Due poesie di Carlo Alberto A.

31 ottobre 2014

Carlo Alberto Angeli è un uomo particolare, l’aspetto è quello d’un vero pirata, scrive poesie senza alcuna intenzione di essere un poeta. Una freschezza e potenza dei versi tutta genuina, senza alcun compiacimento. L’eleganza profonda di chi è autentico. Ha scritto una bella raccolta, dal semplice titolo «Conclusione» ma ne ha stampate poche copie, solo per chi se le merita. Due poesie le riporto qui. La prima è pregna d’atmosfera d’amicizia virile, la seconda è intrisa dell’affetto verso il padre, un affetto profondo e senza fronzoli, nella durezza del dolore.


 

Giornata tipica di una località di mare

Giornata tipica di una località di mare
Quell’umidità che ti rimane incollata sulla pelle
per tutto il giorno
sono arrivato al Bar
le solite facce i soliti discorsi
Be…  spariamo 2 cazzate
per vedere la reazione
le espressioni
tanto lo so
spesso penseranno che sono deficiente
ma è un divertimento vedere l’espressione nei loro occhi
quando vengono spiazzati da discorsi stupidi
che poi di stupido hanno poco.
Per fortuna il Nene
almeno lui sa stare al gioco delle stupidaggini dette
non siamo sempre così
purtroppo
quando rimaniamo da soli anche “cose serie”
ma vi è differenza?
e il sistema per distinguerle e poi catalogarle?
Forse se si ride non sono serie
e se non si ride lo sono?!!!!
proviamo ad invertire
ridiamo di “cose serie” e stiamo seri sulle cazzate.
Penso che il risultato sarà che rideremo ben poco.


 

Camera 4 letto 13

Camera 4 letto 13
È qui che ti vedo
Voce fioca
Leggera
Impastata di dolore
Di suppliche non dette
“vegetare qui o a casa”
Camera 4 letto 13
È qui che ti sento
Spazio conclamato
In stanza di plastica
Presente a te stesso
Assente al mondo
Presa d’incoscienza
Camera 4 letto 13
Parcheggiato in attesa
Dove sedia rigida mi respinge
Dolore come forza di gravità
Mi tiene seduto
Camera 4 letto 13
Pensiero
Respiro affannato
Smorfia di dolore
Mi alzo
Ritorno
Dorme
Controllo
Serve?
A me si
A lui no
Ricordi
Attesa
Pausa
Non riesco a pensare
La bocca si muove
Il resto no
Camera 4 letto 13
speranza


 

Veramente dei versi diretti, intensi, niente male questo pirata.

 

ti rende lieve

30 ottobre 2014

Una purezza m’attrae, la sera, tornando a casa tardi. Quartiere vuoto, silenziosa la scuola, silenziosa la chiesa, chiuse le serrande dei negozi. Sento i miei passi sull’asfalto e l’aria fresca sul viso. Quanto è profonda la solitudine di un uomo? Per quanto ognuno s’illuda d’esser parte dell’umana avventura, come se i grandi collettivi accadimenti fossero i suoi, ognuno è immensamente solo. Io sono solo io. Efficace trompe-l’oeil da qualche parte del groviglio di sinapsi, illusione di essere qualcuno, perchè questo corpo cammini e pensi di esistere. Ma nel silenzio, nella purezza della notte, avverti quel nulla che sei, un po’ fa paura ma, a pensarci bene, ti rende lieve, evanescente, finalmente libero.

lettura e cambiamento

29 ottobre 2014

Rileggere un libro è il modo più semplice per capire quanto sei cambiato.

Belìn che freddo!

28 ottobre 2014

Il pullman della gita parrocchiale è giunto a destinazione. Una minoranza dei gitanti è in bermuda, indossa anche le pinne, nonchè il salvagente a paperella (per chi non sa nuotare). Scesi dal pullman questa minoranza dei gitanti s’accorge d’essere in montagna, e non al mare. Così i gitanti di sinistra, capiscono d’esser saliti sul pullman sbagliato. Belìn che freddo! 42% sì, ma sotto zero.

ἄνεμος

27 ottobre 2014

Anche il vento è energia che proviene dal sole. E tutto è energia, anche la materia, anche noi.

Ecco un inqualificabile video amatoriale.

a cosa servono gli amici

26 ottobre 2014

Io sono io. Un perfetto sconosciuto. Per fortuna dagli altri hai qualche parziale informazione. La solitudine fa paura perché ti ritrovi chiuso nella stanza con uno squilibrato, non sai come va a finire. Per fortuna, ci sono gli altri, e chiami il loro aiuto, per tenerlo a bada. Gli amici servono soprattutto a proteggerti da te stesso.

La società a costo marginale zero

25 ottobre 2014

Il mio babbo durante la guerra andò sfollato in un paesino dell’Appennino toscoemiliano. Giù in città si faceva la fame, gli approvvigionamenti di cibo erano scarsi e difficoltosi. Invece lassù, seppur a prezzo di un lavoro duro, dettato da ritmi secolari, si mangiava. Ancora oggi il mio babbo ricorda due caratteristiche di quella comunità locale: l’autosufficienza e la collaborazione, insomma il «darsi una mano» per far fronte alle incombenze. Nonostante il disastro della guerra, la comunità locale reggeva decisamente meglio della vasta comunità nazionale. Questo tema dell’efficacia delle organizzazioni decentrate e distribuite rispetto alla fragilità delle organizzazioni estremamente accentrate è una delle chiavi di lettura dell’ultimo libro di Rifkin,  La società a costo marginale zero, uscito quest’anno come di consueto da Mondadori.

