demografia ligure [in guisa di poesia]

27 maggio 2015

Quanti capelli bianchi, quanto pochi i bambini, nei cortili. Questa terra inclinata sul ciglio del mare, così bella ed aspra, è diventata un rifugio di vecchi. Peraltro anche belli, la pelle rugosa al sole, le mani nodose ancora intente alla cura degli orti. Non sono un male i vecchi, sono poesia scavata con durezza nei corpi dalla ruota del tempo. Ma i bambini? Dove sono le vite fresche, che saltano e gridano nei cortili, che ridono e piangono, che aspettano il loro tempo adulto d’andar per mare? Dove sono le bimbe appena appena cresciute, che cominciano a sognare un segreto amore? Quanti capelli bianchi, quanto pochi i bambini, nei cortili.

gli umani, semplicemente, sono se stessi

24 maggio 2015

Ogni tanto la «A» nel cerchio sventola in cortei, oppure appesa alle finestre d’uno stabile occupato, oppure vergata in fretta su un muro, oppure nel giubbotto di qualche ragazzo dall’aria un po’ ribelle.
Ma aderire al movimento anarchico, è possibile oltre l’ingenuità, è possibile sviluppando un pensiero ed una critica efficace del presente? È un dovere provarci, altrimenti si sconfina nel folklore metropolitano, in una marginalità giocosa, in una frangia tollerata e irrilevante del panorama politico. Ovviamente a rifondare un pensiero anarchico efficace e pregnante ci puo’ provare chi ha i mezzi intellettuali e culturali per farlo. Ci prova, con un breve ma denso saggio, il filosofo più libero e indipendente (fuori dallo schema destra/sinistra) che leggo da tempo: Alberto Giovanni Biuso.
Il saggio è parte del volume «La pratica della libertà e i suoi limiti» edito da Mimesis. Un ricco volume che reca firme anche assai famose, come ad esempio Serge Latouche e Noam Chomsky.
Il saggio di Biuso ha per titolo «Anarchismo e antropologia. Per una politica materialistica del limite.» Titolo perfetto, già di per sè ottima sintesi, ma ora mi spiego meglio. Venticinque pagine dense che ripartono laddove inizia l’errore di ogni utopia: un’idea della natura umana ingenuamente (e spesso colpevolmente) astratta. Riprendendo l’intuizione nietzschiana occorre accettare e ripartire dalla natura biologica di quel momento della storia della vita che è l’essere umano. La lunghissima filogenesi ci lega alla storia della vita e molto di quel che siamo e crediamo di pensare liberamente viene da lì. Gli uomini non sono buoni (per vederla col celebre ginevrino) e non sono neanche cattivi (per vederla con Hobbes), ma semplicemente sono se stessi, intessuti del loro istinto. Ogni tentativo di rifondare l’umanità è finito male, perchè piegare la natura umana ad un modello astratto, incardinato in ferrea legge statale, non ha generato che macchine di potere mostruose, totalitarismi dagli esiti disastrosi. La ragione, questa caratteristica umana così preziosa, se utilizzata per un progetto irrealizzabile di rifondazione dell’umano, diventa lo strumento del dominio implacabile.

«La celebre espressione di Goya secondo cui el sueño de la razon produce monstros puo’ certo significare che il “sonno” della ragione genera mostri ma anche riferirsi al “sogno” della ragione che puo’ produrre mostri altrettanto temibili se conduce alla pretesa di una totale sottomissione del vivere, del sentire, del pensare ad una razionalità che si crede immobile ed è invece sottoposta al variare delle filosofie e dei tempi. Il compito di un’antropologia libertaria consiste, pertanto, nel cercare di comprendere com’è costituito e come si struttura il comportamento umano senza che idee preconcette di qualunque tipo (dalla fiducia roussoviana al pessimismo hobbesiano) ostacolino la scoperta della verità, qualunque essa sia.» (p. 117)

Ma se i totalitarismi del ’900 hanno fallito, non è che i sistemi cosiddetti democratici (in realtà liberisti, non libertari e neanche liberali…) non abbiano espresso, a partire dalla seconda metà del ’900, forme di dominio altrettanto efficaci e pervasive. È il dominio del consumismo, della decostruzione delle personalità attraverso una falsa libertà: la libertà di desiderare ed acquisire senza freni, l’oscenità di un’adolescenza mai cresciuta, l’allevamento pernicioso di umani senza nerbo, ipnotizzati dallo spettacolo di cui sono le comparse.
Quale anarchismo allora? Quale coscienza libertaria ha un senso? La risposta di Biuso è alla fine abbastanza semplice: occorre ragionare sull’uomo per quello che è, un essere vivente che deve vivere sul pianeta in equilibrata coesistenza con gli altri viventi, e rivalorizzare il sociale, la vera natura sociale (e non statale) dell’uomo, a partire dalle comunità reali, vive, in simbiotico rapporto col territorio.
Non so se davvero (questo è il mio pensiero) possa partire da qui un anarchismo sensato ed efficace, ma di certo la riflessione è comunque la premessa di ogni politica che sia davvero, onestamente, umana.

la prima libertà

22 maggio 2015

La prima libertà, è quella da se stessi.

le mie idee?

