Rincorrendo Dafne

16 settembre 2014

Forse un giorno non troppo lontano
riuscirò a correre veloce come te
quando avremo doppiato
presso gli atolli corallini
i pesci grigi di rangiroa

che quando si arrabbiano
per le tempeste tropicali
e la pioggia battente
che scuote la corrente

diventano rossi
e cambiano colore
proprio come noi

quando avremo passato
i giganteschi totem volanti
della papua nuova guinea

e quando avremo incontrato
il re sovrano dei papuani
che trascorre le sue vacanze
a forte dei marmi

quel giorno d’estate
io ti raggiungerò
e allora sarai mia

quando avremo nuotato
tra le acque della Melanesia
e ballato insieme
con i melanesiani

che non amano i vestiti
ma la nudità
e non accettano
regole nè padroni mai

proprio come noi
proprio come noi
proprio come noi.

Rincorrendo Dafne è un brano dei Plumbago.

Geografia fantastica, biologia, metamorfosi evolutiva. I testi sono immersi nella dimensione onirica del viaggio, nei molteplici sensi della parola. Viaggio nel tempo profondo della filogenesi, della metamorfosi incessante, della vita che proviene dal mare. Viaggio geografico, con lo sguardo alla cartografia onirica dell’immaginario. Il tutto in un coinvolgente dinamismo dove il testo e il suono sono ben amalgamati, abbracciati, reciprocamente intrisi. La chitarra di Marco Barani è un gioiello di sound misurato, pregnante, efficace. I Plumbago hanno stile e respiro. Con buona pace delle tante buone cover band, questa è un’altra cosa.

Click per ascoltare.

Altre informazioni, sul sito di questi giovani amici.

Aggiungo una piccola osservazione: nel lieve ironico esotismo, a tratti, intravvedo la lezione di Paolo Conte, seppur in un contesto musicalmente molto diverso.

la trappola corporativa

15 settembre 2014

Il modo migliore perchè gli sfruttati non si ribellino è dare ad alcuni fra loro un qualche privilegio, magari una paga migliore e sicura. Accadrà che i detentori del piccolo privilegio difenderanno con animalesca dedizione lo statu quo, per paura di scivolare nella casta inferiore. E gli sfruttati sul serio, quelli che pagano per tutti, odieranno i piccoli privilegiati della porta accanto e lasceranno in pace i veri responsabili. Così, la trappola corporativa è la forma più efficace di controllo politico.

iconografia della vittima

13 settembre 2014

Questione non banale il rapporto fra creature non umane e la loro raffigurazione.
Faccio un esempio: giorni fa passando davanti ad una specie di friggitoria dove servono del pollo appunto fritto, osservai che campeggiava una figura disegnata di galletto tutto allegro e ammiccante. A pensarci una davvero tragica ironia raffigurare la vittima sorridente come marchio di fabbrica, un po’ come certi maialini allegri raffigurati sui salami.
Il disegno, affermerebbe qualche osservatore superficiale, è una cosa giocosa, non c’è nulla di male. E invece no perchè è proprio il disegno l’elemento simbolico più potente di tutti, il galletto sorride, il maialino sorride, la trota sorride, come dire se mi mangi mangi la felicità.
Nessuna raffigurazione è innocente, al riguardo.

lei, 1977

12 settembre 2014

lei

Lei, olio su cartoncino telato, 1977 c.a.

La giovinezza è gloriosa, ma lo comprendi solo quando si appalesa quanto è ingloriosa la vecchiaia. Meno male che c’è stata la giovinezza. Grazie, destino.

lava più bianco

11 settembre 2014

«Preparò il terreno alle grandi campagne pubblicitarie successive con un’azione mirata di direct marketing. In effetti, un errore classico che fanno spesso i marketing manager è quello di non assicurarsi di aver “solidificato” l’immagine della marca presso il pubblico prima di passare alla comunicazione di massa. Il direct marketing  poi, viene concepito (e usato) tutt’al più per vendere direttamente. In questo caso, invece, si fece un uso avanzatissimo dello strumento rivolgendosi agli opinion makers, ovvero coloro che sono in grado di condizionare l’opinione di un grande numero di persone. Un lavoro di questo genere permise di stabilizzare l’immagine della marca e preparò proficuamente il terreno all’advertising» (pag. 98)

Leggendo queste righe si potrebbe supporre che l’oggetto sia l’analisi di una buona campagna per il lancio d’un prodotto. Se ne leggono tante. Del resto i libri sul marketing abbondano e rappresentano spesso un vero affare per chi li pubblica, un po’ meno per chi li compra. Ma proseguendo la lettura possiamo renderci conto che ci si riferisce ad una campagna molto particolare, forse la più importante della storia del marketing stesso.

«Paolo dunque indirizzò i suoi mailing a sette forti gruppi di opinione (i Tessalonicesi, i Corinzi, i Galati, i Romani, i Filippesi, gli Efesini, i Colossesi) [...] Paolo fu a tutti gli effetti il primo guru della pubblicità postale» (pag. 98)

E Paolo introdusse per primo anche la pubblicità comparativa.

«Non gli mancarono occasioni per stabilire il primato del cristianesimo come Marca, declassando l’ebraismo ad una sorta di sottomarca che ha fallito quasi ingannando i consumatori (“la legge infatti non ha portato nulla alla perfezione e si ha invece l’introduzione di una speranza migliore, grazie alla quale ci avviciniamo a Dio”, Eb 7, 19)» (pag. 99)

Queste citazioni provengono da un curioso ed intelligente libretto, edito da Minimum Fax: «Gesù lava più bianco» di Bruno Ballardini. Non gioiscano troppo, ora,  gli amici atei in agguato nelle mie pagine: non è un libro contro la religione, contro il cristianesimo, contro la fede. L’oggetto vero sono le strategie raffinate del marketing del nostro tempo, laddove il prodotto viene venduto non per quello che è, per quel che davvero contiene, ma per l’aura mistica che lo avvolge. In questi giorni c’è il lancio del nuovo apparecchio Apple, e tutto si regge sull’idea che sia unico, che sia il «vero» eccelso e grandissima importanza risiede nella fede dell’acquirente, nel suo sentimento di amore, gratitudine, appartenenza. L’aspetto curioso di questi prodotti è che ogni volta vogliono apparire l’assoluto, il definitivo, anche se poi, inesorabilmente, arriverà un altro modello, unico anche lui, in una rincorsa senza fine (finchè il pianeta non collassa).

