le donne che piacciono a me

26 febbraio 2015

Mi piacciono le donne colte. Una citazione da Nietzsche (o magari da Lou Salomè) mi provoca un brivido di passione. Una frase dedicata a qualche profonda, antica scrittura, dalla bocca d’una donna, è per me un richiamo erotico. Ma l’aspetto curioso non è che amo solo la mente fervida d’ingegno, in realtà la donna che incarna questa sapienza diviene tutta, nella sua fisicità, oggetto del desiderio. Forse è qualcosa di edipico, forse è il ricordo nascosto del nettare materno che si trasfigura nella conoscenza. Forse è una forma erotizzante dell’amore per i libri, traslato nella direzione che la natura impone, al desiderio. In effetti, per quanto ami i libri, una donna colta è molto di più, è la sintesi fra il desiderio ancestrale e quello culturale. Del resto, forse, io sono adatto: appena appena colto da capire, abbastanza ignorante da non essere in concorrenza, bensì un allegro diversivo. Per oggi confessioni erotiche direi basta, questo è un blog serio.

Oriente, dentro

25 febbraio 2015

«Bhumananda che mi ha accompagnato durante l’escursione mi vuole nella sua tenda; dopo un lungo discorso sul significato psicologico e sulla potenza del battesimo mistico, lo vediamo cadere in stato di trance.
È chiaro che per persone come lui il mondo dello spirito è più reale di quello che per noi non sia quello della materia. Noi pensiamo che l’asceta dell’Oriente dissipi vanamente in sogni il breve tempo che ci è sortito di passare sulla terra e corra dietro a fantasmi e visioni, egli d’altro canto ha pietà di noi che andiamo in cerca di cose che non sono nostre e mai lo saranno e avidi di ciò che non ci appartiene rinunciamo a quel gaudio che sboccia solo da un’intensa vita spirituale raccolta e distaccata.» (Giuseppe Tucci, Tibet ignoto, Newton Compton, 1978, pag. 85)

Oggi l’Oriente forse non esiste più. Oggi l’Oriente è l’occidente più crudo fatto Cina. O forse c’è ancora, ma è interiore, in quella a volte nitida, ma più spesso sfuggente, sensazione che la strada giusta sia dentro di noi, il più possibile lontano dalle robe in vendita. Non è un caso che, ad esempio, una buona camminata da soli, su un sentiero che porti comunque ad un punto di vista sull’immenso (sia esso cielo, come mare o ampia vallata), più che in un posto ci porta al sentire, più nell’omerico diaframma che nella testa, un «noi stessi» più quieto e profondo.

Alla prima rotatoria

24 febbraio 2015

Lungo la variante le luci di quei parallelepipedi che sarebbero negozi, anzi sono negozi. Ma gonfiati, espansi, come incongrue scenografie posticce, come quei templi in cartone di un B movie. Nella variante, nel fiume di fari accesi, la nostra macchina, in fila con le altre. Nelle macchine, a coppie o esigue famigliole, le persone. Per la verità non sono persone, non siamo persone, siamo i potenziali clienti, i bersagli del target. Siamo tanti, ad aggirarci fra divani, chincaglierie, proposte di lavabi e mattonelle molto di tendenza. Le cose sono tante, e le cose normali ovviamente non possono esistere, si alterna il design concettuale, il lavabo reinterpretato da qualche crudele architetto, al design falso nostalgia, confettosa e tristissima allegria da casa di bambola finto irlandese. Le cose sono tante, e le persone sono tante, ma soli, a due a due, il corpo sociale è stato passato e ripassato al tritacarne d’un vivere senza legami, disperate allegre solitudini. Alla prima rotatoria si inverte la rotta, per fortuna domani si torna al lavoro (se ce l’hai ancora…)

il vero scopo dell’abbondanza

23 febbraio 2015

Tempo fa ero invitato al matrimonio di parenti del sud Italia. Una bella festa, senza risparmio, per una giornata ed una serata dove in un breve lasso di tempo si consuma l’evento. La gioia della festa che oltrepassa ogni prudenza, ogni dosatura delle risorse, la festa come vera, totale, eccezione. Non è una famiglia povera, ma neppure ricca, persone ragionevoli e per bene, ma quel giorno «deve» essere un rito condiviso, ampio, la dimensione del privato deve tracimare nella festa collettiva. Un rapporto col denaro speso più arcaico, più munifico di ogni prudenza piccolo borghese, e se entri nella logica capisci la grandezza di quello che potrebbe apparire uno spreco.

Quella festa mi è tornata alla mente leggendo un curioso e denso libro, edito da Adelphi nel 2000. È un testo di Georges Bataille, «Il limite dell’utile», una raccolta di scritti, materiale eterogeneo e ricco di spunti su molti temi, uno dei quali è proprio quello della festa, dello «spreco» munifico ed essenziale per la coesione di una comunità.

Gli spagnoli, quando invasero il Messico, rimasero stupiti dai comportamenti di figure che definiamo «Mercanti» ma che non erano qualcosa di simile ai mercanti europei. Il commercio non era tutto finalizzato all’utile, ma molta importanza stava nei regali, negli omaggi, nel prestigio glorioso della generosità.

La ricchezza, e questo vale anche per gli antichi europei, non era tutta ripiegata sul privato ma era un dovere morale riversarla nelle feste, in forme di gioia collettiva dove la ricchezza del singolo si tramutava in valori più importanti del denaro stesso. Onore, generosità, gloria, prestigio. L’accumulo non diventava conti cifrati in Svizzera o alle Cayman, ma trovava il senso nella festa, nel regalo, nei momenti di grandezza ostentata non per dividere, ma per unire la comunità.

Non è banale questa prospettiva, e ci fa riflettere anche sui limiti dell’economia del nostro tempo, basata sull’accumulo anonimo e nascosto.

