturale che Leo Ravera ci offre sul suo sito

http://www.leoravera.it/2013/12/16/john-coltrane-my-favorite-things/

tracce di uno scomparso impero

18 luglio 2014

Un amico, già autore di un bel testo qui riportato, ha redatto un piacevole e ben scritto racconto di viaggio. Per chi ama la bicicletta è una narrazione davvero interessante, ricca anche di riflessioni non banali e garbate, in sintonia con il carattere amabile dell’autore. Per scaricarlo (sono 9 mb perchè è ricco di immagini, amatoriali ma suggestive), fare click.

 

oltrepassarsi

16 luglio 2014

Uno degli errori fondamentali che compie un uomo è l’autocritica assolutiva, dalla quale anche il sottoscritto non è esente. Per decenni gli psicologi (e con esso l’ampio stuolo di quelli che di mestiere pensano a come devi pensare) hanno proposto la soluzione del cosiddetto accettarsi. Certo le questioni sono serie e gli studiosi anche, ma riducendo all’essenziale il messaggio che è passato lo si riassume in quello. In effetti molti problemi, specie nell’adolescenza (che pare ormai traboccare temporalmente fino alle soglie della menopausa e dell’andropausa), derivano dal non piacersi, dal sentirsi poco accettati dagli altri perchè in realtà non lo si è da se stessi. Ma da tempo nutro un dubbio. In realtà questo accettarsi non è affatto la fine dei problemi ma è l’inizio laddove è una forma di autoassoluzione facile, a portata di mano. Dobbiamo ripartire con chiarezza dal concetto di mente. La nostra mente, il nostro apparato corpomente, è una struttura adatta a gestire una tensione fra ciò che vogliamo avere o fare e ciò che, nell’ambiente in cui siamo immersi, ci è di ostacolo. Insomma la mente è la struttura che trova nella capacità d’adattamento la sua più nitida espressione. Qual’è il vero e proficuo adattamento? Io credo che il punto chiave sia la comunicazione, la capacità di incardinare processi collaborativi fra la nostra mente e quelle altrui (siano esse umane, oppure di persone non umane cioè gli animali, oppure artificiali, ma questo punto è controverso). Essere sociali, zòon politikòn diceva il grande stagirita, è la nostra vera essenza, e la nostra felicità (parola complessa su cui torneremo) è alla fine il non essere, in termini dinamici e di scopo (tèlos) noi soli, ma noi parte di un tutto dinamico. Quindi non serve accettarsi, ma sostanzialmente relazionarsi, oltrepassarsi, superarsi, andare oltre.

saggezza apparente

14 luglio 2014

sono così pigro che non riesco neppure ad essere antipatico a me stesso: mi accetto come sono non per saggezza, ma per stanchezza

almeno queste due righe

14 luglio 2014

Israele ha diritto alla sicurezza. Ma l’azione nei confronti del popolo di Palestina è sicuramente fuori da ciò che è umanamente accettabile. Sicuramente c’è chi non vuole la pace, anche una pace provvisoria con la «p» minuscola, che sarebbe meglio di niente. Una pace che permetta almeno ai bambini di vivere un’infanzia normale. Non credo sia importante la mia opinione, ma almeno queste due righe le debbo scrivere.

le regard d’un homme

13 luglio 2014

Le morbide forme empiono il vestito,
nella cadenza dolce del suo passo.
Inconsapevole,
ella attraversa lo sguardo di un uomo.

(frammento del 1977)