Il testo poi entra anche nel merito della questione religiosa, analizzando le diverse, antitetiche strategie di comunicazione degli ultimi tre pontefici, e il tentativo, sempre più difficile, da parte della Chiesa di essere davvero universale. Emerge una certa simpatia per Bergoglio, che condivido. Ma il vero nucleo del testo è raccontare il marketing, nel parallelo fra quello dei secoli dei secoli, e quello sempre più ossessivo dei nostri giorni. Nella parola di Gesù, tolto il marketing, rimane qualcosa di importante (nonostante la Chiesa e i suoi errori/orrori). Nella paccottiglia tecnologicamente avanzata, tolto il marketing, non c’è nulla.

Una nota di merito, la grafica della copertina: geniale.

Bruno Ballardini
Gesù lava più bianco
ovvero come la Chiesa inventò il marketing
Minimum fax, 2014
pag. 220

amica della sera

10 settembre 2014

Mi aspetta. Lo sa che certe sere, solo in quel viale di periferia, due passi con la scusa della digestione, mi portano al circolo. Prima di svoltare c’è il grande giardino della signora. Fra le piante e qualche improbabile statua similclassica, mi sente arrivare. I miei passi nel silenzio, lei  appoggia il muso fra le sbarre. Quelle grandi mascelle da Labrador mi fanno riflettere che se s’arrabbia mi stacca la mano. Ma no, niente paura, lei sa della mia carezza. Le parlo piano, sono amico della signora, ma non voglio che mi senta  parlare con Ginger. La casa è grande, svoltato l’angolo c’è l’altro cancello, mi segue, appoggia di nuovo il muso fra le sbarre, mi aspetta. Altra carezza, altro saluto. Le vogliono bene, la trattano bene lì a casa sua, non cerca compassione. Però le piace l’amicizia. L’affetto, l’amicizia, loro la vivono con delicata intensità. Qualche volta, nei momenti migliori, anche noi siamo così, ma di solito la facciamo complicata.

mi scuso con i lettori

9 settembre 2014

Mi scuso con chi onora il blog della sua lettura per la comparsa e scomparsa di qualche articolo, ma ho dovuto provvisoriamente eliminare un articolo per una questione di diritti riservati, a breve conto di risolvere.

non avrai altro brand all’infuori di me

8 settembre 2014

Mettersi in coda sei giorni prima per acquistare un Iphone ultimo modello è in tutto e per tutto una manifestazione di culto. Forma devozionale ad un brand che assume connotati religiosi. La religione vera è un’altra cosa, sia chiaro, ma l’aspetto devozionale è il medesimo. Ci tornerò su questa faccenda.

ogni volta che si puo’

8 settembre 2014

Folata di profumo dolce, ipercalorico, di paste. Sotto il dehors, fra i tavoli, le due belle signore. Forse è lo stesso profumo dolce di quel che si confidano. Mentre la bocca, bardata dal rossetto di marca, degusta dalla tazzina, gli occhi della più elegante (vestito blu cina e bracciali d’oriente) brillano. Ridono muti alle parole, sussurrate, dall’altra. Chissà cosa le confida, mentre fa segno di tre con le dita. Non osiamo ipotesi brutalmente maschili. Certo, lievi le rughe sui volti svelano che ormai sanno bene come vivere. Alla fermata di fronte la ragazza con l’iphone in mano, immobile, legge e una lacrima rovina il trucco (così inutile a quell’età). Le due signore, da tempo, hanno imparato a non piangere oltre il dovuto, e ridere, ogni volta che si puo’. Ancora un cellulare che sibila e vanno via. La tazze, sul tavolo tondo, rimangono a custodire le segrete confidenze.

Le Rose dell’Ecuador

6 settembre 2014

Nei cortili delle case operaie, specie le mattine di primavera, sentivo cantare. Dalle finestre echeggiavano le canzoni delle donne affaccendate. Canzoni del momento oppure vecchie canzoni, sparse nell’aria senza imbarazzo. Era normale cantare, era triste chi non cantava. Oggi non si canta più (e siamo tormentati da continue musichette di sottofondo). A quei cortili ho ripensato leggendo «Le Rose dell’Ecuador» di Marina Garaventa. Leggi il seguito di questo post »

precisazione sui dipendenti pubblici

5 settembre 2014

Io sono un artigiano, un grafico, quindi non non si puo’ dire «costui scrive pro domo sua». Leggi il seguito di questo post »

Tre poesie di Graziano Del Giudice

4 settembre 2014

Un anticipo su un’iniziativa editoriale dell’amico Graziano Del Giudice. Tre poesie ad ambientazione estiva.

Tre poesie.

quel fiotto arcaico

4 settembre 2014

Il piacere erotico è una forma di conoscenza. Leggi il seguito di questo post »

smettere di scrivere

2 settembre 2014

Già scrivere «amo la solitudine» è la prova che non la sai sopportare. Vuoi che si sappia della tua bella solitudine? Che solitudine da quattro soldi! Troppi filosofi da strapazzo in giro. D’un vero, autentico, filosofo non c’è la traccia, perchè ha obbedito alla consegna del silenzio. Eroica e benedetta, la mano che posa la penna, per sempre. È una tentazione, ma non ci riuscirò.

le rendite di posizione

2 settembre 2014

«Non ci devono più essere rendite di posizione».

Affermazione condivisibile, tutti d’accordo. Ma c’è un piccolo problema: ognuno pensa alle rendite di posizione altrui.

un orrore a lungo segretato

31 agosto 2014

2 dicembre 1943, una bomba tedesca colpisce una nave americana nel porto di Bari. La nave contiene un carico pericolosissimo e proibito dalle convenzioni internazionali. La conseguenza è un dramma, un orrore rimasto a lungo segretato. Mi permetto di suggerire questo documentario.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-435e5871-8798-4af9-816f-2f2578adbee8.html

ogni donna

30 agosto 2014

Nella serata di ieri, nella bella ambientazione del Chiostro di San Francesco a Sarzana, ho assistito al recital di Emanuela Grimalda. Il titolo (Le difettose) è quello del libro da cui è tratto, di Eleonora Mazzoni. Il tema è un tema femminile molto complesso, quello delle maternità «tardive». Leggi il seguito di questo post »

scarsi materiali di scrittura, meno male

30 agosto 2014

Per scrivere un’autobiografia è necessario aver avuto una vita eccezionale, o nelle realizzazioni o nelle tribolazioni. A questi punti m’auguro di non avere alcuna autobiografia da scrivere. Sarò autore di un perfetto silenzio postumo. La perfezione non esiste, o meglio: è il non esistere.

affittasi e/o vendesi

28 agosto 2014

Capita di perdersi nelle periferie che non conoscevi. Per sbaglio, anche a due passi da casa. Palazzine un po’ sbrecciate e villette dove l’erba è cresciuta troppo, nel giardino. Un colosso in vetrocemento semivuoto, l’androne odora di calcestruzzo fresco. Un solo coraggioso dottore ha portato lo studio che aveva in centro, ma sulle balaustre, come bandiere di resa, giganteschi «affittasi e/o vendesi». Nel parcheggio, assolato e smisurato, l’erba rispunta, vigorosa, da ogni crepa. Due ragazzini scuri, uno in piedi sulla bici, gettano nel vento chissà quale lingua bastarda, un po’ Africa e un po’ periferia. Amo la solitudine, ma qui mi pesa, e son solo a due passi da casa. Capita di perdersi, nelle periferie.