«A mio parere, la legge generale della vita richiede che in condizioni nuove un organismo produca una somma di energia maggiore di quella di cui ha bisogno per sussistere. Ne deriva che il sovrappiù di energia disponibile puo’ essere impiegato o per la crescita o per la riproduzione, altrimenti viene sprecato. Nell’ambito dell’attività umana il dilemma assume questa forma: o la maggior parte delle risorse disponibili (vale a dire lavoro) vengono impiegate per fabbricare nuovi mezzi di produzione – e abbiamo l’economia capitalistica (l’accumulazione, la crescita delle ricchezze) – oppure l’eccedente viene sprecato senza cercare di aumentare il potenziale di produzione – e abbiamo l’economia di festa. Nel primo caso, il valore umano è funzione della produttività; nel secondo, si lega agli esiti più belli dell’arte, della poesia, al pieno rigoglio della vita umana. Nel primo caso, ci si cura solo del tempo a venire, subordinando ad esso il tempo presente; nel secondo, è solo l’istante presente che conta, e la vita, almeno di quando in quando e quanto più è possibile, viene liberata da considerazioni servili che dominano un mondo consacrato alla crescita della produzione» (pag. 246)

Veramente i ricchi di oggi non conoscono la gloria. Da notare che Bataille svolge un’indagine che parte addirittura dalla vita biologica, dalla sua innata sovrabbondanza.

Il testo è ricco di molti argomenti, con efficaci escursioni nei temi esistenziali. E sempre riecheggia questo tema del donare, del donarsi, dell’uscire dalla gretta individualità.

«ogni uomo deve pensare alla possibilità sia di confinarsi nell’isolamento sia di evadere da tale prigione. Da un lato, egli vede ciò che fonda, ciò senza di cui nulla sarebbe: un’esistenza privata, egoista, vacua. Dall’altro, un mondo il cui splendore proviene da elementi che comunicano e si fondono fra di loro come le fiamme di un focolare o le onde del mare. Nel proprio intimo, una coscienza immobile resta acquattata: fuori si agitano i movimenti ciechi e l’eccesso della vita. Un uomo è inevitabilmente lacerato tra questi poli, inconciliabili, poiché non puo’ decidersi né per una direzione né per l’altra.» (pag. 141)

Alla luce di questo discusso e potentissimo pensatore francese, posso affermare che le «feste» non sono uno spreco, lo spreco è non viverle collettivamente. Che festa sia!

Georges Bataille
Il limite dell’utile
pag. 206
Adelphi, 2000

amanti vettoriali

22 febbraio 2015

amanti

Amanti, tavoletta grafica e Adobe Illustrator

Ovviamente conscio della modestia dei miei mezzi, sono comunque sempre dell’idea che sia interessante mettere nel blog immagini originali e non «prese dal web».

merlo al mattino

20 febbraio 2015

merloalmattino

Merlo al mattino, 2015,
disegno a matita, rielaborazione Adobe Photoshop
esclusivo per il blog

 

il fisico e il simbolico

20 febbraio 2015

Nella danza dell’amore ti credi il cacciatore, ma sei la preda. Del resto nell’amore la preda prova la massima felicità proprio nell’idea d’esser divorata, appetita, gustata. Nell’amore è incerto il confine fra la sensazione fisica e quella simbolica, si nutrono e si ingannano a vicenda.

quel che dà fastidio

19 febbraio 2015

Qualcuno accusa il ministro greco di fare della filosofia. Alla fine, quel che dà fastidio di più non è il debito, ma il pensiero che lo mette in discussione. Dobbiamo tornare a fare filosofia, ma non solo nella comodità del salotto buono, la vera filosofia è tale solo se per essa sei disposto a tutto.

sul tavolo di cucina, un vecchio e un bambino

18 febbraio 2015

al male non c’è limite: ecco una registrazione con una piccola fotocamera, sul tavolo di cucina, una cosa rozza, altro che shure, mixer, e compagnia bella

mi piace mostrare oltre che la mia incredibile faccia tosta la potenza di suono di questa vecchia «carmelo catania» del 1970, erano chitarre costruite dal genio liutistico di Carmelo Catania, chitarre economiche e molto sonore, concepite per suonare in giro accanto alla fisarmonica, alle feste, senza amplificazione

più dolce, più invecchia

17 febbraio 2015

Cielo rosso infuocato dalla parte delle Apuane. L’aurora dalle rosee dita tracima oltre Omero, sul rosso pregno e sfacciato di vita. Ho voglia, mentre la radio passa un lento blues, di una nuova stagione, nuovo tepore, nuovi profumi di macchia. Ma ne ho anche paura, ogni anno la primavera risveglia tutto della vita, anche la sua spietata biologia, e ogni anno gli errori son più beffardi. Ma non importa, freme lo stesso voglia di dolcezza, più disperata, più indispensabile. Si muore un giorno solo, tutti gli altri ci si aggrappa ad ogni, seppur minimo, brivido d’amore. Del resto la mia vecchia Catania Carmelo, dai suoi legni invecchiati, vibra sempre più dolce, più incurante del giudizio. Il rosso volge all’azzurro, e penso, mentre spengo il motore, che più si invecchia più si ama, più si comprende quanto è prezioso anche un solo attimo.

bei tempi

14 febbraio 2015

Bei tempi quando eravamo in ansia perchè Gheddafi aveva comprato un pezzo di Juve.

