non essendo merci

Le merci circolano liberamente, e ogni rituale è incentrato sull’aspetto salvifico di questa libertà di circolazione. Gli esseri umani, non essendo merci, non circolano liberamente. Perfetto, moralmente perfetto: guai equiparare gli umani ad una merce, sarebbe disdicevole. Io penso, forse sono immorale per questo, che se agli umani si concedessero gli stessi rituali, la stessa religiosa accondiscendenza concessa alle merci, sarebbe un piccolo passo avanti, non verso la giustizia, ma almeno verso la decenza.

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la giusta misura d’ogni voce

Fatti un giretto all’ospedale, e capisci quanto è sciocco lagnarsi per le faccende di poco conto. Forse anche il lavorìo per salvare una vita individuale, ormai lontana dal fiore della giovinezza, è un errore. Lasciare il giusto spazio alla morte, è il modo preciso di rispettare la vita, che è un evento corale. Cantino le voci nel loro tempo, e tacciano, serene, quando è il loro tempo del silenzio.

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la mente, un crocevia

Nonostante tre guerre, nonostante brevi ma spiacevoli soste in galera ad ogni cambio di regime, il mio nonno era sempre allegro. Con la sua beffarda cadenza livornese, a tavola sentenziava ogni tanto che non serve farsi del sangue cattivo. La sua strategia difatti lo fece campare molto, molto a lungo. Le sue esortazioni a non prendersela mi sono tornate in mente leggendo la nuova edizione, presso UTET, d’un testo di giustificato successo: «Il cervello anarchico» scritto dal medico e scienziato Enzo Soresi. È anche una bella autobiografia su una vita di combattimento, in prima linea, contro il cancro al polmone. E dallo studio del complesso rapporto fra la mente e l’apparato immunitario, il lavoro di questo importante medico e studioso apre squarci di luce su un tema affascinante: il rapporto fra il pensiero, la parola, il linguaggio e le complesse dinamiche degli strumenti biologici di equilibrio e difesa di cui ogni corpomente è dotato. Il termine «corpomente» lo prendo a prestito dal filosofo A.G. Biuso, perché a mio avviso perfettamente consono. E i termini spesso in queste pagine condensano concetti importanti, prendiamo ad esempio la disciplina definita «psicobiologia», e lo vediamo laddove ci si riferisce al «danno biologico primario» che è, detto in parole povere, un danno permanente dovuto ad una primissima infanzia priva di apporti affettivi essenziali.

«Questo nuovo modo di concepire la costruzione anatomica del cervello in senso psicobiologico è la nuova chiave per interpretare il danno biologico primario. L’approccio psicobiologico, infatti, tiene conto delle modificazioni organiche indotte dalle relazioni esperienziali ed emozionali sul cervello in particolare nei primi 3 anni di vita quando i neuroni si posizionano nelle aree specifiche di appartenenza. Una disarmonica costruzione anatomica di alcune strutture cerebrali, legata ad una presa in carico da parte della madre disaffettiva o patologica, puo’ essere la premessa allo sviluppo ad una patologia organica in età adulta» (pag. 78)

La mente è dunque un crocevia dove si intreccia la vicenda storica individuale con la vicenda biologica individuale, con il complicato e delicato coordinamento di informazioni e stimoli che il cervello intrattiene con l’apparato nervoso, con l’apparato immunitario, con le complesse funzioni endocrine. Ma se c’è questo intenso scambio di informazioni, così essenziale per la salute, ci deve essere anche una memoria, una conoscenza incorporata sempre in elaborazione, e su questa memoria biologica molto c’è ancora da scoprire, anche se è evidente quanto è importante.
Fra i molti temi affrontati sono molto interessanti le considerazioni sull’effetto placebo. Considerazioni nate dai molti casi reali affrontati, nella lotta quotidiana contro la sofferenza dei pazienti. Tutti sappiamo (o crediamo di sapere) cos’è l’effetto placebo, però pensiamo che il paziente sta meglio «per suggestione», come illuso da un inganno, mentre il dato scientifico mostra come l’effetto sia concreto, biologicamente effettivo, oggettivo. Di qui l’interesse che Soresi manifesta per alcune medicine tradizionali, dove la cura «suggestiva» mostra efficacia, dimostrando ancora una volta la potente correlazione fra mente e salute, fra le parole e la corporeità.