la paura

27 agosto 2014

«L’africano, negroamaro viene in mente di chiamarlo per contraddire la buonanima degli angeli biondi, il capo rincagnato sul collo della sua giacca a vento azzurra, ondeggia ora su una gamba ora sull’altra, quasi sapesse che il moto alterno del peso sui piedi giova alla spina dorsale e invece si tratta di freddo, nelle due mani regge due fasci di ombrelli differenti, convenzionali gli uni, e da borsa i restanti; egli attende. La pioggia arriverà, lo sa bene. Per questo si ritiene fortunato, la posizione è buona, nel vasto androne di un palazzo antico, gli è parso così a giudicare dal ferro battuto del cancello che chiude ai passi indiscreti un giardino molto privato [...] Piove alla fine come si deve, l’africano si aspetta che almeno qualcuno corra a ripararsi dove lui sta in guardia come i suoi progenitori hanno fatto per secoli, con fatica e abilità, in attesa di un animale disposto a farsi olocausto per centinaia di denti bianchi, di neri affamati e, più alto dei suoi ombrelli, egli attende non una preda, ma di vendere. La nascita della tragedia.»

(da Pasquale D’Ascola, L’Ombrellaio, dalla raccolta I venticinque racconti della signorina Conti, IPOC, Milano 2014)

Leggi il seguito di questo post »

non te la prendere, Enrico

26 agosto 2014

Certo stanotte potevi apparire a qualcuno che conta, non a me. Ma che hai? Sei arrabbiato? Sì Enrico, hai ragione. Non ti piace questa faccenda. D’accordo, è bello esser ricordati ma, sicuramente, cogli la differenza fra l’esser ricordati e l’essere riutilizzati. Capita a tutti quelli che sono stati importanti. Anche quello con la barba, il filosofo di Treviri, pensa quante sciocchezze in suo nome. E quello bello, buono, figlio del falegname? Son 2000 anni che viene frainteso, quasi sempre in malafede. Enrico, non te la prendere, noi vivi siamo fatti così, un po’ ladri e un po’ ruffiani.

supplenze

25 agosto 2014

Mais ou sont les neiges d’antan?
(F. Villon)

Le supplenze saranno abolite. Forse è giusto. Ma nel ricordo nessuno le puo’abolire. Le giovani supplenti sono state, per noi ragazzini, imprigionati nelle cupe classi di soli maschi, i primi oggetti delle fantasie erotiche. Bastava una gamba accavallata, sotto la cattedra, per nutrire settimane di nascoste fantasie. Oggi, care supplenti del tempo che fu, se ancor siete vive, di sicuro siete vecchie professoresse in pensione, un po’ scassate. Tranquille: il tredicenne brufoloso di allora, non v’ha mai dimenticate.

tracce di jazz

25 agosto 2014

Un gran bel CD, denso di sostanza musicale. Ecco «Tracce di Jazz» di Liliana Biciacci. Incisione curata nei dettagli, musicisti pregiati (fra i quali l’amico Andrea Imparato), una voce limpida e usata con talento, concentrazione ed equilibrio. Mi rendo conto che così sembra un testo promozionale, ma se una cosa mi piace, mi piace. La voce s’avvolge alla melodia in spire crescenti, in stacchi dosati, in sapienti sospensioni. Una vera cantante jazz evita l’ammiccamento facile, l’erotismo da pop star, e ti cattura con quella trama elegante, quella magia che associa la bella voce a quella degli altri strumenti. Perché è voce come strumento, questo è uno degli intenti.  Non sono un competente di musica, mi si conceda solo qualche nota su tre brani, le semplici impressioni da ascoltatore. I testi sono di sicuro interesse, peccato non siano riportati nella confezione. Una nota di merito la grafica del cd, un stile ironicamente buon vecchio underground.

Aspettare è canzone d’atmosfera, sospesa, nel piacere della voce che si avvolge in volute nitide, ricca di finezze, piccole preziosità, un brano che oscilla con sapienza fra molte sfumature; splendido sax di Imparato.

Comunque il sole  ti prende per mano accattivante, allusiva, il dialogo fra la voce e i fiati, sul tappeto di un ritmo rilassato e vivo, è il sapore di un bel brano elegante.

In Sospesa un grande Imparato, un brano perfetto, bello il piano.

Ne Il senso del tempo il primo minuto è un capolavoro di introduzione, preparazione all’arrivo della voce di Liliana che arriva e comincia ad avvolgersi ad un melodia davvero azzeccata, il passaggio di chitarra elegante e misurato è una delle tante scoperte che questo brano offre ad ogni riascolto.

Come piccolo assaggio, una manciata di secondi in questo clip.

tutte le informazioni, qui:

http://lilianabiciacci.com/Liliana_Biciacci/Discografia.html

saggistica e letteratura, ragioni d’una preferenza

24 agosto 2014

Grande è il mio rispetto per la letteratura, nullo il valore del mio giudizio su quel che viene scritto, vista la mia incompetenza. Posso dire però che leggo più volentieri un saggio rispetto ad un romanzo. La buona saggistica non è fredda, è invece innervata della passione, del sacrificio, dell’entusiasmo dello studioso. Il saggio non viene scritto per piacere al lettore attraverso il rapimento, il coinvolgimento, ma per trasmettere e accompagnare l’amore per la conoscenza (e non solo la conoscenza positiva, ma anche quella forma di conoscenza più profonda che è il dubbio, il problema). Non amo i mondi inventati, già è un intreccio di misteri il mondo che c’è. Forse il racconto antico, il racconto dell’epoca lontana in cui religione, narrazione, conoscenza erano inscindibili non soffre l’artificio che io avverto nella letteratura. Quanta passione, quanto amore, quanta vita che c’è in un libro che narra di scoperte, esplorazioni, osservazioni! Quanto stupore, nonostante il rigore, trapela da un buon libro di divulgazione scientifica, antropologica, storica! Lo so che ci sono romanzi bellissimi, ma la vita è già di per sè bellissima e terribile, mi pare freddo ed evanescenze l’inventato rispetto al compreso, all’indagato. Di certo qualcuno puo’ obiettare: ma ci sono grandi romanzi che grazie al racconto fanno conoscere con grande efficacia un tempo, una cultura, una condizione umana. Lo so, ma sono pochi, isole benedette in un mare di parole inutili. Un’opinione molto personale, chi mi è amico mi perdonerà. I libri a forte contenuto autobiografico sono un mondo a parte, ci torneremo su.