magari danzare sul ciglio

13 febbraio 2015

Ho sempre amato l’espressione «ingannare l’attesa». Nei modi di dire è spesso condensato molto dell’animo umano. Come le venature d’una roccia molto dicono sulla storia geologica del mondo. Perchè il verbo «ingannare»? Chi è che inganna, e perchè lo fa? È il tempo fermo, è il rischio di affacciarsi anche solo pochi istanti sul nostro interiore abisso, che dobbiamo sfuggire. Semplificando la questione si potrebbe anche dire che si sfugge la noia. Cos’è la vera saggezza, cos’è la vera filosofia? È la capacità di guardarlo questo abisso, e magari danzare sul ciglio, così come un ragazzo spavaldo, dai nervi saldi e i riflessi perfetti dei vent’anni. Un vero filosofo non ha da ingannare l’attesa, cerca anzi nel pertugio di quei momenti di giocare alla pari col non senso del mondo. Ingannando l’attesa, chi mi legge s’accontenti delle mie due righette, ma nei buoni libri c’è molto, molto di più.

filantropia alla greca

12 febbraio 2015

Premetto che sono incompetente sui meccanismi della finanza. Ma almeno una questione la voglio scrivere. Quando si legge che si cerca di «salvare la Grecia» potrebbe sembrare un tema umanitario, una questione di solidarietà fra paesi amici. In realtà si vuole a tutti i costi evitare che le esangui casse della patria di Pericle non possano pagare gli interessi, alti, troppo alti, promessi per raccogliere denaro. Non si salva la Grecia, si salva chi, come se niente fosse, ha golosamente investito in titoli dal rendimento alto, molto alto, nella speranza che tanto poi, con la scusa di evitare guai peggiori, qualcuno aiuterà il debitore a pagare. In una spirale senza fine, un travaso ininterrotto di denaro dai poveri ai ricchi. Tutto legale, certo, ma profondamente ingiusto. Io propendo per il default, almeno qualche sciacallo rimane a bocca asciutta. Lo so che è semplicistico, ma io sono un ignorante, pazienza.

la prima bugia

11 febbraio 2015

Quanta luce sull’intonaco, al lato ovest del cortile. Tutto proviene dalla luce, da quella copiosa e immensa sorgente d’energia. Anche il mio corpo, anche quel po’ di materia provvisoriamente aggregata in me, deriva da quella esplosione, da quella cosmica ed esagerata vicenda. Forse tutta questa importanza che ci diamo deriva dall’uso delle parole. «Io sono», la prima bugia su cui gli umani tutto hanno inventato. Spero che presto, su quell’intonaco caldo, verrà, immobile, la verde lucertola, a scaldarsi il sangue. Esco al sole, fra poco, con lo stesso intento e (mai ci riuscirò, invero) con la stessa innocente felicità.

Soglie, panchine

9 febbraio 2015

Un temibile video amatoriale che ho predisposto con la colpevole collaborazione di Graziano Del Giudice. Il tema è comunque interessante. Quella cosa di sottofondo che un ottimista definirebbe musica, è un’improvvisazione con la vecchia eko B-85.

gli stessi materiali sono già presenti in forma scritta in altro articolo

http://diego56.com/2014/06/23/soglie-g-del-giudice/

il male peggiore

6 febbraio 2015

All’idea di morire, ci si abitua. Alla burocrazia, no.

A. D. MMXV

6 febbraio 2015

Certo è molto antica questa pieve contigua al cimitero dei miei nonni. Una piccola chiesa, eppure ogni pietra, la luce stessa che filtra obliqua da sud, il marmo consunto dell’altare, tutto trasuda del sacro. La stradina sul lato era nei secoli lontani una via importante, percorso fra la costa e le vallate interne. Nei secoli lontani il sacro era presente, quotidiano, nonostante la vita fosse ben più avara di cose. Ma il senso del sacro è forse solo una consolazione? È una compensazione emersa dall’umana adattabilità, una bella invenzione per sopportare la durezza del vivere? In parte è così, ma non è solo così. Il senso del sacro è uno slancio ad afferrare il tutto, è una percezione cosmica dell’essere parte di un evento che, seppur spaventosamente complesso, è uno. Ognuno è parte del tutto, ma non è solo «parte», è anche il tutto completo. La scienza ci arriverà, ma, seppur per altra strada, c’eravamo già arrivati. Non lontano dalla pieve, oltre la grande quercia, anch’essa secolare e sacra a suo modo, c’è il parcheggio. Torno alla mia macchina, sibila il cellulare. Fine del sacro, per oggi.

idee banali, ma è quel che penso

5 febbraio 2015

Alla Germania, nonostante l’olocausto, nonostante l’aggressione all’Europa intera, fu concessa una dilazione ed un dimezzamento del debito. La piccola Grecia, anche se non esente da critiche, e soprattutto il suo governo non servile, suscita inevitabili simpatie. Credo che l’Europa uscirà a pezzi da questa storia, perché non è un’Europa dei popoli. Sono idee banali, mi scuso per il fatto che le scrivo, ma è quel che penso.

a nafta, telai, ciminiere corrose

4 febbraio 2015

Amo i testi di Guccini, ma fra le molte e memorabili canzoni, questa è quella che preferisco, per il significato, l’efficacia delle immagini, il modo di rendere con esse il senso/non senso dell’essere al mondo. Molto importante anche la poetica delle periferie, dei «non luoghi» dove comprendi più a fondo l’abisso del vivere.

La vedi nel cielo quell’alta pressione?
La senti una strana stagione?
Ma a notte la nebbia ti dice d’un fiato
che il dio dell’inverno è arrivato.
Lo senti un aereo che porta lontano?
Lo senti quel suono di un piano,
di un Mozart stonato che prova e riprova,
ma il senso del vero non trova?