21 maggio 2015

Ho grande rispetto per le idee altrui. Solo che a furia di rispettare quelle altrui non ho più in chiaro quali sono le mie. La mia è una mente incline al dubbio. A volte è un bene, a volte è un male. Per esser davvero convinti di qualcosa fino in fondo un poco di stupidità è indispensabile.

quasi una fretta

21 maggio 2015

Fra i fiori della terrazza, nella luce vivida del mattino, canta con voce intensa. Un bel merlo, piumaggio nerissimo e becco giallo splendente. Chiama per richiamare fresche e giovini fidanzate, o forse per far capire che è la sua zona, per mettere in guardia gli altri maschi. È così bello il canto che propendo per il richiamo amoroso. La vita è l’amore giovane, che ogni astuzia di colore, profumo, suono inventa per dispiegarsi. Brevi sono gli anni giovani, in questo tripudio avverto quasi una fretta. Non c’è tempo da perdere, la vita non ha tempo da perdere. Quando il sole renderà più caldo il terrazzo, nel mezzo del giorno, il merlo non canta, chissà se è appartato con una bella fidanzata oppure sta pensando: «domani ci riprovo».

il vitalizio e il ’68

21 maggio 2015

Un famosissimo leader del ’68, difende a spada tratta il suo vitalizio. Perfetto accadimento per riflettere su quel che è stato, davvero, il ’68. In queste mie ininfluenti paginette, il richiamo ad un saggio fondamentale d’un filosofo di grande qualità.

la vera causa del male

19 maggio 2015

La poesia è un bene prezioso. Tutto il male del mondo non è, guardando all’essenziale, che la perdita di poesia. Il peggio dell’umano deriva da lì.

Un nuovo inizio

19 maggio 2015

Sono un po’ sfiduciato, vedo un’Italia triste, soffocata dai mille egoismi corporativi, dall’appiccicosa lagna di chi si lamenta pur avendo tranquillamente di che vivere. C’è disperato bisogno di giovinezza, di occhi limpidi che guardano il futuro. C’è disperato bisogno di padri dalla mano ferma, dalla voce pacata. Padri di poche parole, ma giuste. C’è disperato bisogno vita vera, semplice, intrisa del profumo di giovinezza. E c’è perfino bisogno di reimparare a morire, con serena saggezza. Un nuovo inizio, non ci sarà, purtroppo, senza un tragico tramonto dell’oggi.

non hanno scampo

18 maggio 2015

Le verità scomode sono molto meno gradite delle bugie comode. Per farsi amare dalle moltitudini, in specie dalle plebi immeritatamente ingrassate, è indispensabile mentire. Esistono gli animi nobili, ma non hanno scampo, saranno sempre detestati dalla moltitudine. Follìa affidare al cosiddetto popolo le scelte per il futuro.

è un gioco

16 maggio 2015

La vita è un rischio emozionante. Certo il suo slancio è nella giovinezza, in quella naturale e irragionevole sensazione di potenza che permette di osare. Anche la vecchiaia è densa di fascino, per lo spessore dei ricordi, l’attaccamento infantile ai piccoli piaceri, per la stessa profondità del dolore di essere tanto lucidi quanto impotenti di fronte allo sgretolarsi, allo sfaldarsi della linea, della trincea che ci separa dalla morte. Tutto questo è uno spettacolo potente, la nostra unica e irripetibile storia personale. Ridere, sorridere, saper bruciare con ironica, pirotecnica, grandezza. Che sia, è un gioco meraviglioso e crudele.

le gite, le gite esagerate

14 maggio 2015

Le gite scolastiche dovrebbero essere un interessante e piacevole momento di formazione culturale. La trasgressione come unica forma possibile di divertimento è banale, scontato, adeguamento ai modelli in voga. La serietà, il silenzio, la disciplina (soprattutto l’autodisciplina), sono l’unica vera risposta alla stupidità del nostro tempo. Anche e soprattutto gli insegnanti, rifuggano il quieto vivere, non siano complici del degrado, non son pagati per assecondarlo ma per combatterlo.

libri, angoscia cartacea

14 maggio 2015

L’imbiancatura della mia modesta magione ha dimostrato, senza alcun minimo dubbio, nelle fasi di riordino e spostamento della mobilia, che possiedo troppi libri, ma proprio troppi. Senza contare che sono solo i libri di casa, che non mi sembravano molti rispetto a quelli accumulati qui, nel mio laboratorio. Ci vorrebbe una moratoria, almeno venti anni senza acquistarne, ma è una mania dalla quale non si guarisce. Non so, forse sarebbe bene avere solo i pochi strettamente necessari, o forse nessuno, e avere un professore amico, che, quando devo imbiancare in casa, si sposta rapidamente e da solo. Invece che comprare libri, fossi ricco, mi pagherei delle lezioni private, in fondo io amo la conoscenza, non i libri in quanto tali. Sono minacciosi negli scatoloni, che stiano attenti, potrei ribellarmi ed esser preso dalla sindrome della biblioteca d’Alessandria.