aux moules

22 agosto 2014

A sinistra il viale, le macchine dei gitanti, a destra il mare e le luci, le tante luci d’un mare d’agosto. Non so se davvero son così buoni questi spaghetti aux moules. Ma questo tavolone da sagra m’induce pacata allegria e l’appetito semplifica ogni dubbio, al diavolo le prudenze dietetiche. I francesi, due quarantenni e due bambini finalmente non obesi, paiono gente semplice. Forse ho troppo preconcetto sulla spocchia d’oltralpe. Aux moules, mi ricordo che a Parigi vanno matti per queste cose e per le ostriche. I bambini non hanno mangiato molto, ma la mamma non li opprime all’italiana per rimpinzarli. Sorpresa, sono perfino educati e vanno loro a gettare nell’apposito bidone le stoviglie di plastica. Non so se le due o tre banalità in francese le hanno gradite, ma pazienza, perfino mangiando un vanitoso rimane tale. Vino bianco, poco che poi devo guidare, ma l’acqua minerale proprio sui muscoli non va. Una sera azzeccata, le luci del mare, una piccola scorta di piacere da conservare, lenitivo per i momenti neri.

un’arte

21 agosto 2014

il matrimonio è l’arte di tacere senza mettere il muso

ribelle?

20 agosto 2014

L’idea agghiacciante che ho della Cina è il suo essere il vero definitivo occidente. Le insegne dai colori crudamente vivi, le lucine, le cianfrusaglie traboccanti dal retrobottega fin sotto i portici, sono il precipitato, il distillato del nostro tempo. Perfino il profumo del cuoio dei buoni salotti borghesi al tramonto, sembra un soffio di libertà possibile. Chissà se il meno peggio della vecchia Europa saprà partorire un nuovo slancio guerriero, insofferente della finanziaria camicia di Nesso. Qualunque forza, purchè si opponga alla modernità, mi coglie benevolo. Sono un reazionario ribelle.

sulla gentilezza

19 agosto 2014

George Saunders
L’egoismo è inutile. Elogio della gentilezza.
Traduzione Cristina Mennella
Minimum Fax 2014
pag. 73

viaggiano silenziosi

18 agosto 2014

Viaggiano silenziosi, li intravvedi fra le fasce orizzontali del tir. Qualche filo di paglia in vortice nel vento. Chissà come appare questo nastro d’asfalto che fende la pianura, ai loro occhi innocenti. Chissà come risuona nelle loro orecchie il ruggito del diesel, il sibilo delle moto, il rombo delle auto potenti che sfrecciano accanto. Dalla mia utilitaria, mentre mi scorrono da un lato, sbircio un attimo quei musi. Sottile senso di colpa. Il mio viaggio non va a finire come il loro. Forse hanno paura. Viaggiano silenziosi.

inflazione e deflazione

18 agosto 2014

Mi perdonino le signore in lettura per la volgarità dell’eloquio.

Quando avevo circa vent’anni il satanasso da scongiurare era l’inflazione, idra dalle sette teste che divorava il futuro, ora che son vicino ai sessant’anni, sembra che il diavolo, la bestia immonda che impesta il giardino sia la deflazione. Questi soloni dell’economia son come quelli che scureggiano in ascensore e poi, uscendo nell’atrio declamano: «Che puzza! Dove andremo a finire?»

breve genealogia del poetico

16 agosto 2014

A volte chi ti legge capisce più di te che hai scritto. Scrivere bene è arrivare sul ciglio, affacciarsi fuori anche da se stessi. Potenza delle parole, cioè il contenere qualcosa in più di quel che si crede di scrivere. La poesia è questo ingrediente nascosto, questo dio che danza inaspettato.

Respirare

14 agosto 2014

lagoelaborato2

In alto, sul lago. Matita, rielaborazione con Adobe PSD, 2014; disegno esclusivo per il blog.

Respirare. Per quanto si parta con l’intento un po’ intellettualistico di leggere in pace e pensare, t’accorgi che seppur meritevole il proposito è ancora troppo urbano, troppo evento di cultura e non di natura. In alto, sull’audace sperone erboso, nella quiete t’accorgi che stai, finalmente, respirando. O meglio, è il corpo, il sangue, la pelle, che respirano in prodigiosa osmosi con l’ossigeno dell’aria. Un fatto normale, banale? Quanto è sciocco non sentirne la meraviglia. Il corpo prende possesso e la mente, per rara intuizione, capisce d’esser solo un sofisticato congegno, ancella e non padrona. Ho respirato, e in un solo respiro profondo c’è molta più vita che in mille parole. Respirare, è già tutto.

Come finisce il libro

7 agosto 2014

Come tutti i giovani affascinati dalle letture intorno ai vent’anni scrissi un brutto e acerbo libro. Essendo pigro la forma prescelta furono gli aforismi, che si prestano tanto alla presunta genialità quanto alla reale scarsa attitudine alla fatica (quale componente prevalga dipende dalle qualità dello scrivano). Credo che l’umanità possa proprio fare a meno di quegli scritti, in questa sede voglio ragionare invece sui supporti materiali dove il modesto secreto delle meningi andava a riposarsi, la nicchia sicura per resistere al meritato oblìo. In un cassetto (tutti hanno un brutto libro nel cassetto) ho ritrovato una copia cartacea (fotocopie) e un superbo floppy disk da 400 k. Quale di questi due supporti consente, a distanza di qualche anno, la rilettura senza problemi di quel capolavoro? La risposta è scontata.

La mia ingloriosa vicenda autoriale è riemersa dalle vergogne della giovinezza grazie alla lettura di un buon testo. Si tratta di «Come finisce il libro» edito presso Minimum fax e scritto da Alessandro Gazoia. Questo brioso scrivano è anche un blogger, anzi direi che è prima un blogger e poi uno scrittore, e il dettaglio non è ininfluente sui ragionamenti con cui tedierò gli amici in lettura.

La fine dei filtri?