questo nostro dio

12 luglio 2014

Ho letto che i Pigmei non conoscono il denaro. Ovviamente quei pochissimi che ancora vivono di caccia e raccolta negli spazi residui alla distruzione delle foreste. Anch’io detesto il denaro, lo voglio affermare con chiarezza, anche se questa affermazione presta il fianco alla penosa obiezione: «allora non sei coerente, perchè ti fai pagare?». A questa obiezione banale ed espressa spesso in malafede qui non rispondo. Detesto il denaro perchè sento quanto è in grado di falsare i rapporti reali, le relazioni fra un uomo e il suo ambiente, fra un uomo e gli altri umani, fra un uomo e gli altri animali non umani. Perfino quando lavoro e mi pagano (per un grafico esser pagato ha spesso dell’evento miracoloso ma ne scriveremo in altra sede) provo vera soddisfazione se chi mi paga è contento, apprezza il mio lavoro, vi intravvede un’abbondanza di bellezza e qualità che non è compresa nel prezzo. Questo «non pagato» rientra nel piacere della relazione, dell’amicizia. Ma credo che se ognuno di noi osserva le reali relazioni umane, anche se incardinate in un rapporto commerciale, si accorge di come trabocca, traspare, questo desiderio di apprezzamento, di dialogo amichevole. Classico esempio il ristoratore che apprezza l’elogio del commensale e, nella gran parte dei casi, non è solo per la certezza di conservare un cliente. Il problema del denaro è la freddezza del potere che condensa in quella banconota o, ancor peggio, in quella tesserina magnetica, o peggio ancora in quel computer d’una corazzata «city». Un potere senza morale, assoluto, un sigillo che marchia a fuoco colui che il denaro non ha rispetto a colui che ne ha in sovrabbondanza. Un potere che non scade, non marcisce, non ha il problema della conservazione materiale. Faccio un esempio: chi ha un orto che produce buone zucchine in abbondanza rispetto alle sue esigenze, facilmente ne regalerà ai suoi vicini, agli amici, perchè tanto se non le usa, marciscono. Invece il denaro non marcisce e scivola velocissimo nelle reti telematiche, da un continente all’altro. Guai a chi vuol frenare il denaro, viene tacciato d’essere un antiquato protezionista. Il movimento del denaro è sacro. Mentre il movimento delle creature umane è fastidioso, inelegante, specie quando annegano malamente fra due sponde del Mediterraneo. I Pigmei non conoscono il denaro, e non sanno che la foresta è stata distrutta per lui, per questo nostro dio mostruoso e insensato.

bugie corazzate

9 luglio 2014

Le bugie più corazzate son quelle propinate con sguardo dispiaciuto come «dolorose necessità»

due ruote, da Spezia a Piacenza

8 luglio 2014

Pubblico questo ebook gratuito di un testo che scrissi qualche tempo fa. Il disegno della copertina è dell’autore, cioè l’ho fatto io.

copertinaVincere

Per scaricare fare click qui.

la scuola secondo me

8 luglio 2014

Non faccio mistero di avere un’idea conservatrice della scuola. Idee sbagliate? Puo’ essere, ma sono le mie.

A mio avviso sulla scuola da almeno 40 anni a questa parte (diciamo dal ’68 per esser schematici) si è commesso un colossale fraintendimento.
La scuola è l’istituzione che deve offrire istruzione ai cittadini, siano essi giovanissimi come anche adulti, trasmettendo insieme alla conoscenza anche quel comune senso etico che deve permeare tutti i cittadini, in modo che la parola «nazione» e la sua struttura organizzativa, cioè lo «stato» non siano parole vuote ma parte essenziale dell’identità individuale e collettiva.

La scuola non è quella che deve accollarsi il compito di rimediare ai guasti che l’ingiustizia, la disonestà, la spregiudicatezza di un’economia amorale determinano, la scuola deve combattere solo l’ignoranza e mi pare una missione già più che sufficiente.

È ovvio che in un corpo sociale ove ogni valore è stato spazzato via dal fiume limaccioso del consumismo, del profitto rapido senza scrupoli, della visione atomistica ed egoistica del soggetto, la scuola è disarmata, perchè non puo’ accollarsi il compito impari di addrizzare le cose.

La scuola per me deve dare istruzione e conoscenza, nonchè eticità collettiva, ma tutti gli altri compiti di assistenza sociale non le competono, certamente deve vigilare e segnalare alle autorità competenti, ma è stato un errore colossale trasformare la scuola in una grande mamma che deve rimediare a tutto.

La scuola deve creare gioia del sapere, non è una pomata da spalmare sulle piaghe d’un corpo sociale malato.