amare i musicisti

13 maggio 2015

Forse noi che ascoltiamo la musica siamo crudeli. Il musicista ci butta dentro la sua vita. Ogni giorno di fatica, passione, studio e ancora fatica, passione è teso verso quei pochi minuti. E noi si ascolta, si apprezza, a volte con sufficenza perchè non è il nostro genere preferito. Forse la musica ci sembra facile perchè una tecnologia invasiva e pervasiva fa uscir musica da ogni pertugio, spalma musica in ogni punto vendita. Ma quelle mani, quel soffio, quella densa e intensa corporeità, quel gesto plasmato su anni di prove e controprove, sono vita regalata a noi, per noi che si ascolta. Dobbiamo amare i musicisti. Certo, tutto ciò che c’è è frutto della fatica di qualcuno, non solo la musica, ma la musica si brucia in quel momento, preziosa e fragile. Forse noi che ascoltiamo la musica siamo crudeli.

ostilità inevitabile

13 maggio 2015

I sindacati non amano il reddito di cittadinanza. Penso sia un’ostilità inevitabile perchè sottrae loro una delle ragioni d’esistere. Una tutela del cittadino in quanto tale recide alla radice ogni necessità di aderire, se si è fra i fortunati, ad una nicchia corporativa.

certi disegni di pavoni

9 maggio 2015

Il negozio di drappi indiani diventa rifugio, nel sole finalmente infuocato di questo pomeriggio. Ombra, scarne scansìe di legno, in fondo al negozio il padrone pelato, gli occhialini, assorto nel wifi sul mondo. I drappi turchese, arancio, bianco, certi disegni di pavoni, emergono dall’ombra. Questo mi piace. Mi piacerà che tu, come fa ogni giovane donna, ti sbircerai per strada, riflessa nelle vetrine per capire se ti dona. Mi piacciono tutti i colori vivi, in questo breve labirinto d’ombra. Certo capisco la curiosità femminile, fra stoffe e colori, è un anelito di vita, specie nelle ragazze non più giovani, una ribellione al grigio e al tempo che passa. Dodici euro? Va bene, lo prendo. Fuori il sole, adesso, da questo lato, acceca. Ma nel sacchetto blu, c’è il mio regalo, l’ombra segreta della nostra tenerezza.

vaghi ricordi pseudodeleuziani

8 maggio 2015

Cogliamo più evidenti le somiglianze o le differenze? Ciò che è identico lo è fino in fondo? Oppure è dententore d’almeno una differenza (altrimenti non diremmo «è identico» bensì «è lui»)?
La differenza non è che il nome del nostro interno narratore.

porta in grembo un’infinita tristezza

7 maggio 2015

Vorrei ragionare un po’ sulla generosità. Con essa io intendo l’atto del dare senza una contropartita, un dare che non sia un vendere e neppure uno scambiare alla pari. Si è un po’ perduta questa prospettiva e le conseguenze, graduali ma subdole, sono importanti. In un breve e-book che osai pubblicare in queste pagine (molti amici mi hanno onorato della lettura a suo tempo) si narra della permanenza in galera del mio babbo, sul finire della guerra. Al giovedì arrivava il pacco dalle famiglie. A pagina quattordici si racconta come i reclusi nello stanzone erano usi suddividersi le vettovaglie, le cose buone, in fratellanza, senza badare alle differenze anche notevoli fra un pacco e l’altro. Mi domando: perchè questa scelta? In fondo, nell’ottica banale dello scambio di merci, chi aveva ricevuto buoni e abbondanti cibi ci rimetteva a condividerli con chi, di famiglia povera, aveva ricevuto ben poco. Certo che era la scelta giusta, molti penseranno, ma perchè? La risposta è che la fratellanza, il senso di amicizia e condivisione, è un valore che pesa, è un valore la cui importanza emerge spesso proprio in circostanze drammatiche. La nostra società contemporanea, che pure spende molto nel cosiddetto sociale, sembra diventata carente di quella generosità che è qualità umana essenziale, importante. Una società intera, ripiegata sull’egoismo individuale, porta in grembo un’infinita tristezza, ed è il rischio del nostro tempo.

hanno ragione loro

6 maggio 2015

Un vecchio esemplare della specie umana (diegus barbutus scoglionaticus, per usare Limneo) è stato assalito da batteri e virus, i quali, con inconsapevole coerenza, tendono alla eliminazione dei soggetti vecchiotti e malandati, cosicchè la specie umana stessa preservi il suo complessivo vigore. Sono d’accordo, però non proprio entusiasta, per quella colpevole tendenza a proteggere se stessi. Ma, diciamolo chiaro, hanno ragione loro, i batteri, ci sono da milioni e milioni di anni, e ci saranno dopo, per milioni e milioni di anni, dopo il breve intermezzo chiamato «umanità».

il vero lavoro ha bisogno di tempo

4 maggio 2015

La vita normale è il vero grande evento, il lavoro sobrio e intessuto di saperi ed eticità locali è quello che costruisce la bellezza, la bontà dei sapori, la forza lenta e rispettosa della tradizione. Un grande evento calato dall’alto sancisce la definitiva povertà culturale dei popoli, la dipendenza da un potere pervasivo. Non amo l’Expo, anche se rispetto il duro lavoro di molti. Un popolo, una terra, devono vivere in simbiotico rispetto, del senso istintivamente rispettoso di chi, con fatica, trae i frutti, il cibo, imbriglia le acque senza eccessi. Il duro lavoro che plasma il paesaggio in secoli, non in cento giorni di cartongesso. Non mi convince il grande evento, non è nelle mie corde di convinto tradizionalista.