Quanto l’avvento del web ha inciso su quel fenomeno variegato che definiamo «letteratura», quanto l’avvento di questo traboccante vaso di Pandora digitale ha sconvolto il presente e il futuro dei libri? Anzitutto bisogna focalizzare sulla funzione dell’editore, figura imprenditoriale e culturale al contempo. Per lunghi anni è stato il crudele filtro fra i cassetti colmi di manoscritti incompresi e gli scaffali delle librerie. Sull’argomento negli anni ’90 fu abbastanza discusso un articolo di Umberto Eco sulla rivista elettronica «Golem». Rispondendo alla lamentela di un volenteroso scrittore inedito per la scarsa o nulla considerazione rivolta ai suoi manoscritti, il supercelebrato Eco nazionale ebbe a spiegare che, nonostante qualche cantonata, il filtro degli editori è utile e opportuno. Anche i respingimenti famosi, come quelli subiti da Proust o da Tomasi di Lampedusa, vanno considerati come eccezioni, errori statisticamente possibili, di un meccanismo nel complesso funzionante. Peraltro poi, a soccorrere lucrando l’irresistibile desiderio di vedersi pubblicati, ci sono gli editori a pagamento, figure non illegali ma su questi quivi sorvoliamo. Questa situazione consolidata non significa affatto che gli editori oggi riescano a «fare argine» al progressivo decadimento della letteratura. A furia di pubblicare il libro del calciatore, del cantante, del cuoco e del parrucchiere famoso, per potersi permettere la pubblicazione in perdita dei libri «veri», il livello generale si abbassa, si appiattisce, la funzione di coscienza d’un’epoca che la letteratura ha offerto per secoli sbiadisce sempre più. Comunque, la consolidata posizione dell’editore come intermediario ineludibile del prodotto letterario si incrina con l’arrivo dell’internet e il Gazoia individua almeno due fasi distinte.

L’avvento dei blog

Una prima fase la potremmo definire quella dei blog. Dalla pubblicazione su un blog deriva il fenomeno Saviano, che all’inizio del nuovo millennio incarna una nuova strada, una nuova palestra di scrittura da cui gli editori possono attingere le penne di qualità. In qualche modo l’editoria comincia a dover inseguire chi, bene o male, ha un mezzo di pubblicazione gratuito, potente, che salta a piè pari la fatica e il costo del supporto cartaceo. Certo non tutti i blogger sono grandi scrittori, però la breccia nella città fortificata dell’editoria tradizionale appare evidente. Anch’io sono convinto che le evoluzioni tecnologiche comportano sempre dei nuovi modi non solo di agire, ma anche  e soprattutto di pensare.

Gli ebook autopubblicati

Dopo la fase dei blog, circa dieci anni dopo il fenomeno Saviano, ecco l’avvento degli ebook e dell’autopubblicazione. Non solo viene aggirato il tradizionale filtro dell’editore per farsi conoscere, per esordire e affacciarsi al mare (affollato) dell’offerta di lettura, ma viene superata, oltrepassata, sterilizzata la figura stessa dell’editore (che non seleziona più talenti ma al massimo li recluta dopo il loro iniziale successo). L’autore si sofferma sulla piattaforma Kindle Direct Program, la piattaforma di autopubblicazione organica all’ “ecosistema» Amazon, che consente (come altre piattaforme on line) di vendere direttamente il frutto del proprio talento letterario (o per meglio dire il frutto del proprio fiuto commerciale che è un’altra cosa).

Facile entrare, difficile uscire.

Gazoia è molto critico nei confronti di Amazon e riferisce dell’allarme di molti osservatori del mondo editoriale di fronte ad un soggetto molto forte, aggressivo commercialmente, che si pone come unico referente per il lettore. Il tutto in una evidente asimmetria per cui Amazon sa moltissimo del proprio cliente e il cliente sa pochissimo di Amazon, di quel che avviene nei suoi magazzini, delle trattative con gli editori, della strategia fiscale lussemburghese. In effetti fa riflettere l’adozione di un sistema proprietario, uno standard che tende a rinchiudere il cliente nonostante lo si coccoli e lo si gratifichi in ogni modo. Facile entrare, difficile uscire.

«La famiglia Amazon Kindle, sola contro tutti, non legge il formato epub; adotta infatti il formato proprietario mobi, decisamente inferiore all’epub per numerose e precise ragioni tecniche. [...] La rivoluzione del libro digitale di Amazon è quindi anche un forte livellamento verso il basso di ogni cura tipografica, e questo è tanto più doloroso poiché esiste ed è adottato da tutti gli altri concorrenti il formato aperto epub. [...] Al momento credo che le principali ragioni per l’utilizzo del mobi [il formato del Kindle] siano di ordine culturale e commerciale: suprema indifferenza per la tipografia e volontà di rendere comunque disagevole la trasportabilità.» (p. 139)

La morbida distopia

È vero che il libro elettronico offre grandi potenzialità, opportunità editoriali a costo davvero ridotto, ma non si puo’ essere acriticamente benevoli verso ogni novità nel timore di sentirsi superati, antiquati, tagliati fuori dal futuro. Ma quale futuro? Quale lettore è disegnato nelle strategie dei nuovi padroni dell’editoria?

«Ritengo pericoloso confondere la libertà dei lettori e la promozione della lettura con la facoltà di comprare milioni di libri all’interno di un oscuro negozio globale e di un “ecosistema” digitale chiusissimo. Questa è una falsa democratizzazione, pure quando la si consideri sotto il profilo del singolo isolato cliente; anzi è una perfetta distopia “morbida”, dove il lettore, conosciuto in ogni dettaglio, viene tenuto in uno stato di euforica minorità, tra alte mura pitturate con colori vivaci, a nascondere la vista di quello che c’è fuori, e coccole azinedali che addormentano il senso critico, a favore del compra-ora-con-un-click e della condivisione di informazioni con Amazon.» (p. 202)

In gioco non è solo il futuro del libro, ma soprattutto la sua capacità di condensare arte e coscienza critica del proprio tempo. L’editoria che è in gran parte «di genere» ha perso la sua funzione culturale.

Il testo di Gazoia contiene anche interessanti confronti fra la diffusione digitale del libro e la diffusione digitale della musica, sfatando alcuni luoghi comuni e inquadrando con chiarezza le differenze storiche e tecnologiche spesso trascurate fra i due ambiti, ma ovviamente non posso render conto di tutto in queste mie già sovrabbondanti noterelle.

Sono miei ed io appartengo a loro

Per quel che mi riguarda, continuerò a comprare e leggere libri di carta. Quando sarò morto, voglio che i miei libri siano conservati, regalati, letti oppure anche buttati al macero, ma senza che qualcuno possa, con gelida e desolante prosa contrattuale, ricordare che erano solo licenze d’uso. No, sono miei ed io appartengo a loro. Ultima avvertenza: l’orrido libretto della mia gioventù non sarà mai pubblicato, quindi amici, tranquilli.