Lo senti il perché di cortili bagnati
di auto a morire nei prati,
la pallida linea di vecchie ferite,
di lettere ormai non spedite?
Lo vedi il rumore di favole spente?
Lo sai che non siamo più niente?
Non siamo un aereo né un piano stonato,
stagione, cortile od un prato

Conosci l’odore di strade deserte
che portano a vecchie scoperte,
a nafta, telai, ciminiere corrose,
a periferie misteriose,
a rotaie implacabili per nessun dove,
a letti, a brandine, ad alcove?
Lo sai che colore han le nuvole basse
e i sedili di un’ex terza classe,

l’angoscia che dà una pianura infinita?
Hai voglia di me e della vita,
di un giorno qualunque, di una sponda brulla?
Lo sai che non siamo più nulla?
Non siamo una strada né malinconia,
un treno o una periferia,
non siamo scoperta né sponda sfiorita,
non siamo né un giorno né vita.

Non siamo la polvere di un angolo tetro
né un sasso tirato in un vetro,
lo schiocco del sole in un campo di grano,
non siamo, non siamo, non siamo.
Si fa a strisce il cielo e quell’alta pressione
è un film di seconda visione,
è l’urlo di sempre che dice pian piano:
“Non siamo, non siamo, non siamo.”

(“Quello che non…», Francesco Guccini, dall’album omonimo del 1990)

Siccome questo però non è un posto del tutto serio, ecco la mia cover a rovinare tutto, ma questo posto è casa mia, e si suona (male), per gli amici.

http://youtu.be/pRBAl61LKVU

basta così

2 febbraio 2015

Ogni parola scritta dovrebbe essere il nitido zampillo d’una fonte profonda e ramificata di tante parole pensate, lette, ascoltate. Se scrivi troppo prosciughi la sorgente, attingi alla fanghiglia del banale. Per questo devo scrivere poco, e preferire il silenzio all’inutile. Per oggi, basta così.

un tradizionalista di ritorno

1 febbraio 2015

Sono un tradizionalista. Già nella frase un’aporia insanabile. Colui che è veramente immerso nelle tradizioni, e conduce una vita impregnata nell’antico, non pensa affatto di essere un tradizionalista. Lo è senza il retorico declamare, non ha bisogno di saperlo. Dunque sono un tradizionalista di ritorno, uno che s’accorge d’aver fatto un giro sull’autobus sbagliato e tenta, goffamente, di ripartire dal capolinea. Penso sia bello esser tradizionalisti, ma ben sapendo che è solo un gioco, ormai. Non esiste affatto un nucleo antico, ben saldo, un’essenza d’umane inclinazioni convinte da cui derivano i comportamenti. L’uomo del XXI secolo non ha più niente d’antico, in compenso s’ubriaca di nostalgia. Ogni amicizia non è che l’incontro fra due naufraghi, sulla spiaggia ignota, e si raccontano quanto era bella la nave. Bella sì, ma affondata per sempre.

je suis cretino per conto mio

30 gennaio 2015

Debbo confessare che non ho simpatia per tutti quegli slogan dove si scrive «je suis questo» o «je suis quello». Sono sempre semplificazioni ad effetto, declamazioni di collettiva presunta intimità che mi ricordano la celebre «scarica» del mai abbastanza letto Canetti. Io sono Diego, e basta, in tutta la mia umile e contraddittoria lettura del mondo, se possibile alla larga dagli slogan prêt-à-porter (bello il francese, qualunque fesseria diventa elegante). Non mi piacciono i fenomeni di massa, io sono cretino per conto mio.

carta moschicida

29 gennaio 2015

L’amore vero è fatto di rispetto, quell’altro è egoismo intinto nel miele dei «ti amo». Amare la libertà di una persona è amore, l’altro è attaccamento vischioso, con l’effetto della carta moschicida.

It’s Five O’Clock

28 gennaio 2015

Era davvero poco che avevamo smesso i pantaloni corti. Un’immensa estate fra la terza media e la quarta ginnasio, noi ancora quasi bambini e loro, ancora quasi bambine. Palazzi di periferia, tirati su in fretta, subito dietro c’era la collina, la nostra collina. Odore caldo di terra ed erba, nei pomeriggi d’estate. Pungeva in noi il richiamo un po’ crudele dell’adolescenza, l’estate prima si giocava ancora ai soldatini, ora tutto stava cambiando. Le ragazze bambine ci spiavano dalla finestra, speravano, ridevano fra loro: mi piace quello, mi piace quell’altro. Alla fine, un po’ strafottenti per celare l’immensa timidezza, dopo un giro in tondo, eravamo lì, sullo stesso prato. Nel mangiadischi, gracchiava It’s five o’clock. Quanto è lontana quell’immensa estate.

Se lo strumento diventa parte di te

25 gennaio 2015

Nell’ultimo numero della rivista «Mente&Cervello» si legge un articolo interessante che affronta il rapporto fra il cervello umano e Facebook. Non a caso ho scritto «cervello» e non «mente» in quanto l’indagine riguarda proprio le modificazioni fisiologiche delle strutture cerebrali. Da tempo è evaporato il dogma del cervello dotato d’un patrimonio neuronale fisso che, al massimo, nel tempo, puo’ deteriorarsi. È invece una struttura plastica, in continuo adattamento agli stimoli cui viene sottoposto. In particolare, secondo alcune indagini ad hoc, è l’amigdala, quel piccolo e potente strumento di governo delle emozioni, a risentire dell’uso del famoso network. Andiamo con ordine. È noto che un essere umano puo’ tenere a mente un numero limitato di rapporti personali, circa 150 persone. Il tessuto delle relazioni personali è circoscritto quantitativamente a quel numero massimo, almeno finora. Ma l’avvento dell’uso del social network e del supporto informatico crea una modifica nella «strategia» di adattamento. Il cervello usa la memoria artificiale, si appoggia ad essa, in qualche modo sposta risorse dalla funzione di memoria ad altre funzioni. In fondo già era così con l’uso di taccuini e rubriche: meno sforzo per catalogare, maggiori rapporti da poter gestire. Io sono convinto che i supporti informatici mutano la nostra mente perché essa usa meno certe capacità e ne sviluppa altre. Ma torniamo all’amigdala, la nostra centralina emozionale. Secondo gli studi citati nell’articolo «Coccole virtuali» l’uso di Facebook potenzia alcune funzioni di gratificazione, portando anche ad una certa dipendenza da esse, e le modificazioni a carico dell’amigdala ed altre delicate strutture cerebrali sono verificabili, misurabili, grazie all’uso delle appropriate attrezzature diagnostiche. Il cervello è una struttura enormemente complessa, e questo lo sappiamo bene, ma è anche una struttura che continuamente si adatta, si modifica in relazione all’ambiente (fisiologico, culturale, linguistico) in cui sta immerso. La mente è dunque un accadimento che comprende ogni struttura interessata (cervello, supporti menmonici esterni, relazioni linguistiche), ma non solo nel senso logico/matematico, ma anche e direi soprattutto per la sfera affettiva e delle emozioni. Il famoso social è potente (e secondo me assai pericoloso) proprio per la sua capacità di essere una «protesi» cerebrale innestata in profondità e sono illusorie le rassicurazioni di chi crede di poter controllare sempre comunque lo strumento. Se lo strumento diventa parte di te, «tu» non sei più quello che eri prima.