 

senza occhiali

7 luglio 2014

caffeverona
sottobicchiere in carta, scansione originale per il blog

Non è un grande risultato di cui vantarsi, sarebbe solo da rubricare nelle giuste norme di comportamento. Ma un aperitivo assieme ai giovani amici, in un bel caffè nel cuore di una bella città, senza parlare a sproposito, senza assumere l’idiota atteggiamento del vecchio saggio è già un buon risultato. Camuffare oltre mezzo secolo di errori sotto una ieratica barbetta bianca, propinando qualche idiozia sul senso della vita, è da evitare con risolutezza. Ti vogliono bene se sei semplice, quasi ti proteggono, come un buon cagnaccio un po’ invecchiato, dagli occhi buoni. I giovani di oggi a mio avviso sono molto meno stupidi e strafottenti dei giovani di quando ero giovane io. L’aperitivo era buono e neanche troppo caro. È andata bene, anche perchè, senza occhiali, ho scelto l’unico che riuscivo a leggere, scritto in neretto.

quando un esodato torna ad Itaca

3 luglio 2014

Secondo me cosa si intenda per «complesso di Telemaco» il giovine statista fiorentino non l’ha ben compreso, o forse, anch’essa possibile evenienza visto l’interesse che provo alle sue perorazioni, non ho compreso io cosa intendesse dire. Ma dell’enfant prodige non voglio discorrere, in queste pagine, seppur modeste, ci piacciono gli argomenti seri. Torniamo alla questione del padre. In effetti molti psicoanalisti (anche uno che conosco io perchè andiamo dallo stesso barbiere, che non è poi molto diverso dall’andare dallo stesso psicoanalista) rilevano che ai giovini d’oggi manca il padre, manca quella figura su cui modellarsi, su cui misurarsi, su cui costruire, anche per opposizione e differenza, la propria identità. È il padre dei maschi, in particolare, ad essere evanescente, giacchè le femmine si modellano di più (sia in imitazione che in opposizione) con la madre. Io credo che ciò accada per una asincronia, per una sfasatura temporale legata alla produzione, al mondo del lavoro. Non credo molto alla psicoanalisi ma parecchio alle evoluzioni dei rapporti di produzione, chiamatelo marxismo se vi pare, tanto io non mi offendo mai. Quando il mio nonno entrò a lavorare nella grande fabbrica, agli inizi del ’900, essere un provetto operaio era una grande ricchezza. Aver acquisito la capacità di lavorare il metallo, aver acquisito quella robusta esperienza ai mille segreti della metallurgia, gli rese facile lavorare e insegnare a lavorare. L’evoluzione tecnologica avanzava in sincronia con l’avvicendarsi delle generazioni, diciamo per esser schematici che un lavoro appreso era buono per circa 40 anni. Oggi due sono i fattori mutati: il lavoro appreso invecchia rapidissimamente e il sapere legato al lavoro conta sempre meno. Oggi un uomo di 50 anni, se non è protetto da qualche garanzia giuridica, non vale niente, non conta niente, la sua esperienza è solo una saccoccia di ricordi importanti per lui ma di nessun valore per il dio del mercato. E allora, i padri, in queste condizioni, in questo essere carnaccia da rottamare, come puoi pretendere che siano autorevoli per i figli? I giovani assorbono come spugne lo spirito del loro tempo, e il loro babbo, quel signore patetico e un po’ pelato, come puo’ esercitare la forza di Ulisse? Quando un esodato torna ad Itaca, non è travestito da straccione, ma lo è proprio e Telemaco, ovviamente, con la casa invasa dai Proci della finanza moderna, è destinato alla sconfitta. Speriamo in Penelope, ma questo vedremo un’altra volta.

I racconti radiofonici di W. Benjamin

2 luglio 2014

Sul tappeto, a fianco del divano letto (non evevo una camera tutta per me), poggiavo due o tre volumi dell’enciclopedia «Conoscere», un grande e meritato successo editoriale. Prima di dormire leggevo e sfogliavo le tavole colorate (disegni a tempera di illustratori di gran pregio). Questa fu la mia prima formazione culturale. La sequenza degli argomenti era apparentemente casuale, ed ogni argomento fioriva su due belle pagine aperte che costituivano un’unica grande tavola. Si passava dalla legione romana alla storia delle ferrovie, dalla scoperta dell’America alla storia delle abitazioni umane, dal sistema solare alla vita delle api, e così via. Mi addormentavo sazio di sapere, mai più ho provato lo stesso appagamento.