 

il risparmio e la virtù [genovesità]

5 agosto 2014

Mi perdonino gli amici genovesi, io amo Genova e i genovesi; è una storia intrisa di benevola ironia (oltre a tutto è gratis)

Era un rappresentante di materiali per arti grafiche. Un ometto con gli occhiali, tutto sommato distinto. L’accento genovese favorisce nel lavoro del rappresentante, perché un genovese capisce se discuti a lungo per un piccolo sconto, con lui non ti vergogni d’essere avaro (loro dicono «concreto», la parola «avaro» non la conoscono). Concretezza genovese anche nell’argomento sesso. Non ricordo il percorso della conversazione, ma ad un certo punto, sbirciando con gli occhi sopra gli occhiali in celluloide grigia: «Mia moglie è l’unica che me la dà». Ovviamente intendeva dire gratis, e credo fosse un marito fedele, coniugando virtù e risparmio. Se ne andava col suo borsone e il taccuino, non era ancora il tempo dei tablet. Non so che fine ha fatto, ma la sua composta sobrietà mi garbava, era rassicurante. Una volta gli dissi: «vieni che ti offro un caffè». Rispose che aveva molti giri, che ringraziava ma lo aspettavano a Recco (a quel tempo c’era una grossa tipografia). Certo, farsi offrire un caffè poi c’è il rischio di dover ricambiare. Non si sa mai, l’unico caffè, anche quello, glielo dava sua moglie. Credo che davvero amasse sua moglie, ma certo senza trascurare la convenienza.

non c’è nessuno da salvare

4 agosto 2014

Davvero ci interessa conoscere? O forse l’immenso mare di quel che non sappiamo ci attira perché consente di non soffermarci troppo su noi stessi? Grande e meritoria la conoscenza, per carità, ma credo che la spinta principale sia in fondo la paura di quel sottile sibilo che è la sensazione di esistere. Come ben spiega Heidegger, quell’esserci in funzione del nostro non esserci (essere per la morte). Qualche filosofo, di quelli tosti, inverte la rotta, cerca di riportarsi all’isola da cui è partito. Per quanto grande sia il mare, il vero mistero è il pontile di partenza, è il nostro stesso navigare. La partita con la morte la possiamo vincere solo se smettiamo di essere, e ridiamo del nostro stesso io, inganno della corteccia. Se non siamo non possiamo morire, perchè siamo noi il motivo vero della nostra morte.

Sia chiaro: tutto questo non significa che non possiamo godere, il vento, l’acqua, il sole e ogni vibrazione e percezione che ci attraversa. Ma senza angoscia, cerchiamo d’essere tutt’uno con le nostre sensazioni, ma nella loro effimera epifania. Sotto quel mare increspato dei sensi, non c’è nessuno, nessuno che valga la pena di salvare ad ogni costo.

un pugno di sabbia

3 agosto 2014

Dove sono finite quelle belle estati dove gracchiava nel mangiadischi «un pugno di sabbia»? Ricordo bene che il 45 giri all’inizio crepitava un po’, come se la sabbia fosse anche fra i solchi.
I nostri ricordi sono analogici, imperfetti, screpolati e forse un po’ enfatici, ma ora, tutto sembra digitalizzato, un touchscreen insapore. Il calore sulle pietre levigate della spiaggia scottava, e il tamarindo nel thermos di mia mamma era il solo piacere concesso. E poi quante estati asciutte e spietate, e noi due, la grande stagione profumata di noi. Sabbia, anche nei solchi del disco, nei solchi della vita. Altro che touchscreen. Manca quel sole forte che cauterizza le ferite, arriveremo all’autunno senza esser nuovi, la vera fine del mondo è proprio la mancanza del nuovo inizio.

non voglio libri per me

2 agosto 2014

In certi siti dove si vendono i libri, è presente la curiosa funzione per cui «se leggi questo» allora potrebbe «piacerti quest’altro». Certo, anche il libraio ti consiglia, ma qui l’algoritmo è scientifico. Profilo, la loro passione. Ma non è la strada buona, la strada giusta. Pensa come sarebbe stupido un sentiero che si torcesse all’umore dell’escursionista. La strada giusta è fatta di salite e sudore, di radure improvvise, di soddisfazione d’affacciarsi al contrafforte e vedere, inatteso, il mare. Così è con le letture. Letture troppo adatte, cucite addosso al lettore, rapidamente sono la guaina aderente del «genere». Non voglio libri per me, voglio libri contro di me, da cui uscire nuovo, e respirare. La lettura facile è la morte della lettura.

confluire nel fiume puro

1 agosto 2014

Sei luce d’accento, onda che si sfalda
ricamo della sabbia sulla bocca
dolcezza amorosa senza scampo,
colma di canto, vortice di terra,
fluire di lussuria e di sospiri.
Gettata l’àncora nel tuo vasto delta
umido affondo come uomo antico
annego nell’esplodere del bianco
sono goccia confusa col tuo mare.

(Mare, da A.G. Biuso, Un barlume di fasto, Ediz. Scrimm)

Cosa cerchiamo (*) nel piacere erotico? O meglio, perchè ci piace il piacere? Durante la sensazione del piacere non siamo in grado di descriverlo, o quantomeno di scriverlo (almeno chi ha ancora un antico pudore) per cui possiamo dirne dopo, raccontarlo. Alcuni poeti, come in questo caso, ci riescono con la potenza del verso e della metafora. In realtà non raccontiamo ma semplicemente diciamo: «ho provato quella sensazione lì, che di certo hai provato anche tu», quindi si rimanda alla ragionevole somiglianza dei corpi e delli apparati percettivi altrui. Detto questo, cosa cerchiamo? Secondo me cerchiamo soprattutto di non essere, cerchiamo di sfuggire alla tenaglia del sapere di esistere, per confluire nel fiume puro della sensazione, ed anche per fuggire da krònos, il tempo tiranno, per aiòn, il tempo sereno della totalità. Insomma, il piacere erotico è una forma di conoscenza, forse la più essenziale, giacchè ogni conoscenza vera ha sempre il sapore dell’abisso o dello spazio senza confini.

(*) piccola autoironia: laggasi «cercavamo»

chirografia 1.

30 luglio 2014

Il computer è utilissimo e benemerito per chi ha qualche problema all’uso delle mani. Chi non lo ha, smettendo di scrivere a mano, rinuncia a una parte di sè.

lentezza
chirografia 1, carta modigliani bianco, matite.

vento dal mare [webcam di parole]

29 luglio 2014

Vento dal mare, schizzi di pioggia salmastra. Le colline, all’altro lato del golfo, sono incappucciate nel grigio di gravide gonfie nubi. Brusìo del porto. Sulle braccia giganti delle gru brillano ancora le luci, tanto buio è il mattino. Luglio, improbabile luglio. I vecchi oggi, in fila alla asl o dal panettiere, diranno che non ricordano un’estate così. I meno vecchi, scriveranno qualche scemenza su facebook. Poi le prime saette, i fragori del tuono, forse è il fastidio del mondo per la nostra banalità. Il vento scompiglia le carte della scrivania, mi spiace chiuder la finestra, mi piace troppo il vento. Vento dal mare, schizzi di pioggia salmastra.

sul ciglio

28 luglio 2014

Non mi piace Renzi, ma non mi piacciono quelli cui non piace Renzi, non mi piace nessuno, in questo paese dove tutti hanno ragione perchè in realtà hanno tutti torto. E non mi piaccio neppure io, sul ciglio del fosso chiamato qualunquismo. Che brutto periodo.

tango suite

28 luglio 2014

eva africana

26 luglio 2014

Anni fa sui giornali venne enfatizzata la scoperta d’una «Eva africana». Progenitrice di tutte le umane genti, grande madre da cui tutti siamo germogliati e abbiamo colonizzato (infestato direi) l’esausto pianeta. Insomma l’esclamazione «porca Eva!» pur nella sua rozza trivialità avrebbe un fondamento. Ma tralasciamo le sciocche battute per chiarire meglio la questione, molto seria e molto interessante.