diritti di serie a e diritti di serie b

4 maggio 2015

Vorrei chiedere ai certi grandi giudici se anche la mia futura pensione, rimandata di sette anni almeno, per far quadrare i conti, non possa essere considerata una legittima aspettativa defraudata. Chi la pensione ce l’ha, e magari ci è andato quando era più giovane di me adesso, ha diritti più intoccabili dei miei? Nessuno osi tirar fuori la fesseria della «guerra fra poveri», con me non attacca.

vedrai che la smette

3 maggio 2015

Collega padre, due consigli.
Se hai un figlio dagli occhi limpidi, che indossa i colori, la musica, e irride in allegria il potere, dagli una mano, è il ramo fiorito del tuo stesso albero.
Se hai un figlio capriccioso, viziato, che indossa un cappuccio nero e sfascia tutto, levagli subito la paghetta, dì a sua madre che si faccia il letto da solo. Vedrai che la smette.

L’eredità di Gramsci

2 maggio 2015

Un commento (non autorevole) su un bel testo

ultima pioggia d’aprile

30 aprile 2015

Improvvisa pioggia d’aprile. Ma la luce tersa volge l’imprevisto quasi in allegria. Alla stazione quasi tutti di buon passo, a desiderare o riassaporare il primo caffè. Gramsci non amava i capodanni, io più che altro amo i giorni normali, perchè solo nelle pieghe dei giorni normali afferri improvvise, ingenue, felicità. Il sole dalle Apuane ora fa luccicare la strada, solo i giorni dal tempo mutevole hanno questi colori vivi.

leggermente

28 aprile 2015

Con tutto il dolore che soffoca il mondo, mi sento stupido a scrivere. Un po’ di sobrio silenzio non ci rende migliori, ma leggermente meno indecenti.

lo stesso accadimento

26 aprile 2015

Amore vero e rispetto sono, nella pratica del vivere, lo stesso accadimento.

scarafaggi

24 aprile 2015

Più leggo sul tema, più emerge in me l’idea che una buona politica di accoglienza e integrazione sia un investimento molto positivo e lungimirante; far entrare gente giovane e piena di vita potrebbe far rinascere la nostra patria, ne sono convinto. Nuovi italiani orgogliosi di esserlo. Ma occorrerebbe tutto un altro approccio economico, basato sul lavoro, sulla cooperazione, sull’energia della giovinezza, c’è tanta terra da dissodare. Tutto ciò lasciando da parte le miopi e disastrose ricette liberiste atte solo al profitto di pochi a spese dei molti.

Credo che la vita, la giovane vita che germoglia, sia il bene più prezioso, e non deve essere asservita al dio del profitto: una merce, un container di paccottiglia viaggia sicuro e guai a ostacolarlo, si offende il dio del libero mercato, mentre gli esseri umani vanno respinti, come fossero scarafaggi che tentano di entrare nel salotto buono.

Siamo la vergogna che fingiamo di provare.

23 aprile 2015

Un testo evocativo, con alcune frasi che mi piacciono, come ad esempio «siamo la vergogna che fingiamo di provare». Una rudimentale e ruspante esecuzione casalinga, ma invecchiando non ci importa più di far bella figura.

Ciao Emilio

22 aprile 2015

Con enorme ritardo, ho saputo della morte di un caro amico. Si chiama Emilio Tarabella. Scrittore, musicista, animatore culturale. Per vivere aveva fatto il ferroviere, ma la sua vita erano la scrittura e la musica. È morto praticamente sul palcoscenico, a 92 anni. Un malore la sera del 30 agosto 2014, il ricovero e dopo poche ore i suoi occhi limpidi e intelligenti si sono spenti per sempre.

Trent’anni fa, avevo sentito parlare di quel ferroviere che da solo, con un computer, creava un suo giornale. Un mensile molto apprezzato dalle sue parti, dal titolo «L’Imbarcatello». Io stavo ragionando sulle nuove tecniche di composizione tipografica, avevo sentito parlare del Mac e di questo ferroviere. Allora andai a Forte dei Marmi, una mattina, per parlare con lui. Mi spiegò del computer, di come usava un software che si chiamava «Page Maker 1». Così anch’io me ne comprai uno e la mia vita di grafico, al tempo ancora legata alle tecnologie analogiche e alla fotochimica, prese la svolta «Mac». Forse a Spezia fui il primo ad usare il computer di Jobs in ambito professionale.

Emilio, penna garbata, animo gentile, musicista poliedrico e amante della musica e della vita, è stato un grande piacere averti conosciuto. 92 anni è un bel risultato, però spiace molto lo stesso.

consonante salvifica

22 aprile 2015

Se affonda una barca, carica di uomini, il salvataggio è difficile, a volte non riesce. Se affonda una banca, carica di palanche, il salvataggio riesce sempre.

il vero confine

20 aprile 2015

In pratica, il confine dell’Europa, per chi comanda davvero in questa Europa, è sul crinale delle Alpi e l’Africa comincia a Como.

sul crinale

20 aprile 2015

Pessimismo e pigrizia. Ottimismo e stupidità. Ogni atteggiamento, ogni umana inclinazione, è sempre sul crinale fra il giusto e lo sbagliato. Il pessimismo è frutto anche di lucidità e capacità di cogliere la realtà, ma oltre un certo limite è il pretesto della pigrizia. Anche l’ottimismo puo’ scivolare nella sventatezza, un garrulo canto nel pieno del naufragio. Comunque, l’importante è non esser troppo soli, a sbagliare.