Questo episodio personale è riaffiorato nel leggere un economico e prezioso volumetto della BUR dal titolo «Burattini, Streghe e Briganti». Molto più esplicito il sottotitolo «Racconti radiofonici per ragazzi, 1929-1932». L’autore di questi racconti è Walter Benjamin, che si cimentò in questa serie di trasmissioni dai microfoni delle radio di Berlino e Francoforte. Il legame di questo grande pensatore con l’infanzia è ben noto a chiunque abbia letto ad esempio la sua giustamente celebre «Infanzia Berlinese». Benjamin ama il mondo dell’infanzia e i suoi oggetti, i libri illustrati, i giocattoli, gli abeccedari per la loro capacità di rendere l’atmosfera del passato e per la tenace resistenza che il ricordo dell’infanzia oppone alle logiche spietate del mondo adulto. Sono conversazioni radiofoniche di circa venti minuti, dagli argomenti più disparati, dove comunque si possono individuare due filoni principali. Un aspetto è il ricordo d’infanzia, legato soprattutto alla città di Berlino, ai suoi luoghi, le sue genti. Molta attenzione è rivolta al mondo del piccolo commercio e delle botteghe. Non è comunque un caso che Benjamin traducesse Proust, l’affinità è palese. Vediamo ad esempio a proposito dei mercato coperto, luogo denso di fascino.

«Da bambino mi divertivo un mondo a recarmi assieme ai grandi nel mercato coperto di Piazza Magdeburgo, ove d’inverno c’era un bel tepore, mentre nelle afose giornate d’estate si aveva un gran refrigerio. [...] Ma soprattutto ci sono gli odori: di pesce, di formaggio, di fiori, della carne cruda e della frutta; odori che, al chiuso, si mescolano in tonalità ben diverse da quelle che dominano all’aria aperta, adattandosi magnificamente (per il carattere indefinibile e per i toni tenui) alla luce che piove dalle vetrate opache incastonate nelle plumbee strutture metalliche.» (p. 74)

Dei ricordi abbiamo detto, ma l’aspetto fondamentale di queste trasmissioni (e delle trascrizioni qui riportate) è quello educativo, e non solo per i ragazzi dai dieci ai quindici anni cui erano indirizzate, ma anche per gli adulti che, a quanto risulta, ascoltarono con grande interesse. Nella bella prefazione, il curatore e traduttore Giulio Schiavoni riferisce giustamente di un «illuminismo antiautoritario». Specie verso il termine di quel ciclo radiofonico appare evidente come Benjamin avverte l’incombere di una nube minacciosa sulla Repubblica di Weimar e quindi cerca di stimolare un atteggiamento vigile sugli oscurantismi, i pregiudizi, le facili propagande. Fra i tanti argomenti è davvero esemplare la trasmissione dedicata alla Bastiglia, la celeberrima prigione fortezza. Infatti l’autore spiega con chiarezza il vero motivo del furore popolare, reazione non ad un carcere, per quanto duro e severo nelle sue regole, ma ad un potere ostentato. Un potere che si manifestava nell’arbitrarietà degli arresti ma anche e soprattutto nel lusso in cui viveva il Governatore, nella sfrontata opulenza di ispezioni che erano in realtà lussuose occasioni mondane per ricevimenti e banchetti. La rabbia popolare non si scatena verso un’autorità severa, ma soprattutto verso una manifestazione di profonda ingiustizia.

Non è un caso che di lì a poco un caporale dall’ottima retorica oratoria conquisterà il potere. E Benjamin propone ai ragazzi una puntata dedicata ad un grande imbroglione, uno dei più famosi della storia: Cagliostro. Con impareggiabile efficacia descrive la psicologia del grande imbroglione, così utile anche per capire il nostro tempo.