Come premessa, chiedo perdono ai sapienti in lettura ma io scrivo in primis per i poco colti come me, una breve spiegazione su cosa sia e come funziona il famoso Dna (tra l’altro diventato oggetto delle cronache giornalisticomorbose dei nostri giorni).

Il Dna si presenta in lunghi filamenti che cosituiscono i cromosomi, presenti nel nucleo di ogni cellula. Questi sono uguali in tutte le cellule di un individuo, e sono caratteristici in ogni individuo (insomma unici un po’ come le impronte digitali). Ma di cosa son fatti? Come son fatti? La risposta è abbastanza semplice. Lo scheletro, la struttura portante, il binario portante, è una sequenza regolare di acido fosforico e di desossiribosio (che poi è uno zucchero e da lui deriva la «D» del nome Dna). Si puo’ raffigurare così:

…P–D–P–D–P–D–P–D–P–D–P–D….

A questo punto dobbiamo spiegare cosa sono le quattro cosiddette basi. Si tratta di composti chimici semplici, sono solo quattro tipi:  A, G, C e T. Le lettere sono le sigle di adenina, guanina, citosina e timina. Ogni base si attacca, nel filamento del Dna, ad una molecola dello zucchero (D). Spero lo schema sia comprensibile:

…P–D–P–D–P–D–P–D–P–D….
…P–T–P–A–P–A–P–C–P–T….

La sequenza di un filamento di Dna è lunghissima. Ogni singolo elemento, cioè una molecola di P, attaccata ad una molecola di D, cui è attaccata la molecola di una della quattro basi, è definito «nucleotide».

Non cessa di stupirmi questa cosa: ognuna delle moltissime varianti in cui la vita si è esplicata, dalla vita degli esseri unicellulari agli organismi complessi come i mammiferi, non è che una ricombinazione di quella sequenza. Certo i filamenti del Dna sono molto, molto lunghi, ma l’alfabeto è semplice. Con questo sistema le cellule portano racchiuso nel nucleo un completo libretto delle istruzioni per la crescita, lo sviluppo e il decorso d’ogni vita.

Dopo questa premessa, sicuramente inutile per la maggior parte dei colti lettori, possiamo spiegare finalmente la teoria della «Eva africana»? Sì, ma dobbiamo accennare ai famosi «Mitocondri» che stanno a fondamento delle ricerche effettuate a suo tempo da Allan Wilson e dai suoi allievi.

Il mitocondrio è un piccolo organismo cellulare che abita nelle cellule di altri organismi superiori (anche nelle nostre, per esser chiari) e ha la capacità di produrre energia dall’ossigeno. Non sta dentro il nucleo della cellula, ma nel liquido racchiuso nella membrana esterna. Il fatto curioso è che si tratta di una creatura vivente distinta che, più di un miliardo di anni or sono, si è adattato a vivere in simbiosi con la cellula, che lo nutre, e alla quale fornisce la collaborazione fondamentale di produrre energia. Ho scritto distinta perchè ha un suo Dna, un suo cromosoma indipendente. È un cromosoma piccolo, circa 15mila nucleotidi.

Ma l’aspetto interessante, e qui finalmente arriviamo ad Eva, è che i mitocondri non li ereditiamo dal padre, ma solo dalla madre, insomma due fratelli, anche se hanno il padre diverso (per esempio un vicino di casa, ma questi son fatti personali) hanno sempre i mitocondri identici.

Però ogni tanto, ovviamente si parla di tempi lunghi assai, nel cromosoma del mitocondrio si presenta la mutazione di un nucleotide.

Allan Wilson prese a campione una parte, non molto lunga, del cromosoma mitocondriale, circa 700 nucleotidi, un campione ridotto ma sufficiente per studiare le differenze fra le persone. Due persone che presentano fra loro un solo nucleotide diverso hanno un progenitore comune più vicino rispetto a due persone che presentano più nucleotidi diversi. Così è possibile tracciare una sorta di albero genealogico «materno». L’indagine si è svolta su 182 individui dalle diverse origini: africani, europei, asiatici, aborigeni australiani e della Nuova Guinea. Considerando che maggiori sono le differenze maggiore è la distanza nel tempo dove collocare un antenato comune si è costruito un albero genealogico che pone le prime biforcazioni proprio fra i soggetti africani. Ecco dunque la famosa Eva africana.

A chi ho rubato queste nozioni (chiedo venia per le inevitabili imprecisioni dell’ignorante)? A un bellissimo libro che ho or ora letto, che contiene tante altre nozioni e riflessioni, certamente non esaurite da queste mie righette:

Luca Cavalli Sforza, Francesco Cavalli Sforza
Chi siamo. La storia della diversità umana
Codice Edizioni, 2013
pag. 425

Non ci si sporge più dal finestrino

25 luglio 2014

Jadis, si me souviens, ma vie était un festin où souvraient tous les coeurs, où tous les vins coulaient. (A.Rimbaud, Une saison en enfer, Garzanti 1989, pag. 236)

Non è che poi fosse così splendida la giovinezza: acerbo, inadeguato, pelle troppo sensibile all’impetuoso dominio traboccante della sensualità. Timori, timidezze, silenzi rabbiosi di non riuscire a pronunciare quella frase a lungo elucubrata, la notte prima. Eppure stamane, mentre un fiotto bianco, da est, buca le nubi di questo bizzarro luglio, ecco il miele amaro della nostalgia. Nostalgia non di qualcosa, perchè ora ho molto di più, fin troppo, ma nostalgia d’uno stato, d’una condizione. Nostalgia della possibilità, della potenzialità. Per esempio la vecchia Catania Carmelo (ce l’ho ancora) poteva essere la prima chitarra dell’artista di successo, oppure la chitarra del giramondo spavaldo. Un giramondo che sarebbe tornato, dopo tanti anni, con la barba bianca e una sacca ricolma di storie da raccontare. Niente di tutto questo, erano fantasie di gioventù. Ecco dove la giovinezza è irripetibile: nella potenzialità, e lo sentivi che potevi essere tante cose. Non che adesso non si viva, non si frema e qualche volta non si faccia addirittura l’amore, ma si viaggia rivolti all’indietro, mentre la campagna fugge lungo i binari e non ci si sporge, spavaldi, dal finestrino, la faccia al vento del futuro. C’est ma vie, maintenant.