il cucchiaino scomparso

18 aprile 2015

sodioecloroi

Osserviamo bene quei numeretti che ho cerchiato. Chiedo perdono ai tanti che queste nozioni le sanno benissimo, ma questo è il blog di chi fu liceale un po’ somaro, al quale fa bene ripassare. I numeretti indicano il numero di elettroni che, nel sodio e nel cloro, girano sull’orbita esterna dell’atomo. Il termine «orbita» è solo una metafora perchè la faccenda è più complessa, ma va bene per noi ex liceali somari. Tanto per darmi delle arie aggiungo che il cloro sta nella colonna degli alogeni, e il sodio in quella degli alcalini. I due elementi vanno spesso d’accordo, tanto che se la spassano insieme di frequente nel comune sale da cucina (ovvero cloruro di sodio). E perchè vanno d’accordo? La spiegazione è nel numero «magico» 8. Infatti la tensione a completare l’orbita esterna con otto elettroni, rende molto amici due elementi che sono complementari: il sodio ne ha 1, il cloro gli altri sette.

Buona parte della chimica, almeno nei fondamenti, si spiega in questa voglia di rubarsi o di unire gli elettroni da parte degli elementi. E molto lo si puo’ capire osservando una delle più eleganti e geniali intuizioni della storia della scienza: la cosiddetta tavola periodica degli elementi. Nel suo libro «Il cucchiaino scomparso» Sam Kean prende proprio le mosse dalla tavola periodica, la usa come una mappa geografica e storica. Osservando la tavola si legge, in filigrana, la vicenda, le passioni, le glorie, le meschinità, dei tanti scienziati che, una casella alla volta, hanno riempito lo schema che, con geniale intuizione, aveva predisposto Mendeleev. Anche Meyer puo’ vantare la paternità della mappa ma per varie ragioni nella storia e nell’immaginario collettivo ha prevalso il geniale scienziato russo. Del resto anche la biografia, si sa, fa la sua parte nel conferire l’aura leggendaria.

«Nato in Siberia nel 1834, ultimo di quattordici figli, perse il padre a tredici anni. Fin dall’anno della sua nascita, la madre, Maria Mendeleeva, dovette accollarsi il peso della famiglia (il marito infatti, diventato cieco, percepiva una misera pensione). Con atto di coraggio per la mentalità dell’epoca, riaprì la vecchia vetreria di famiglia, e si mise a dirigerla, unica donna tra operai che prendevano ordini da lei. Alla fine la fabbrica fu distrutta da un incendio. La donna, riponendo le ultime speranze in Dimitrij, il figlio più sveglio, lo spinse in sella a un cavallo per quasi duemila chilometri, attraverso le steppe e gli Urali innevati, alla conquista di Mosca e dell’università migliore… che non accettò il ragazzo a causa delle sue origini siberiane. Senza perdersi d’animo, Maria Mendeleeva si rimise in sella insieme a suo figlio e cavalcò per altri cinquecento chilometri fino a San Pietroburgo, dove c’era l’università frequentata un tempo dal padre. Lì ebbe la soddisfazione di vedere il figlio immatricolarsi e poi morì.» (pag. 59)

Il volume di Sam Kean è una ricchissima raccolta di vicende umane e di efficaci spiegazioni sul merito delle scoperte di tanti grandi della scienza. Un aspetto particolare, che colpisce, è il contributo delle donne, alla faccia di certi preconcetti stupidi che le vedono più inclini alle lettere ed altre discipline «sentimentali». Sono tante le storie di donne scienziate che troviamo, cito solo ad esempio la vicenda di Maria Goeppert-Mayer che riuscì a capire i comportamenti del nucleo dell’atomo, lungamente ritenuto molto meno «agitato» degli elettroni. Gli enormi progressi odierni nella fisica sub atomica si debbono a questa donna che fu a lungo ritenuta dai colleghi non più che una dilettante di pregio. Perfino quanto, assai meritatamente, le fu assegnato nel 1963 il nobel per la fisica, un giornale ebbe il coraggio di titolare: «Una madre di famiglia di San Diego vince il premio Nobel».

Un libro molto corposo e ricco, due righette d’un ex liceale un po’ somaro servano solo come esortazione alla lettura. Cos’è il cucchiaino scomparso? Nel libro c’è scritto.