Soresi ci narra anche la storia di una donna, un’artista, purtroppo uccisa ancora giovane dalla malattia, con la quale ebbe un’intenso rapporto affettivo. Un’occasione per scandagliare l’affascinante questione della mente artistica, una mente dove accadono anche eventi biologici rilevanti. Detto molto in parole povere (le mie), il cervello dell’artista spesso tiene più aperte certi canali di conoscenza, certe finestre di percezione, rispetto a quanto non accada nel cervello delle persone cosiddette normali. È una faccenda chimica, concreta, e quel che si acquista da un lato lo si paga da un altro, perché ogni squilibrio è pericoloso.

Questa importanza del rapporto fra pensiero, parola e salute l’autore l’ha tenuta sempre a mente nel rapporto con i suoi pazienti, cercando sempre di rapportarsi con buonumore, giovialità. In effetti lo sapeva bene anche il mio nonno, anche se non era uno scienziato, ma sicuramente sarebbe andato d’accordo col professor Soresi.

Enzo Soresi
Il cervello anarchico
Presentazione di Umberto Galimberti
UTET, 2013
pag. 215

Interessante l’opportunità, acquistando il libro, di poter scaricare senza cleptofili sovrapprezzi, la versione e-pub. Non amo le versioni per lettore elettronico, prediligo assolutamente il cartaceo, però in questo caso l’idea è apprezzabile. Puo’ essere comodo anche per estrarre le citazioni (anche se io ritengo utile la fatica di ricopiare, per assorbire meglio lo scritto).

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un caffè, dopo 4 miliardi di anni

Apro la portafinestra sul giardino. Tutto bagnato, inzuppato, che pioggia stanotte. Tu dormivi profondo, non te ne sei accorta, nonostante certe saette dal fragore prossimo, così prive della lontananza d’un temporale delle vecchie estati. Mentre dormivi forse hai inglobato il tuono in qualche sogno bislacco, oppure dormivi di quel sonno totale, quello dove l’io non c’è, la vita ne fa a meno. Le nostre vite, due accadimenti paralleli, coordinazione biologica e complessa di miliardi di cellule che nascono, muoiono. Equilibri che durano da ben oltre 50 anni, un lavorìo immenso di sinapsi, d’apparati immunitari in continua tenzone con i piccoli, numerosissimi, nemici, spesso nostre cellule ribelli che potrebbero diventare una brutta macchia sulle lastre. E tutto questo complicato, potente, scambio di informazioni fra apparati la cui complessità biochimica è ben oltre le nostre (specie le mie) nozioni da vecchi liceali. Equilibrio, la vita è equilibrio, omeostasi per dirlo difficile. Gorgoglia il caffè, vengo a svegliarti. Tutta questa faccenda iniziata 4 miliardi di anni fa ci permette di gustare un caffè. Gustalo con calma, è una fortuna pazzesca esser qui. Mi guardi un po’ assonnata, e mi viene da ridere, al pensiero dei miei pensieri.

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il sottile scarto

Quale è il vero motore? La molla dolorosa, carica, del pupazzo, che si muove non perché lo vuole, ma perché il suo congegno interno lo obbliga. Per quanto l’educazione ci abitui all’idea d’esser padroni di noi stessi, quel sottile scarto, un piccolo continuo senso di smarrimento non ci lascia mai. Annegare nei colori, nei suoni di buona musica lieve, nel tepore del sole al tramonto. Vivere bene è saper sfuggire, anche solo il tempo di tre respiri, al sottile scarto fra noi e il nostro accadere. Oppure esserne radicalmente coscienti, e ridere, sul ciglio dell’abisso. Se non siamo, è insensato aver paura.

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cronache da Barbacucù [microracconto, fantascienza]

Da un antico manoscritto ritrovato sul pianeta Barbacucù, dalle parti della via lattea, a pochi anni luce da un pianeta chiamato Terra (traduzione dal barbacuiano)

«Molti millenni fa c’era un pianeta bellissimo, che i suoi abitanti chiamavano Terra, ma ad un certo punto il bipede glabro e presuntuoso, innescò un processo distruttivo, chiamato civiltà, e in poche centinaia di anni, da bellissimo pianeta di oceani e lussureggianti foreste, divenne arido, velenoso e desolato, per fortuna, qui da noi su Barbacucù, quel brutto bipede glabro non è mai apparso»

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recherche privata

Abbiamo poco tempo per noi, ma l’odore salato della tua pelle, odore d’estate, muta il gusto di una giornata avara. Siamo i nostri ricordi, e basta un odore lieve per farli affiorare. Certo Proust ne ha tratto un capolavoro, ma anche la nostra piccola recherche privata, non è poi male, amica mia.

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