il male del mondo

24 luglio 2014

È un bravo artista, secondo me (e non solo). Ci siamo incontrati davanti alla vetrina del libraio, forse lui osservava le immagini più che i titoli. La sigaretta fra le dita, il sorriso buono che esplode sempre sul suo volto è ingiallito dal troppo tabacco. «Perchè fumi, buon ***?» Mi lascio sfuggire questa frase un po’ odiosa, ma davvero mi dispiace, è ancora giovane, trent’anni o poco più. In fondo è stato fortunato. Adottato da una mamma italiana, era un bimbo che viene da certe terre martoriate della grande Africa. È un pensiero sottilmente razzista questo della presunta fortuna, ma pazienza, serve a spiegare per chi legge. Lui mi guarda: «C’è troppo male nel mondo, troppo dolore». Direi che ha ragione lui, sono io, in certe sonnacchiose mattine da intellettuale di provincia, ad esser cieco al dolore, sordo alle grida, buono solo a baloccarmi di parole e voltare le spalle. Però è un bravo artista, perchè non è un po’ egoista come lo sono, nel fondo, tutti gli artisti? Il male del mondo esiste, ma l’arte non lo aumenta, a volte forse lo lenisce un po’. Ci salutiamo con amicizia, si allontana e mi saluta ancora con la mano, sta pensando che io non sono cattivo, ma non posso capire. E accende un’altra sigaretta.

sposati

23 luglio 2014

Luce del primo pomeriggio immoto. Attraversa i vetri impietosa della polvere, ma son così abituato a quella polvere che proverei un vuoto se una mano alacre la facesse sparire. Sul sedile del vecchio barbiere ci sono io, quello giovane (è tutto relativo). Mentre tintinna la sua forbice, la voce in cadenza ligurcalabrese dell’anziano divaga sul tema del matrimonio. I giovani adesso non hanno la pazienza che avevamo noi. Al che ho ricordato che ormai sono 32 anni che sono sposato. Il barbiere accenna il sorriso del vecchio esperto e ribadisce: «per me sono 46, ragazzo mio». Seduto alle poltroncine, un tipo alto, la faccia da vecchio capitano, ci guarda: «e io sono 53 anni». Ci si scambia i numeri, numeri pesanti, con lo stesso cipiglio degli ergastolani, dei reduci, dei duri che hanno scolpito sulla pellaccia dura gli anni. Del resto, fra i flaconi di balsami scaduti e improbabili brillantine, è un posto da uomini. Nessuno oserebbe dire «ci vogliamo bene», l’amore non è essenziale per un uomo, o forse lo è, ma fra uomini non se ne parla.

sul silenzio

22 luglio 2014

Il silenzio è come il bianco nei colori, non c’è un silenzio uguale a un altro. C’è il silenzio dell’attesa, proteso ad una risposta, ad una telefonata che si attende o che si teme. C’è un silenzio del dopo, nella sospesa consapevolezza che è un evento è accaduto, sembrava non dovesse mai, e invece è accaduto. C’è il silenzio della quiete di un mattino limpido, e respiri ampio, bevendo l’aria fresca. C’è il silenzio increspato di parole scritte, cancellate, riscritte e infine riassorbite nel silenzio, il silenzio onesto del foglio lasciato bianco. Io credo che dentro, nel fruscìo delle sinapsi che c’illudono di esistere, si nasconde il silenzio totale del non essere, quello che solo i filosofi bravi sanno afferrare. Il silenzio comunque è il punto di partenza e, se un dio clemente lo concede, il punto d’arrivo.

più del negazionismo

21 luglio 2014

Quel che sta accadendo in Palestina, oltre a tutto il resto, arreca un grande danno anche al ricordo e alla memoria degli Ebrei che subirono la persecuzione nazista. Forse davvero, più d’ogni sciocco negazionismo, questi eventi rischiano di cancellare il rispetto ai perseguitati.

grande jazz in un piccolo parco

20 luglio 2014

Piccolo parco nella periferia est. Dal buio, nello spazio ricavato fra gli scivoli dei bimbi e il bel chiosco di legno, ecco la musica. Jazz rilassato e sapiente, talvolta screziato di Sud America, oppure intinto nelle musiche immortali scritte nella prima metà del ’900, oppure, ancora, rappreso con eleganza nella canzone d’autore. Il clima è intimo, familiare, l’acustica e le luci sono perfette (la mano d’un organizzatore di qualità è di grande aiuto alla musica). Leo Ravera al piano, Andrea Imparato al sax e al flauto, Liliana Biciacci la cantante. Nel pomeriggio l’amico organizzatore, Stefano, m’aveva avvertito: stasera canta una voce di grande livello, e aveva ragione. Voce vellutata, elegante, usata come uno strumento che ti cattura all’ascolto. Sul piano di Leo Ravera avevo ben pochi dubbi. Discreto, perfetto, grandissima tecnica che non tracima, mai una nota in più, mai una nota in meno. È un uomo dall’aspetto colto, come grande è la sua preparazione musicale, da lui sgorga un fraseggio limpido, a volte finemente allusivo, insomma qualità assoluta. Andrea è la musica, la fisicità del sax e del flauto, la gioia increspata di melanconia del suonare, sono tutt’uno con la sua persona. Ci conosciamo da molti anni, e lui più invecchia più è fresca la sua musica. Musica ripresa anche da lontano nel tempo e che rivive il suo presente con fragranza sempre nuova. Consiglio vivamente i due album incisi da Andrea Imparato con Leo Ravera ed altri pregiati musicisti: «Dear Legacy» e «Jazzola!». Ho girato un video di alcuni passaggi della serata. Chiedo scusa per la qualità amatoriale, soprattutto chiedo scusa alla Musica.

Aggiungo in calce a questo post una bella pagina di analisi musicale e culturale che Leo Ravera ci offre sul suo sito

http://www.leoravera.it/2013/12/16/john-coltrane-my-favorite-things/

tracce di uno scomparso impero

18 luglio 2014

Un amico, già autore di un bel testo qui riportato, ha redatto un piacevole e ben scritto racconto di viaggio. Per chi ama la bicicletta è una narrazione davvero interessante, ricca anche di riflessioni non banali e garbate, in sintonia con il carattere amabile dell’autore. Per scaricarlo (sono 9 mb perchè è ricco di immagini, amatoriali ma suggestive), fare click.

 


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 153 follower