Sam Kean
Il cucchiaino scomparso
Adelphi, 2012
Traduzione Luigi Civalleri
pp. 410

vecchi studenti fuori corso

16 aprile 2015

Seduti qui, vicino alla vetrata. Tu esplori curiosa il giornale, io guardo fuori la gente, le vite, i passi diversi. Qualcuno ha fretta e qualcuno ha troppo tempo vuoto da riempire. Buono il nostro caffè. Ci sentiamo due vecchi studenti fuori corso, in questo bar senza pretese. È andato, il nostro tempo, anche se la legge Fornero ci tiene, senza pietà, ancora in pista. Pago io il caffè, ti ricordi quando costava 100 lire e si usava i miniassegni?

rudimentale versione acustica

15 aprile 2015

Piccola canzone, a seguito richiesta che non potevo dir di no. Un testo non male, in una molto rudimentale esecuzione, più consona alle sonorità acustiche che piacciono a me. Il testo è un esplicito richiamo alla «resistenza» che anche una canzone puo’ opporre al potere. Anche se, ovviamente, anche la canzone stessa è parte del business cui appartiene, ma è comunque un buon testo. Il dio della musica sarà clemente, almeno si spera.

lusso

13 aprile 2015

La tristezza è un lusso giovanile.

scimmia a sei corde [confessione]

11 aprile 2015

mi devo scusare con quanti mi onorano della loro lettura, ma purtroppo, come ogni tanto mi capita, anche ad intervalli di anni, la scimmia mi prende; è la scimmia della chitarra, che sugge impietosa nelle già esigue sacche del mio tempo libero, sì che debbo scrivere e leggere di meno; prima o poi mi passa, solo che ha trovato una complice in mia nipote, e sarà dura uscirne

duemusicanti

asimmetria delle passioni

11 aprile 2015

L’uomo passionale è un po’ stupido, la donna passionale è invece, assolutamente, donna. Stereotipo di genere? Forse, ma spiega una certa asimmetria.

libertà non è un concetto astratto

11 aprile 2015

Sul giornale del bar, sbirciando oltre il cappuccino altrui, ho letto che per un esame alla tirodie, nella struttura pubblica, si va al dicembre 2016. Mi è venuto in mente leggendo, dopo averlo preso sul banco della libreria che frequento, un libretto gratuito, meritoriamente pubblicato da Laterza. «La libertà individuale come impegno sociale» di Amartya Sen, un importante economista. Libertà non è concetto astratto, la libertà è fatta del respiro, del cibo, del riposo e del movimento di corpi vivi. Fra i vari interessanti spunti mi piace riportare quello che collega la libertà non al semplice reddito, ma alle reali possibilità di una vita accettabile. Un esempio eclatante è la situazione negli Stati Uniti. I dati non sono recentissimi, ma penso che rispetto a vent’anni fa comunque la situazione non è certo migliorata.

«Per esempio, le strutture sociali per l’assistenza sanitaria negli Stati Uniti sono più deficitarie di quelle di altri paesi molto più poveri, e questa carenza si ripercuote su particolari gruppi, quali i neri. Gli Stati Uniti possono anche essere il secondo paese del mondo in termini di prodotto nazionale lordo pro capite, ma la speranza media di vita alla nascita della popolazione statunitense è minore di quella di una dozzina di altri paesi. […] Anche le disparità che stanno dietro questo valore medio sono piuttosto notevoli. Ad esempio, nella fascia di età compresa tra 35 e 54 anni, i neri hanno un tasso di mortalità pari a 2,3 volte quello dei bianchi. Gli uomini hanno meno probabilità di raggiungere i quarant’anni nei sobborghi neri di Harlem a New York che nell’affamato Bangladesh. E questo avviene nonostante che, per quanto riguarda il reddito pro capite, i residenti ad Harlem siano molto più ricchi di quelli del Bangladesh.

Se si accetta che la libertà individuale (ivi compresa la libertà positiva di vivere senza una mortalità prematura) sia un impegno per la società, allora bisognerebbe prestare attenzione molto maggiore all’erogazione di servizi sanitari e di istruzione negli Stati Uniti. […] Le esperienze di paesi così diversi come Cina, Costa Rica, Giamaica, Corea del Sud, Sri Lanka e lo Stato del Kerala in India, mostrano chiaramente quale vasta portata possano avere gli effetti della pianificazione sanitaria e interventi pubblici diversificati nell’accrescere la possibilità delle persone di vivere a lungo, nonostante i redditi bassi. Ed è anche istruttivo osservare come l’apertura verso il sistema di libero mercato nell’economia agricola cinese a partire dalle riforme del 1979 abbia sì condotto a un rilevante aumento della produttività in agricoltura, ma anche a un decadimento dell’esteso sistema sanitario pubblico. Proprio mentre per il cibo e la produzione agricola pro capite si registrava un’impennata all’inizio degli anni Ottanta, in Cina si è interrotta la rapida discesa dei tassi di mortalità rispetto al periodo precedente la riforma.» (p. 40)

Il concetto attualmente in voga di libertà distorce con forza il vero significato della parola stessa. Un uomo è libero se puo’ vivere decentemente, non se puo’, molto ma molto teoricamente, diventare ricco. Il mercato come unico sinonimo della libertà è uno dei modi per non perseguire affatto la libertà.

«I limiti del meccanismo di mercato nel distribuire servizi sanitari e istruzione sono stati in realtà discussi per molto tempo in economia (ad esempio, da Paul Samuelson e Kenneth Arrow). Ma è facile perdere di vista questi problemi nella attuale euforia per il meccanismo di mercato. Il mercato puo’ effettivamente essere un grande alleato della libertà individuale in molti campi, ma la libertà di vivere a lungo senza soccombere a una malattia che puo’ essere prevenuta richiede una gamma più ampia di strumenti sociali.» (p. 41)

Questo testo fu scritto negli anni ’90, nella piena euforia che la finanza e il mercato potessero sbrogliare ogni matassa e distribuire una facile pioggia di benessere sugli umani. Ora sappiamo che non è così, e stiamo a leccarci le ferite.