non funziona e/o non piace

23 gennaio 2015

Se le leggi elettorali sono concepite per risolvere il problema che puo’ porre il libero e democratico voto dei cittadini, deformandolo in modo da renderlo ininfluente, è evidente che la democrazia non funziona e/o non piace.

Bach è Bach

23 gennaio 2015

Sera d’inverno mite. Al concerto del Civico sempre incontro vecchi amici, stavolta il mio compagno di banco del ginnasio. Nelle città piccole, se non vai via, si invecchia tutti assieme, almeno così sembra. Apprezzabile scelta offrire spazio all’Ensemble d’Archi della Spezia. L’occasione è accompagnare l’esibizione di Ramin Bahrami, un nome di prima grandezza. Gioia, piacere della musica, così pareva ascoltando Bach. Il suono limpido e ben calibrato degli archi si intreccia con le volute di un pianista dal gesto non imperioso, un suonare fluido, un Bach che, nonostante la profondità degli studi, quasi sgorga dalle dita con naturalezza, quasi confidenziale, per nulla pomposo. Si alternano brani di pura gioia musicale a passaggi intrisi di quella composta malinconia d’una musica assoluta, fuori dal tempo perchè perfetta, oltre la storia, una musica per sempre. A spettacolo finito, la gente sciama verso casa e per un tratto ci escono due parole con il contrabbassista (impossibile non notare un uomo che cammina nella sera con un contrabbasso in spalla, i violinisti incedono più comodi…). Gli rivolgo i complimenti per la musica e lui mi risponde: «Bach è Bach, c’è poco da dire». Sicuramente Erica Mazzacua e gli altri musicisti dell’Ensemble hanno lavorato duro per prepararsi, ma l’impressione è stata quella del piacere, dell’amore per la musica.

Giovedì 22 gennaio
Ramin Bahrani, pianoforte
Ensemble d’archi della Spezia (violini primi Erica Mazzacua, Damiano Tognetti, Sara Montefiori, Giuditta Nardini; violini secondi Paolo Cimino, Camilla Bonanini, Claudio Perigozzo; viola Tommaso Valenti, Giulia Ceroni, Cosimo Filippi; violoncello Alessandro Maccione, Claudia Poz; contrabbasso Riccardo Donati)

Pornofonìa

22 gennaio 2015

Non è poi così brutto questo posto. Stai bello alto, affacciato sullo svincolo che porta all’autostrada. Nel crepuscolo le luci delle macchine che lasciano la città scorrono lì sotto, riflesse sull’asfalto lucido di pioggia. C’è spazio, due coppie a far merenda, o cena, o quel che è nell’odierno disfacimento degli orari. Adolescenti, o meglio adolescenti veri gli uni, adolescenti di 40 anni gli altri. Son tutti adolescenti, vestono uguale e forse pensano anche, uguale. Non sarebbe male qui per leggere un dannato libro (li amo ma per capirli li soffro anche), ma c’è questa roba sotto che si definisce musica. Santo cielo questa musica zerbino, questa musica di sottofondo, questa incessante marmellata sonora. Tutto si sopporta, ma non questo oltraggio continuo alla musica. Non sarebbe male il brusìo delle voci, e neanche il rumore sordo della città, e invece ti infilano nelle orecchie questa roba. Il mondo è pieno di brutte faccende, mi rendo conto che sono fastidi minori, fastidi per chi vive agiato. Tuttavia un mondo migliore è sicuramente emendato dalle musiche di sottofondo. Pornofonìa, alla quale occorre ribellarsi.

almeno una piccola dose

20 gennaio 2015

Capire davvero la vita è pericoloso. Occorre almeno una piccola dose di stupidità, altrimenti è impossibile farcela.