«Non si deve pensare che un tizio che voglia unicamente vivere bene e mangiare e bera a volontà impegni energie e fantasia per tenere l’Europa con il fiato sospeso per vent’anni con le proprie invenzioni. A Cagliostro importava del potere e della regalità fantasticata dai massoni per lo meno altrettanto del denaro. A ciò vanno poi aggiunti altri fattori. Nessun individuo puo’ lasciare per alcuni decenni tutta la propria vita in balìa di idee fantasiose, parlare della vita eterna, della Pietra dei sapienti, del Settimo libro di Mosè, e di altri segreti consimili (che egli pretende di aver scoperto) senza crederci, alla fin fine, un pochino anche lui. O più precisamente e più correttamente: di sicuro Cagliostro non credeva in quello che raccontava alla gente, però era sicuramente convinto che il suo potere di far ritenere le più mirabolanti fandonie fosse in realtà altrettanto meritevole della Pietra dei sapienti, della vita eterna e del Settimo libro di Mosè presi insieme. Ed è proprio questo il vero punto nevralgico delle sue fandonie. Cagliostro era davvero tremendamente potente grazie alla fiducia in se stesso, alla fede nella propria forza di persuasione, nella propria fantasia e nella propria conoscenza degli uomini» (p. 240)

Davvero il grande intellettuale berlinese, che pure considerò queste sue attività radiofoniche come produzioni minori, sa regalarci una vera e propria «enciclopedia» ricchissima di spunti, notizie, riflessioni. Queste sere, mentre mi gustavo uno dei tanti capitoli del libro, ho provato lo stesso appagamento di quando ero bambino, e sfogliavo l’enciclopedia raccolta con pazienza, fascicolo dopo fascicolo, dal mio babbo. Tornare bambini, per capire meglio, questo dobbiamo fare un po’ tutti.

Walter Benjamin
Burattini, streghe e briganti.
Racconti radiofonici per ragazzi (1929-1932)

Curatore e traduttore G. Schiavoni
BUR 2014
p. 387

l’araba verità

27 giugno 2014

Dal sole accecante della strada, è giusto, nell’apice del giorno, gettarsi nell’ombra di questa saletta. Anfratto foderato di scuro legno, intarsi assai tardo liberty dopoguerra, seminascosto oltre il bancone. I turisti e qualche impiegato al rito dell’insalatona, soffrono fuori sotto all’ombra inutile delle tende. Pochi comprendono l’araba verità che l’estate reclama il chiuso, il buio protettivo di spessi muri. L’ombra autentica si acquatta nei labirinti dei retrobottega, complice d’un lieve sentore di muffa. È questo il ristoro, anche se il tavolino reclama l’obbligo, la giustificazione almeno d’un caffè. Non ho il coraggio di chiederlo shakerato, mi vergono delle parole inglesi. Ci venivo da ragazzo qui, certe mattine per sfuggire alla scuola, per finire preda di quella sfrontatezza adolescente, maschera d’una inconfessata insicurezza. Chissà se quella vecchia dal trucco in eccesso, ci veniva anche lei. È un ricordo vago, forse anche lei da ragazza sfuggiva aoristi ed equazioni, in questo bar. Oggi, non più la scuola si paventa, ma un calore che fiacca un corpo ormai fuori stagione. Del resto, certi bar un po’ in disarmo, son sempre il miglior rifugio, per tutto.

il tavolo dei bimbi

26 giugno 2014

Organizzare un pranzo di matrimonio è impegnativo, lo so. Leggi il seguito di questo post »

come se il temporale potesse

25 giugno 2014

Poco oltre la prima fila di case è grigio compatto. Leggi il seguito di questo post »

sarebbe da riderci, ma non si puo’

24 giugno 2014

Quel che sta accadendo in Iraq dimostra che quella guerra fu un grandissimo errore e che le inaudite sofferenze di tanti bambini, donne, anziani, uomini sono state assolutamente inutili. Leggi il seguito di questo post »

Ma davvero è lo stesso mondo…

24 giugno 2014

Un piccolo esperimento video. Il testo e la voce sono di Lucia Piombo. I rudimentali disegni sono realizzati con Adobe Illustrator, la musica è improvvisata con una vecchia Eko.