Amartya Sen
La libertà individuale come impegno sociale
Laterza, 2015 (prima edizione italiana 1997)
pp. 65
Edizione Gratuita

una sola

8 aprile 2015

Da giovani la sfida più dura è proprio con se stessi, con la propria inadeguatezza. Da vecchi, la sfida più dura è con il proprio corpo: una battaglia persa in partenza, si tratta solo di trattare per una resa onorevole. Non si puo’ vincere, ma perdere con classe è importante. Unica vera missione: far capire ai giovani che la vita è bellissima, di non prendersela troppo: c’è una sola primavera.

un brivido amaro

7 aprile 2015

Spinge il passeggino con la creatura, un bel bimbetto moro. Lunga veste azzurra, dal capo alle caviglie. Un drappo (azzurro pure lui) copre il volto e lascia visibili soltanto gli occhi. Occhi neri, occhi davvero distanti. Strada del centro, turisti in via vai. Quella donna, penso assai giovane, non puoi lasciarla passare accanto senza pensarci su. Tutto quello strato astratto e un po’ scolastico di concetti come rispetto per le culture altrui, accettazione di altri mondi, si lacera in me. Le cuciture posticce delle idee giuste e scontate si strappano, si lacera la prima e fondamentale fra le certezze: quella di averne, di certezze. Pensare i pronomi, scoprirmi a pensare un «loro» ed un «noi» mi dà un brivido amaro. Chissà quegli occhi neri cosa pensano, cosa vedono, chi vedono, se incrociano i miei. Mento a me stesso pensando: è la sua libera scelta. Ma chi è libero delle sue scelte? Non siamo forse il frutto dell’osmosi fra l’ambiente e la nostra mente? Che significa la parola libertà? La donna ha svoltato l’angolo, è una bella mattina di sole, facciamo finta di aver fatto un breve viaggio altrove, un altrove però che è qui. Non ho risposte, mi aggrappo a Kant, noi (terribile dover usare questo pronome) da lì non possiamo tornare indietro.

orrore spettacolare

4 aprile 2015

Non è molto pasquale scrivere su queste cose. La colomba col ramoscello nel becco, vorrei che volasse serena. Ma ragionar sugli accadimenti è pure giusto.

Certi massacri sono sicuramente perpetrati con un intento spettacolare, una conoscenza del potere virale delle immagini e delle notizie. Guardiamo ai numeri: uccidere cento persone inermi, disarmate, non muta realmente la situazione in un paese dove vivono centinaia di milioni di persone. Lo scopo essenziale (ribadisco l’aggettivo: essenziale) è far deflagrare nell’immaginario collettivo una «bomba» dall’illimitata potenza, una «bomba» di paura, in molti ed una «bomba» di fascinazione e desiderio di esserci in altri. L’uso della potenza dei mezzi di comunicazione, dell’onda propagatoria inarrestabile, è spettacolarizzazione all’estremo. Una sorta di reality raccapricciante basato appunto sulla conoscenza dei meccanismi della comunicazione.

filosofie di un pendolare in bicicletta

3 aprile 2015

Over 50. Età bizzarra per ricominciare, ma capita in tempo di crisi. Una passione: la bicicletta. Riflessioni preziose di un amico, uomo di grande qualità morale.

https://diegod56.files.wordpress.com/2015/04/cronachebicicletta2.pdf

altri esempi della penna umana, sensibile, sincera, di Flavio

http://diego56.com/2012/09/19/quella-farfalla-bianca/

http://diego56.com/2014/07/18/tracce-di-uno-scomparso-impero/

neanche di un millimetro

2 aprile 2015

Mi ritengo un militante, un soldatino semplice nella guerra alla volgarità. Con essa non intendo un po’ di giocosa popolare, liberatoria, sguaiatezza, bensì la volgarità corazzata, spesso a fine di lucro. Il male è già nelle forme che prende, e la volgarità la si combatte solo se non le lasciamo spazio, anche il minimo spazio. A costo di sembrare vecchie zie, desuete erinni delle buone maniere, non dobbiamo mollare neanche di un millimetro con la volgarità, che vince la prima battaglia quando diventa abitudine.

viale del porto

1 aprile 2015

Sole radente, frontale, sembra alzarsi in fondo al viale che costeggia il porto mercantile. Gli uomini della differenziata, nelle tute arancio, in controluce sembrano astronauti d’un Bmovie. Svolta a sinistra, nella via che sfugge al flusso verso la fabbrica. Dopo il bar che lenisce alla sera la tristezza dei rumeni, un fiocco azzurro, al portone. Oggi per qualche vita è il primo mattino, per qualche altra l’ultimo, agganciati a questa ruota ci dobbiamo stare. Il sole adesso ferisce solo di fianco, e le mie sinapsi bramano il primo caffè.

onda, promessa e minaccia

31 marzo 2015

Il presente è la spuma sfuggente dell’onda, sta per essere e poi, rapidamente, è passato. Anche una vita è provvisoria schiuma, rapida e sfuggente. Che servono le foto? A fermare l’onda, il suo slancio, promessa e minaccia, nell’istante. Il vantaggio della fotografia sul cinema sta lì, condensa la sconfitta inferta dal tempo, con la sua piccola vendetta: l’immobilità.