Ama le carezze giuste

20 gennaio 2015

Sono un modestissimo e inadeguato strimpellatore da spiaggia. Premessa doverosa prima di mettere per iscritto il grande amore che nutro per la chitarra, secondo me lo strumento musicale più affascinante. Il primo aspetto è la trasportabilità. Senza troppo sacrificio la si porta in giro, per suonarla dove capita, per suonarla nelle strade, nelle contrade. Già dal tempo di Omero giravano i cantastorie, la poesia e il canto si spargevano per vallate, pianure, città, si offrivano al mondo in cambio di poco o niente. La chitarra è autosufficiente, spesso è meglio da sola. Anche di recente ho apprezzato Cristiano De André in una breve esibizione. Le belle canzoni son più belle cantate con la sola chitarra, specie se ben suonata. Il pianoforte puo’ avere lo stesso esito, strumento magnifico, ma prova a portartelo in spalla, se ci riesci. La chitarra sa rendere l’anima blues degli States, l’anima sensuale, allegra e triste, dell’America latina. La chitarra vive nel vibrante connubio con le splendide canzoni portoghesi. È strumento anche apprezzato e studiato nei conservatori, ma ha radici nella terra, nei canti, negli amori, nelle ebbrezze sanguigne dei popoli. Sono un modestissimo strimpellatore da spiaggia, ma non importa, sono amante inesperto ma appassionato. Ama le carezze giuste, che la fanno vibrare. La chitarra è una «lei». Leggi il seguito di questo post »

Quindici racconti e una fine

17 gennaio 2015

Tratti d’ironia sferzante, immagini nette, dettagli. Intensamente ironico, caustico, una buona capacità di rendere atmosfere. Questa è la scrittura di Roberto Pelosi (più conosciuto come musicista di pregio). Il piccolo libro (piccolo ma non povero di scoperte anche inaspettate) uscito per le edizioni Ibiskos Ulivieri ha per titolo «Mali accompagnati» e il sottotitolo fra parentesi è «Quindici racconti e una fine».
Mi è piaciuta, fra le particolarità di questo libro, la varietà di punti di vista, il gusto di raccontare senza scivolare nell’autobiografismo frequente in chi scrive racconti.
Riporto un racconto per intero.

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Troppo grande

Troppo grande.
Papà dice che ormai è tutto troppo grande.
L’ha già detto molte volte stamattina.
Io penso a un pesce che è talmente grande che anche il mare sembra uno stagno.
O una zucca così grande che il contadino invece che sollevarla abbassa il mondo.
Strani i grandi.
A volte li osservo dalle fessure fra una tavola e l’altra della mia casa sull’albero.
Hanno strane teste visti dall’alto.
Non vorrei mai scendere, “Ho mele a volontà!” dico.
Come ogni lunedì mi porta a scuola.
Mi riporta dalla mamma.
Sono seduto dietro, nel seggiolone, anche se ho passato l’età da un pezzo.
Mi ha legato strettissimo.
Tiene il piede calcato sull’acceleratore ma sembra più calmo del solito.
Ce l’ha con un giudice.
Dice che gli alimenti l’hanno rovinato.
Penso a uno che ha mangiato talmente tanto che la pelle gli cambia colore e poi gli cade.
Accelera.
Dice che il mutuo è un furto organizzato.
E io penso a una rapina dove un muto spiega a gesti tutto quello che devono fare i suoi complici.
Chissà se son tutti muti.
Non suona il clacson all’impazzata come le altre mattine.
Accelera e basta.
Dice che la colpa e dell’uomo nuovo.
E io penso a una concessionaria dove al posto delle macchine vendono uomini.
Di tutti i colori.
Esistono gli uomini usati?
Tutte le mattine c’è il sole.
Tutte le mattine compriamo la focaccia.
Questa mattina no.
C’è buio.
Forse il fornaio è rimasto a dormire.
Mi lamento.
Ho caldo.
Ho sete.
Dice che fra poco sarà tutto finito.
E io penso a un film ci sono milioni di parole che scorrono per mezz’ora.
Accelera sempre più.
Dice che le cose più belle sono quelle che ti fanno soffrire più di tutte.
Penso a una saponetta che ti ci puoi lavare le mani e diventano pulitissime ma che quando è bagnata la scagli contro un quadro e lo rovini.
Non dice più niente.
Accelera ma non dice più niente.
Dorme.
Penso che questa macchina sia troppo grande per questo garage.

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A Spezia si trova presso il «Contrappunto» ma non solo.

Nubi veloci

16 gennaio 2015

C’è una grande finestra, dove finisce la mia libreria. Nubi veloci, vento, gabbiani nervosi girano in tondo nelle correnti agitate. Le nubi sembrano in attrito con i grandi tralicci della centrale, ragni alti e sottili in controluce al cielo. Più che il sole sembra una luce elettrica, azzurrina. Quanti libri accatastati un po’ alla rinfusa, così come sono alla rinfusa dentro di me. Mi domando quanto davvero io afferro il mondo attraverso i libri e se, da quella grande finestra, io vedo davvero la vita oppure, ingannandomi, la racconto filtrata, mutata, dai libri stessi. Del resto che sarei senza i libri? Chi sarei? Le luci dei giganti, bracci da ciclope che spostano, caricano, scaricano, lampeggiano senza sosta. Il cielo, il porto, e dietro a questa finestra, i miei libri, e dietro ai libri, il nulla. Il nulla che però scrive, strana manìa.

breve sintesi del nostro tempo

15 gennaio 2015

C’è troppa malafede in giro. Magari si sbagliasse, ma con cuore limpido. Purtroppo questo continuo diluvio di notizie, di parole al vento dopo gli schizzi di sangue, di parole a replica delle parole, di retorica scontata. Non si prende il tempo per meditare, assorbire, anche studiare se occorre. Il potere poi ha un fiuto sottile di ogni evento da raccontare a puntello, a giustificazione di se stesso. Loro son cattivi, quindi noi siamo buoni. Io credo che due siano le piaghe infette del nostro tempo Per la questione geopolitica è di certo il problema della Palestina, tutto secondo me parte da lì. Per la questione sociale è la finanza, che tutto piega in nome di una logica che non è umana, i conti, sacri, devono tornare, non conta se passi le genti nel tritacarne. Ma queste son le questioni generali, alle quali si assomma, nella piccola storia di ognuno, la difficoltà ad essere semplici, a voler bene senza la pretesa di insegnare. Forse è ora di ripartire dal poco, ma quel poco che sia pregno di una vera convinzione, e non è facile.

finale non a sorpresa

13 gennaio 2015

Alla fine ci sono andato. E sono finite come previsto: una lite sui risultati.

il dubbio della libertà

12 gennaio 2015

Sono assolutamente certo che la libertà di parola sia un caposaldo della democrazia.