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“Soglie„ [G. Del Giudice]

23 giugno 2014

Siccome l’amico Graziano Del Giudice è pigro, e non ha un blog, ospito nelle mie ubertose paginette questo testo, che è stato redatto a supporto per una performance in un locale della Spezia. Leggi il seguito di questo post »

neppure a lui

22 giugno 2014

Seppur nella profonda, totale, frontale, avversione politica (e finanche antropologica) che provo verso il Dell’Utri, trovo davvero sgradevole l’idea di limitare i libri ad un detenuto, chiunque esso sia.

importa come suono

21 giugno 2014

Nei libriccini col volto sorridente dello psicologo prêt-à-porter alla fine c’è scritto in tutte le salse che devi amare te stesso, ti devi accettare. Va bene, son d’accordo, accettarsi è giusto, ma non vorrei che dietro l’accettazione fosse acquattata la sorella brutta e zitella della rassegnazione. Forse il problema è un altro: migliorare se stessi significa soprattutto migliorare la qualità della comunicazione verso gli altri (umani e non umani), l’errore è interrogarci come singoli e non come nodi d’una rete organica di relazioni. Come fossimo le note d’una canzone, nessuna nota è bella o brutta di per sè, quel che conta è la musica d’assieme. Non importa come sono, non conta nulla, importa come suono, nella musica del vivere.

scriverti

20 giugno 2014

aforisma115-aurora
si puo’ fare click per ingrandire la figura

«La lingua e i pregiudizi su cui la lingua è costruita, ci sono di impedimento nello scandagliare processi e impulsi interiori.» (F.W. Nietzsche, Aurora, afor. 115, Ediz. F.lli Bocca, Traduz. Emma Sola, Torino 1926)

Sì, è bello scriverti. Lo so, tu apprezzi molto, amica mia, il ritrovarle, nella cianfrusaglia volgare della posta d’oggidì. Ti piacciono le mie desuete (sembrano d’un passato antico) buste, i fogli piegati in quattro, e l’indirizzo scritto a mano. Scrivo lasciando che la lentezza della posta di carta conferisca spessore alle parole, quasi che maturino nei sacchi della posta, similmente a quella frutta còlta acerba perchè maturi al banco del mercato. C’è anche il sottile erotismo nel sapere che queste mie mani hanno lasciato invisibili impronte sul foglio e questa carta toccherà la tua pelle, la tua pelle chiara e sensibile alla carezza lieve, la tua pelle che molto apprende da sè. Ma le parole, ce la fanno le parole? A volte mi sento come il principiante sui trampoli, colui che cammina goffo nonostante la presunta altezza. Le parole non ce la fanno mai, anche se sei un bravo scrivano, a raccontare davvero quel che si prova, perchè quel che si prova è profondo, nella profondità filogenetica. Le parole sono uno strumento abbastanza ben fatto, chi sa usarle a modo induce nel lettore sensazioni abbastanza simili al vivere. Ma non ce la fanno sul serio. È un gioco: io scrivo, tu giochi a capire. È bello scriverti, sì.

decifrare il tempo

18 giugno 2014

Una breve lezione, una «simulezione» ad uso degli studenti delle scuole superiori. Protagonista un amico, filosofo di quelli veri, che spesso passa di qui.

il linguaggio delle api

18 giugno 2014

Mi sono perso due volte, fra Brescia e Parma. Varcando la pianura fuori dalle autostrade, ho provato la tipica sensazione di impotenza che coglie colui che s’è perso. Abituato al mare da un lato, le colline alle spalle, al facile orientarsi, con punti costanti di riferimento, ecco che basta una pianura un po’ vasta, uniforme, e magari un po’ di nebbia, e mi perdo. E per fortuna noi umani abbiamo cartelli stradali, indicazioni, cartine (ed oggi anche tante diavolerie elettroniche) che ci aiutano per capire se siamo sulla strada giusta. Come ultima risorsa c’è sempre un pensionato sul ciglio della strada al quale domandare. Orientarsi e comunicare tragitti, percorsi, direzioni, ecco un’attività indispensabile per una società d’umani organizzati. Ma anche gli animali hanno da informarsi sul dove andare, e di un animale dalle magnifiche attitudini al riguardo tratta un bel libro: «Il linguaggio delle api» di Karl von Frisch. È un classico dell’etologia, un testo giustamente famoso. Oggi le scoperte del sobrio professore austriaco sono verità condivise ed accettate, ma quando le presentò non furono pochi gli increduli, gli scettici, ma von Frisch, col suo stile pacato, riuscì sempre a difendere l’efficacia delle sue scoperte.