se, dentro, il tempo s’è fermato [recensione]

29 marzo 2015

Un regista di sicuro pregio, un film di gran classe. La vicenda, che inizia nella Cina della rivoluzione culturale, è piuttosto semplice: un professore, internato come «borghese», torna a casa, riabilitato dal partito, nel nuovo clima post Mao. La moglie non lo riconosce, ha perso la memoria, e questi tenta di risvegliarla dal limbo in cui si trova. Non scrivo altro, per non sottrarre curiosità allo spettatore.
Anzitutto una fotografia affascinante, giocata su immagini desaturate, quasi un bianco e nero, dove spiccano le macchie dei drappi rossi, dei distintivi con l’effige del grande timoniere sugli abiti, le famose egualitarie tute. Secondo me, nell’eleganza dell’evocazione, nonostante i tratti drammatici della vicenda, trapela una sorta di nostalgia, un sottile rimpianto per un mondo dai colori misurati, lontano dalle immagini del rutilante consumismo, della Cina divenuta il vero erede dell’occidente più estremo. Nostalgia estetica, non altro, ma a mio avviso essenziale nella poetica del film. Alcune scene di balletto sono un magnifico tributo a quell’estetica «socialista». Altro tema essenziale è la questione del tempo, o meglio del tempo «bloccato» nella mente della protagonista. Ogni giorno è il giorno «5», quello in cui lo sposo dovrebbe tornare col treno, e per Gong Li (la moglie) ogni giorno è «quel» giorno, il tempo si è fermato, la sua mente ha perso la capacità di situarsi nello scorrere reale del tempo.
Un cinema molto composto, fatto di sequenze lunghe (anche se alcune scene dinamiche e drammatiche sono girate con potenza ed efficacia). Un film che è cinema, finalmente, e non isterico battibecco da fiction televisiva.

Lettere di uno sconosciuto
titolo originale «Gui Lai»
Regia Zhang Yimou
Cina, 2014

Se piace il giochino delle stelle: ****

lo strano è quando

28 marzo 2015

I ricchi tendono a pensare che i poveri lo sono per colpa loro, e che quindi «ben gli stà!». Ma questo è normale, lo strano è quando i poveri ne sono convinti anche loro, che tutto accada per l’ostinazione di alcuni poveri a non collaborare. Aveva ragione il grande pensatore sardo: l’egemonia si incardina nelle coscienze.

il narcisismo ben presentato

28 marzo 2015

Dmitrij Mendeleev, celebre e apprezzato scienziato russo che dà il nome alla famosa tavola degli elementi, si definiva anarchico. Quando, nel 1890, appoggiò un gruppo di studenti rivoluzionari di sinistra, fu cacciato dall’università. Qui la sua coerenza è dimostrata, come in chimica, da un inequivocabile esperimento.

Nel nostro tempo, i raffinati intellettuali, maestri del linguaggio, a volte ci barattano come coerenza il proprio inguaribile narcisismo (spesso in buona fede, chi sa scrivere e parlare inganna bene anche se stesso). La coerenza, per essere certi che non sia narcisismo camuffato, necessita una prova sperimentale.

che bello, gli amici, la chitarra e la…

27 marzo 2015

Non è che il sottoscritto sia un guru della pubblicità. Detesto la parola «guru» e questo già mi rende eterodosso a quel mondo lì. Però vorrei lo stesso analizzare una pubblicità che appare insistente di questi tempi sull’internet. È una campagna della SIAE. Cosa sia la SIAE più o meno lo sappiamo tutti, e più o meno sappiamo che quell’acronimo non ispira grande simpatia in chi suona per diletto, per passione e mette il naso fuori dalle pareti domestiche (neanche quelle sono prive di rischi, ma qui non siamo a trattare questioni giuridiche). Insomma, tante volte, organizzando piccoli eventi, arriva poi la domanda crudele: e la SIAE? Quanto c’è da pagare? Con tutto il rispetto per chi fa il proprio lavoro, non è che questa istituzione goda grande amicizia fra i tanti strimpellatori più o meno capaci. Ma qui non ci permettiamo di emettere giudizi, ragioniamo sulla pubblicità.
La campagna mi pare cerchi, con astuzia, di aggirare le antipatie diffuse cercando l’identificazione, proponendo la vicinanza col tradizionale nemico.
Nell’immagine un bel ragazzotto con chitarra, barba e capelli tipicamente anni ’70. Insomma l’immagine stereotipa del ragazzo libero e ribelle che ancora alberga, con sommessa nostalgia, in noi 60enni invecchiati ma mai domi (a parole…). Un tentativo astuto e ben fatto di scalzare ogni odore di potere burocratico, e un buon risveglio di profumi d’erbe più o meno legali (solo l’odore, per carità).

suonatoresiae

Poi, uno slogan preso di peso da qualche giornaletto underground anni ’70:
«la creatività non ha limiti».
Che bello, gli amici, la chitarra e la SIAE, e la ragazza giusta che ci sta…

per il vino

26 marzo 2015

Il buon vino ti ama. Tutto il lavoro che c’è dentro, sia esso il lavoro umano come anche il lavoro della natura, è un atto d’amore. L’amore è fare più che dire. E il vino, il buon vino, è amore fattosi bevanda.


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