Ma qualcuno scrisse anche che «le parole sono pietre».

Chi stabilisce se è giusto o ingiusto impedire a qualcuno di scagliarle?

Non ho una risposta definitiva al dubbio.

ma anche la bellezza

11 gennaio 2015

I colori delle stoffe, le fogge dei vestiti, gli accostamenti dei materiali. Un mondo infinito, in specie quello femminile ma anche maschile. Al di là degli aspetti consumistici, che per una volta tengo fra parentesi, da sempre mi stupisce la voglia di nuovo, di bello, di piacevole allo sguardo e al tatto che regge tutto questo mondo. Spiccato molto nelle donne si appalesa questo istinto al colore, alla forma, al gradevole, al bello. Secondo me è una sete innata, incardinata nella filogenesi della specie. Gli umani soffrono molto la monotonia (anche i non umani più intelligenti a dire il vero), ciò che è triste e sciatto ci fa male. Tutti, ma le donne in specie, hanno diritto ad un po’ di bellezza, e non solo una bellezza di sentimento, ma anche una bellezza fatta di forma, colore, lucentezza, armonia. E un pizzico di stupore. Certo il pane è più fondamentale. Ma anche la bellezza è un diritto, per tutti.

cosa resterà in lui delle voci

9 gennaio 2015

C’è gente, nel bar. Tavoli in formica, bancone acciaio inox, qui nessun designer è stato interpellato per creare atmosfera. Niente finto storico, niente strano high-tech futuribile. Un bar e basta. Qualche coppia anziana che aspetta la terapia (la mutua è lì vicino), due o tre operai in sgargiante casacca della raccolta differenziata, due bellocce oltrecinquantenni che fumano, sulla porta. Quasi in fondo, seduta, una bionda dall’aria paciosa, il fagotto in grembo. Nel brusìo delle voci e il tintinnar di tazze, dorme. Piccolo piccolo, avrà 20 giorni al massimo. Chissà cosa resterà in lui delle voci di questo bar, della radio che parla dei morti a Parigi, del profumo di caffè, del sibilo intermittente della compattatrice, là fuori.

Quel bar drogheria, sotto la Stazione, c’è ancora. Una ragazzina, a volte entrava con me in braccio, dormivo come questo piccino del 2015. Ma quelli che c’erano le mattine del ’56, è facile sian tutti morti. In un bar, si incrociano storie davvero lontane. Forse la vita è un curioso gioco a incastro delle volte che vai al bar, ad annusare il profumo e i suoni del mattino.

Dante e il Profeta

9 gennaio 2015

Dante e Maometto, una discussione intorno agli accadimenti dell’oggi ma non solo. Siccome è purtroppo infestata anche dai miei commenti, per chi proprio ha il vizio di leggermi, è in casa dell’amico Prof. Biuso

http://www.biuso.eu/2015/01/07/dante-maometto-e-charlie-hebdo/

senza un ideale, non ce la facciamo

8 gennaio 2015

È proprio la mancanza di retorica, di valori universali, di «culto» della libertà, il vero motivo del tramonto dell’occidente. Siamo troppo disincantati, troppo cinici, troppo incapaci di avere una passione politica autentica. Qui da noi, colpa di una cultura decadente, è irriso chi ha un’ideale, si guarda solo al portafoglio polizze. Senza un ideale di libertà, anche retorico, non potremo salvarla la libertà.

un piccolo e rudimentale omaggio musicale

7 gennaio 2015

Modesto musicista non da strada, da vicolo direi, anche raffreddato. Leggi il seguito di questo post »

stereofonia, stereotipia

7 gennaio 2015

In fondo un musicista napoletano ha più difficoltà di un musicista emiliano o ligure a essere considerato un musicista e basta, perchè in qualche modo la napoletanità influisce nel giudizio e l’amore «casalingo» è spesso avvolgente, caldo, totale, possessivo, insomma Daniele come Maradona.

E anche noi ascoltatori «nordici» abbiamo spesso un mito nostro, antropologico, sottilmente razzista (parola eccessiva, ma è per spiegarmi), il musicista del sud  ci pare più autentico, più intriso di solarità, ed è il rovescio del razzismo dei giornali locali che quando un rapinatore è di Biella lo chiamano rapinatore e basta, se è di Napoli scrivono «rapinatore napoletano».

Bisogna ascoltare la musica, sentire la musica e non occuparsi in eccesso della biografia dell’artista, perchè a volte indossi delle cuffie non stereofoniche, ma stereotipiche.

io amo (anche quest’anno) la befana

5 gennaio 2015

come è tradizione, riappioppo ai malcapitati visitatori lo stesso testo di tutti gli anni, del resto qui in Liguria le cose non le buttiamo via tanto volentieri

http://diego56.com/2011/01/05/io-amo-la-befana/

la lettura è una virtù?