Quel che oggi rende molto attuali e davverro importanti le osservazioni riportate nel suo testo è la questione del linguaggio. Ma prima di ragionare sul linguaggio dobbiamo partire dal ragionamento sulla comunicazione. Sempre di più nella biologia, nelle ricerche che analizzano quel processo così affascinante che definiamo «vita», è cruciale il ruolo dell’informazione. Tutta la vita si dispiega grazie all’informazione, sia essa interna ad un organismo (fra organi, fra apparati dello stesso corpo) oppure informazione che passa da individuo a individuo. Nell’importante prefazione di Giorgio Celli il concetto è infatti ben enucleato.

«Da qualche decennio i biochimici acquistano sempre più coscienza che il fenomeno della comunicazione, nel suo significato più ampio, è una delle manifestazioni fondamentali della vita, a cominciare dalle interazioni cellulari, ed è stato notato che la genetica molecolare si vale, non a caso, di parole elaborate nei territori di competenza della teoria dell’informazione e della comunicazione» (pag. 9)

Ovviamente la comunicazione è assai intensa negli animali sociali. L’alveare viene definito un superorganismo, e la comunicazione fra gli individui è strumento cruciale per il procedere e perpetuarsi della vita. Ma nelle api avviene un fenomeno ulteriore rispetto all’uso di semplici segnali, si manifesta l’uso di segni, di simboli. Insomma abbiamo un vero linguaggio, adatto a descrivere circostanze, dati che possono variare, insomma siamo ben oltre il segnale automatico che comporta una risposta automatica.

Von Frisch si domanda come possa la singola ape, scoperta una fonte di cibo, comunicarlo alle altre, in modo che esse poi volino copiose a giovarsene. Indaga sul segnale olfattivo, sicuramente importante, ma la semplice percezione del profumo non basta a spiegare una delle più affascinanti capacità delle api: comunicare alle compagne la direzione da prendere per raggiungere il sospirato nettare e, ad alteriore e preziosa informazione, la distanza da percorrere. Tanto per cominciare è davvero interessante capire come fa l’ape a conoscere la direzione e la distanza da percorrere, e il nostro meticoloso scienziato ce lo spiega e, in questo magnifico testo, ci spiega anche i suoi meticolosi esperimenti per capirlo (ma non lo scriviamo, qui, il libro va letto…). La scoperta fondamentale è il modo in cui l’ape esploratrice lo spiega alle meno avventurose compagne. La comunicazione avviene attraverso una danza, o per meglio specificare attraverso due danze. Per comunicare la presenza di cibo nelle vicinanze le api, all’interno del favo, compiono una tipica danza circolare che significa più o meno «ragazze, qua intorno a casa c’è da fare provviste». Ma se il prezioso nettare è lontano, ad una distanza tale che il semplice profumo non basta ad orientarsi? Ecco quella che von Frisch chiama la «danza dell’addome», leggiamo dunque come la descrive:

«Le api che provengono dal luogo di alimentazione più lontano danzano in maniera completamente diversa. Eseguono quella che io ho chiamato la “danza dell’addome”. Esse percorrono rapidamente un breve tratto in linea retta dimenando, con grande frequenza, l’addome a destra e a sinistra; quindi, eseguono un’evoluzione circolare completa di 360 gradi a sinistra, corrono in avanti in linea retta ancora una volta, quindi eseguono l’evoluzione rotatoria a destra ripetendo questo schema generale molte e molte volte. Questa danza dell’addome [...] ora potevo vedere che veniva eseguita col massimo impegno da quelle api che portavano il cibo zuccherino dal luogo di alimentazione sperimentale posto a trecento metri di distanza.» (p. 108)

schemaapi

La direzione del tratto in linea retta (quello in cui dimenano l’addome) rispetto all’asse verticale del favo dà l’angolo di deviazione da prendere rispetto alla provenienza della luce del sole. La velocità con cui svolgono il movimento, dà l’informazione sulla distanza. E con un’esattezza che fa impressione.

