secondo me è concretezza l’utopia

Paura nelle borse e sui mercati finanziari. Personalmente le borse le chiuderei. Tornerei a pensare che il lavoro umano non è finalizzato all’accumulo di denaro da parte di alcuni soggetti bensì alla soddisfazione delle necessità di tutti. Questo in un contesto di ragionevole ed equilibrato utilizzo delle risorse del pianeta che ci ospita. Il denaro deve tornare ad essere un pratico mezzo di scambio, e il lavoro umano un operoso impegno collettivo per star tutti bene al mondo. Utopia? No, secondo me è concretezza, la follìa è questa sudditanza del nostro destino di umani non ricchi dall’isteria dei mercati finanziari.

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Forse ho capito male.

Forse ho capito male, forse sono poco informato. Premetto anche che considero assolutamente degno di rispetto l’amore e il progetto di vivere insieme fra due persone dello stesso sesso. Nessun problema su quel tipo di amore, è amore vero fin dal tempo di Achille e Patroclo. Ma che due persone sprovviste dell’utero, non per difetto, ma per naturale morfologia maschile, se lo facciano imprestare per «avere» un figlio (sottolineo il verbo avere) è un accadimento che mi lascia assai perplesso. Se poi è una possibilità legata prevalentemente al censo, la mia perplessità aumenta, il verbo avere si avvicina troppo al verbo comprare. Ma forse ho capito male.

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oppure un viaggiatore che sa scrivere [Marco Cecconi]

Marco Cecconi è uno scrittore che sa viaggiare, oppure un viaggiatore che sa scrivere. Per una serie di motivi oscuri al sottoscritto i suoi libri circolano in forma privata, neanche una modesta diffusione locale, eppure li cura nella realizzazione un competente come Riccardo Pioli. Quindi nessuna recensione d’un libro non pubblicato, rimedio riportando un brano, fra i molti assai gustosi. Viaggiare per capire, camminare per capire e pensare.