5 gennaio 2015

Sempre sono interessanti gli spunti di riflessione del Prof. W. In questo caso ci esorta, con una punta d’ironia, a riflettere sul rapporto che molti di noi (noi lettori abbastanza «forti» secondo le statistiche odierne) abbiamo con la lettura.
Sì, sono abbastanza convinto che spesso è un rifugio, un modo per alleviare l’angoscia inevitabile dell’essere al mondo. Ricordo una cara parente, anziana insegnante in pensione in uno sperduto paesino nel centro della Sardegna. Nonostante vivesse già in un posto isolato, amava isolarsi nella sua biblioteca ed era usa affermare «i libri sono gli unici veri amici». Fin qui nulla di male, tutti dobbiamo in qualche modo consolarci delle mazzate che ogni tanto, cieco e impassibile, ci riserva il destino, quindi se leggere fa star bene, è bene leggere.
Il problema è che in effetti molti lettori voraci (e ne conosco, fra compagni del vizio ci si annusa e ci si riconosce subito) non capiscono davvero i libri che leggono, sanno quel che c’è scritto e si sentono gratificati dal poter dire «l’ho letto, caro amico, nella prima edizione del…». Non sarebbe buona cosa leggere un numero eccessivo di libri, ma leggerne relativamente pochi leggendoli bene. In fondo se io potessi trascorrere due ore al giorno, sotto un grande albero, sorseggiando un bicchiere di bianco nostrale, ad ascoltare un uomo sapiente (uno per esempio come il prof. W., che mi perdonerà l’esagerata stima) poi di libri ne leggerei pochissimi o non ne leggerei affatto, giacchè quel che mi piace è il pensiero, la parola, e il libro ne è solo un comodo e durevole mediatore.
Ultima considerazione: oggi più che il vizio di leggere dilaga, mostruoso e irrefrenabile, il vizio di scrivere, per il quale occorre una forma severa di disboscamento, i libri sono assolutamente troppi.

Catania Carmelo

3 gennaio 2015

Chiedo perdono agli amici siciliani per la pessima pronuncia (da raffreddato poi è ancora peggio), chiedo perdono ai chitarristi d’ogni nobile schiatta per la pessima esecuzione. Ma qui siamo fra amici. Leggi il seguito di questo post »

la minore, mi minore

2 gennaio 2015

L’aspetto meraviglioso della musica è che non ti spieghi il meccanismo fondamentale. Un accordo di la minore succeduto da un accordo di mi minore evoca un senso poetico, lievemente melanconico, intriso d’inspiegabile profumo di passato. È solo un esempio da incompetente il mio. Ma quel riverbero che ha la musica, un evento fisico concreto di vibrazioni, con i moti dell’anima e del ricordo, è un accadimento che mi affascina, sempre, come quando da bambino la fiaba la sapevi a memoria, ma quel passaggio, quella frase, la volevi sentire, risentire all’infinito. Forse solo la musica riscatta la complicata storia del bipede troppo (o troppo poco) intelligente.

più falsi quelli veri

2 gennaio 2015

35 morti nella ressa per il lancio di falsi denari a Shanghai. Questa notizia di capodanno è emblematica.

35 morti per i denari falsi non sono pochi. Ma i denari veri provocano tanti morti ovunque, nelle vite stentate, nelle vite vendute, di uomini e creature non umane. Sono ancor più falsi, quelli veri.

Una lettera «O» è più grande di un uomo in piedi.

30 dicembre 2014

Sedici anni al massimo. Aspetta al sole, sulle esterne scale del Multisala.
Tre ciclopiche insegne sul colosso in cemento e metallo zincato. Una lettera «O» è più grande di un uomo in piedi. Il colosso non è brutto, il meno peggio tutto sommato è l’architettura. Ma è tutta quella roba la dismisura. Assurdo accatastarsi di merci dalla mirabolante tecnologia. L’idiozia dei draghi in 3D che svolazzano sugli schermi, in offerta, sempre più grossi, sproporzionati al tinello della piccola gente comune. La roba dell’anno passato è obsoleta, e le persone? Coppie di mezza età varcano le sliding doors, le offerte sono fiori di cartone per catturare le tredicesime del nonno, unica vena aurifera di questa disperata miniera del troppo.
La ragazzina che aspettava lo vede arrivare. Bacio. Un amore, nonostante tutto, alle pendici del megatempio in metallo e cemento.

probabilmente

28 dicembre 2014

la manutenzione di una nave è costosa, probabilmente

controluce le sagome

28 dicembre 2014

Quasi non riesci a volger lo sguardo a sinistra, dalla parte del mare. La sfera bianca del sole d’inverno abbaglia. La luce raddoppia, a perpendicolo, in basso, nel riflesso sull’acqua. Controluce le sagome d’un cane e dell’uomo che porta a spasso. Complice prezioso, per sfuggire alla moglie, nel mattino. Dal freddo dei trapezi d’ombra a questo tepore accecante e pensi a quanto è lieve e tragico, cosmico e quotidiano, attraversare una vita. Sole lontano e nel contempo vicinissimo, sul mio taccuino, sulle mie dita di mal attrezzato ciclista. Non ho il cane, la vecchia bici mi riporta verso casa. Una piccola scorta di luce, dentro. Puo’ far comodo.

Non è sbagliato mettere in gioco

26 dicembre 2014

Io penso che gli auguri che ho ricevuto e quelli che ho fatto siano stati sinceri. Il timore di esser troppo sdolcinati e convenzionali è comprensibile, ma osare un poco, nella dolcezza delle parole, è altrettanto giusto. Giusto verso i ragazzi, che vogliono il nostro affetto semplice, e ancor più giusto verso i vecchi, perchè ogni augurio contiene anche un saluto possibile, ogni anno più possibile. Non è sbagliato mettere in gioco una dose d’ingenuità. La vera fregatura è stare sempre troppo attenti a non farci fregare, magari vinceremo la partita, ma avremo perso il gusto di giocare. Molto di noi è impastato delle primissime carezze, dei primissimi sorrisi, dei primi respiri, del battito del cuore del seno che ci ha nutriti. Quel che di buono c’è nel mondo viene di lì, anche le più grandi magnificenze della scienza e della tecnica, anche l’impulso delle migliori energie dell’umana avventura, vengono di lì. E tutto il male, il tanto male, viene dalle volte che l’oblìo ha sepolto la prima dolcezza. Non è una faccenda astratta, è l’impasto vivo della nostra vita.


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