Per conoscere la direzione della luce solare il nostro autore spiega della capacità, intrinseca all’apparato visivo delle api, di vedere la luce solare polarizzata, ma qui non ho spazio per andare oltre, anche se ne varrebbe la pena.

Dunque le api, creature molto lontane da noi umani (i nostri cammini evolutivi si sono divisi in epoca lontanissima, poco oltre gli albori della vita) hanno sviluppato un linguaggio simbolico, basato su delle raffigurazioni. C’è discussione sulla natura di questo linguaggio, ma che sia un linguaggio vero e proprio è assolutamente certo.

La lezione di von Frisch è importante anche per il rapporto fra lo studioso e l’animale oggetto delle sue osservazioni. Un rapporto fatto di rispetto. Infatti con Lorenz il nostro è fra i protagonisti dell’avvento dell’etologia, una scienza che non porta l’animale nella macchina infernale degli esperimenti su una creatura terrorizzata e indifesa, ma li interroga con cautela, entrando con pazienza nelle sue abitudini, nel suo mondo. E capire il loro mondo, significa capire molto anche su ciò che siamo noi, chiamati, dalla nostra (spesso mal adoprata) intelligenza, alla responsabilità di non distruggerlo.

Karl von Frisch
Il linguaggio delle api
Introduzione di Giorgio Celli
Traduzione G. Celli, A. Cristiani
Bollati Boringhieri, 2012
pag. 176

 

grazie, dannata pioggia

15 giugno 2014

Tump. Tump. Toc. Toc. Tamburella scherzosa sul vasto ombrellone della pizzeria, ma in breve è pioggia senza freni, tuoni secchi come colpi di rullante, temporale di fine estate che arriva invece, ironico, all’inizio. La paciosa serata in pizzeria si trasforma in gaio e felliniano finale d’una festa. Fuggiti un po’ in fretta cercando riparo parziale dei portici, ridiamo, scherziamo come ragazzi. Come quando una pizza assieme era quasi un lusso, prima di baci audaci soprattutto per il posto, perchè ogni scomodissimo posto era il posto giusto. Lo sciame delle ragazzine sgambetta e ride nella pioggia, sotto gli ombrelletti di quelle più previdenti. L’odore dei vestiti bagnati era tanto che non ce lo sentivamo addosso. Grazie, dannata pioggia, grazie di questa scomodità che mi rende indietro un po’ di giovinezza.

ultravioletto

11 giugno 2014

L’ultravioletto è un colore che gli umani non possono vedere. Mi ha sempre incuriosito l’accadimento d’un colore che c’è ma non possiamo vederlo. Ma non possiamo neppure immaginarcelo, visto che non è nella gamma dell’umano spettro. Per capirsi, un ippogrifo non esiste ma ce lo possiamo immaginare, come possiamo immaginare un uomo con tre teste dai capelli blu. Ma quel colore, non possiamo immaginarlo, tuttavia alcuni strumenti lo possono rilevare, così come sapere che ci riescono gli occhi di alcune creature non umane. Una dimostrazione dunque della potenza del linguaggio che puo’ abbracciare un territorio ben più vasto dei limiti sensoriali. La mente, o meglio il corpomente, è una struttura che va oltre la realtà, rimane ad essa ancorata ma puo’ abbracciare un ambito più vasto, laddove arriva la fantasia oppure la tecnologia con le sue protesi. L’ultravioletto, non lo possiamo vedere, eppure un nome glielo abbiamo dato, eppure fa parte, per dirlo con Heidegger, del nostro mondo. Non è poco, tutto ciò.


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