Alla stazione di Scanzano Ionico, dove prendo il treno che mi riporta a Metaponto, l’unica persona ad aspettare con me è un ragazzo del Bangladesh. Mi rivolge la parola, forse un po’ stupito della mia presenza in quella stazione così poco frequentata. Mi chiede quanti anni ho – me ne dà, non so se per pura cortesia, molti molti di meno – se sono sposato e se ho figli. Ho notato che il fatto di non essere sposato e non avere figli appaia strano agli occhi di molti immigrati, forse perfino riprovevole, cosa che del resto accadeva anche dalle nostre parti non troppo tempo fa. Lui, clandestino da otto mesi in Italia, moglie e due figli piccoli più altre persone di famiglia in Bangladesh che dipendono tutti dal suo lavoro, fa il venditore ambulante sul Lido di Scanzano e abita dopo Metaponto. Dalla stazione raggiunge il mare con una bicicletta che parcheggia in una casa vicina. Una bicicletta è forse quello che ci sarebbe voluto a me in questo giorno di difficili spostamenti con i rari e irregolari mezzi pubblici della zona. Non gli racconto che mi sono fatto avanti e indietro a piedi la strada fino al mare che lui fa in bici: o non mi crederebbe o mi prenderebbe per matto, e comunque mi sembrerebbe una bizzarria irrispettosa verso chi, tutti i giorni, pedala al sole con un fardello e non lo fa certo perché è in vacanza.
Ho impiegato circa tre quarti d’ora, di buon passo, concentrato, per fare quel pezzo di strada, sia all’andata che al ritorno. Niente di straordinario, cammino spesso molto più
a lungo, con gli stessi ritmi, su un sentiero o anche in città, ma il camminare su una strada
provinciale che è poi un lungo rettilineo, sul limitare dell’asfalto, con le macchine, fortunatamente non tante, che sfrecciano vicino, è una singolare mescolanza di stress e ascesi. Non bisogna pensare alle auto, non bisogna pensare di essere marginali mentre si sta sul margine della strada, non bisogna pensare che qualcuno si chieda cosa facciamo lì, che magari passi una macchina della polizia e ci fermi. Perché è vero che non stiamo facendo niente di male, ma ci secca soprattutto passare per eccentrici. Certo, se invece di camminare corressimo, magari con l’abbigliamento adatto e gli auricolari, appariremmo molto più normali, perfino su una strada come questa. Così, per concentrarmi, nomino mentalmente tutto quello che vedo nella striscia d’erba fra l’asfalto e l’avvallamento, che è poi tutto quello che è stato gettato dalle auto in transito nel corso del tempo. Ci sono soprattutto bottiglie di plastica, lattine, involucri di vario tipo, fazzoletti di carta, cicche e pacchetti di sigarette, ma anche qualche bottiglia di vetro e flaconi di crema solare, giornali e volantini pubblicitari, il tutto distribuito in maniera omogenea, direi con la stessa densità per ogni metro di strada, da un lato e dall’altro, una condizione d’isotropia generata dall’assoluta casualità con cui questi oggetti sono stati gettati dal finestrino, senza la minima preoccupazione per dove sarebbero andati a finire. Non so quanto tempo ci sia voluto per raggiungere la densità attuale, potrebbe essere interessante fare dei calcoli sofisticati considerando il traffico nel corso degli anni e magari analizzando più attentamente i vari prodotti, perché di prodotti si tratta, che si presentano sul ciglio della strada come su un cartellone pubblicitario degradato, visibile solo a chi, come me, fa questo tipo di percorso a piedi, quindi praticamente a nessuno. Di fatto, sono target esclusivo della pubblicità involontaria che i prodotti rilasciano alla fine del loro ciclo, oppure, volendo dare più lustro alla mia esperienza, unico fruitore di un’opera d’arte con un po’ di Warhol, Rotella, Spoerri…
Saliti sul treno, il ragazzo del Bangladesh incontra alcuni suoi connazionali, che costituiscono poi la maggior parte dei viaggiatori che occupano il vagone. Se ai tempi di Goethe al viaggiatore che si muoveva in determinati territori era dato d’incontrare qualcuno, si trattava in genere di un contadino, di un pastore, di un cacciatore – quando non s’imbatteva nei briganti – così chi cammina oggi per certe strade ha molte probabilità d’incontrare un immigrato. Si dice di solito che gli immigrati svolgono quei tipi di lavoro che gli italiani, come tutti coloro che nel mondo hanno raggiunto un certo livello di benessere, non vogliono più fare. Allo stesso modo si può forse dire che gli immigrati occupano nel territorio quei luoghi, quegli interstizi, quelle case e quei terreni inabitati che gli italiani hanno abbandonato da un pezzo: treni locali e corriere su cui pochi italiani salgono, strade che gli italiani percorrono solo in macchina, case troppo scomode o cadenti per essere abitate se non da chi si trova in uno stato di necessità, quartieri di città ritenuti infrequentabili. Così il nostro viaggiatore troverà facilmente sulla sua strada immigrati più o meno clandestini, lavoratori spesso molto precari che si muovono per le strade a piedi, in bicicletta, su autobus e treni sempre più malconci, rari e marginali. Ai tempi di G. il viaggiatore incontrava uomini intimamente legati al territorio, che spesso parlavano una lingua o un dialetto incomprensibili e non conoscevano praticamente niente al di fuori del loro mondo. In uno spazio dominato dalla natura, sembravano parte della natura stessa. Il viaggiatore che oggi s’inoltra a piedi in spazi che hanno conosciuto la civilizzazione o l’hanno subita in maniera brutale, tanto da apparire come stremati dalla civiltà, incontra facilmente personaggi che in questi territori non sono mai stati radicati, se non per erratiche radici. Personaggi con cui forse è più facile capirsi, rispetto a quelli che s’incontravano secoli fa, perché condividono con il viaggiatore una povera lingua comune, che non è la loro lingua materna e a volte nemmeno quella del viaggiatore, e che appare un po’ stremata come la terra stessa. Come un tempo il viaggiatore si trovava a decifrare la lingua di quegli uomini allo stesso modo in cui cercava di decifrare i segni della natura e i manufatti che da essa emergevano, così il viaggiatore di oggi si trova davanti ad abitanti precari che a volte fatica a decifrare, non tanto per la lingua che cercano di parlare, quanto perché oscure sembrano le loro vicende, misteriose le terre da cui provengono, inspiegabili i percorsi che li hanno condotti lì e non altrove, le scelte che appaiono segnate da una necessità estrema e al tempo stesso dalla più assoluta contingenza, imprevedibile il futuro che li attende.
Così, in una condizione che sembrerebbe del tutto opposta a quella dei tempi di G., si può
forse ripartire da zero, non più da un eccesso di natura sconosciuta ma da un eccesso di cultura che facciamo fatica a riconoscere.

Marco Cecconi, Il richiamo, RPE edizioni, 2015, pag. 139-145

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che significa «la mia vita»?

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ben ci sta [sole a febbraio]

sole a febbraio; in altri tempi questo tepore pomeridiano sarebbe stato accolto come piacevole sorpresa, assaggio di primavera; invece appar minaccia, premonizione fin troppo facile d’estate rovente, cataclisma climatico d’antropica idiozia; le generazioni future malediranno l’imprevidente ingordigia degli umani a cavallo del secondo e terzo millennio; per fortuna le cose vanno veloci, così da non illuderci che soffriranno solo lontani pronipoti, ma soffriremo noi stessi; ben ci sta

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tortina paradiso [cronache del badante]

sono il cerimoniere della tortina paradiso, ogni mattina; con gesto ormai esperto (inatteso in un pasticcione come me), tiro il lembo rosso, si libera l’involucro, ed ecco, sul suo cartoncino, la tortina paradiso; la nonna osserva; con gesto enfatico, prendo la misura per un bel taglio netto per lungo, poi tre tagli a perpendicolo e la tortina paradiso è otto cubetti; la maestrìa è non produrre cubetti troppo imprecisi, che conservino qualcosa dell’iniziale geometrica esattezza; la nonna allunga la piccola mano ossuta, afferra un cubetto e lo mette in bocca, suggendo con disarmante voluttà il sapore dolce, la consistenza tenerissima, ben lontana dall’austerità dei dolci salutari; così, in questo rito pagano, in questa concessione alla gola, un momento di vita della nonna; tortina paradiso, speriamo che i golosi ci vadano lo stesso, in paradiso

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giacchetta azzurra

Giacchetta azzurra, forse vestigia d’un bel completo elegante finito alla Charitas. Sotto le luci spettrali del filobus le facce imbarazzate fan finta di niente, guardano in terra o fuori dai vetri. L’uomo con la giacchetta azzurra parla a voce alta, discute con qualcuno che vede solo lui, nello spazio vuoto accanto. I passeggeri, silenzio d’ordinanza, fingono di non udirlo, di non vederlo. Ha l’erre moscia e qualche ricercatezza nei vocaboli, chissà chi era, quando non era così. Fermata del centro. C’è un cambio d’autista e quello nuovo gli si avvicina minaccioso: «Chiamo la polizia, se non scendi e la smetti di spaventar la gente». Istintivamente mi sento più dalla parte della giacchetta azzurra, non fa male a nessuno e l’autista mi sembra troppo aggressivo, troppo solerte. Un attimo di silenzio e poi: «Non farmi scendere, vengo vicino a te e sto bravo, io sono bravo, me lo dice sempre Frate Giacomo, che sono bravo». Le persone sul filobus proseguono la corsa più rilassati, nel loro banale silenzio, alcuni sfiorando gli smartphone. Alla fermata della stazione giacchetta azzurra scende, tranquillo, dalle porte scorrevoli saluta l’autista: «Grazie, ti voglio bene» e sorride, poi scompare nella sera. Certo, ormai solo i pazzi, sorridono sul tram.

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