Già Keynes (e con lui molti altri economisti) aveva individuato il problema, che descrivo in poche righe, scusandomi per l’inevitabile semplificazione. Nel capitalismo «classico» c’è una continua competizione fra produttori legata all’innovazione tecnica. Un produttore, grazie ad una nuova tecnologia di cui entra in possesso, si ritrova in vantaggio sui concorrenti e puo’ vendere un prodotto ad un prezzo più basso, dominando il mercato. Ma un concorrente, prima o poi, grazie ad un ulteriore miglioramento di efficienza, riesce a rimpiazzarlo sul mercato, con un prodotto migliore e meno costoso. Questo spiega come il capitalismo sia stato anche un formidabile propulsore del progresso tecnologico. Ma c’è sullo sfondo un problema: prima o poi il prezzo concorrenziale, l’offerta di un bene o di un servizio a prezzi sempre più bassi, renderà difficile avere un profitto sufficiente a giustificare gli investimenti, poderosi, che sono stati necessari per stare al passo, per competere.

Uno degli aspetti più inquietanti, è l’espulsione di milioni di persone dal mondo del lavoro. Non a caso il capitolo VIII si intitola «L’ultimo lavoratore». Mi pare evidente che buona parte della migliorata efficienza produttiva abbia come conseguenza (ed anche scopo, direi) la diminuzione della mano d’opera. Da tempo è chiaro che le nuove tecnologie non producono tanti posti di lavoro quanti ne distruggono. E non avviene solo per i lavori a basso profilo intellettuale, tant’è che Rifkin ci ricorda che le macchine provvederanno da sole alla manutenzione e alla costruzione di altre macchine, e non è fantascienza.

Tutta una faccenda triste? No, perché sullo sfondo ci sono i segni, ormai ben evidenti, di una rivoluzione economica e culturale. La tecnologia non è un nemico, ma è proprio lo strumento che consentirà di andare oltre ai modelli culturali ed economici, della prima e seconda rivoluzione industriale.  Un cambio di paradigma. Vorrei riportare il bellissimo riferimento che l’autore rivolge ad un fondamentale testo di filosofia della scienza, che lessi in gioventù.  Citazione lunghetta, ma importante, chiedo scusa.

«Nella sua opera La struttura delle rivoluzioni scientifiche Khun ha infatti inserito la parola “paradigma” nel più ampio contesto di una riflessione generale. Secondo la definizione di Khun, un paradigma è un sistema di assunti e credenze che concorrono a creare una visione del mondo integrata e unificata che risulti così convincente e coinvolgente da essere considerata senz’altro la realtà. La forza affabulatoria di un paradigma si basa sul carattere onnicomprensivo della sua descrizione della realtà. Una volta accettato, diventa difficile, se non impossibile, mettere in questione i suoi assunti centrali, che in apparenza riflettono l’ordine naturale delle cose. Che si affacci qualche altra spiegazione del mondo è assai raro, dal momento che essa dovrebbe fronteggiare quanto è accettato come inequivocabile verità. Questa accettazione acritica, e il rifiuto di immaginare spiegazioni alternative, porta però ad un accumulo di incongruenze, che cresce fino a raggiungere un punto di svolta: qui il paradigma esistente viene smantellato e sostituito con un nuovo paradigma esplicativo, più adeguato a ordinare le anomalie, le intuizioni e i nuovi sviluppi in una nuova grande narrazione. Il paradigma capitalistico, a lungo accettato come il miglior meccanismo per promuovere un’organizzazione efficiente dell’attività economica, è ora sotto assedio su più fronti.» (p. 15)

In effetti l’internet, la produzione diffusa dell’energia, le nuove modalità di produzione distribuita fanno intravvedere il tramonto dei modelli verticali fortemente accentrati, legati all’era del combustibile fossile (con le sue conseguenze apocalittiche sul clima). Ma il concetto stesso di lavoro, di proprietà, di comunità stanno cambiando, in una società dove conterà sempre di più l’accesso del possesso. La tecnologia ci consente la società dell’abbondanza, la riduzione dei costi e della manodopera è un incubo dovuto solo all’approccio vecchio all’economia, alla cultura, al modo di essere cittadini del mondo.

I contadini di quel piccolo paese dell’appennino ormai non ci sono più, il paese è quasi disabitato, ci sono stato di recente. Eppure quel modo di essere comunità, quell’autosufficienza locale, incardinato con le meravigliose opportunità della tecnica di oggi (energia prodotta in loco, comunicazione a costo zero, collaborazione e condivisione planetaria), non è il passato, ma è il futuro.

Certo, le mie poche righe non esauriscono un testo ampio e ricchissimo di prospettive. Pazienza, comunque le ho scritte a costo marginale zero.

Jeremy Rifkin
La società a costo marginale zero
Mondadori 2014
pp. 490

 

l’acqua più limpida

24 ottobre 2014

È la parola la più importante invenzione dell’uomo. La seconda è la scrittura. Entrambe, in operoso connubio, ci offrono la possibilità di esistere, nel senso più nitido di questo verbo. E non è solo lo strumento, la chiave che ha permesso il dispiegarsi di complesse civiltà, ma è nel contempo efficace, vivo, vibrante strumento di contatto fra gli umani. Un esempio: quasi nessuno di noi ha conosciuto di persona Fabrizio De André, eppure certe sue canzoni, certi versi, ci hanno emozionato personalmente. Tanto che spesso, se conosci davvero l’autore dei testi che ti hanno rapito, rimani deluso, come se le parole fossero il distillato migliore di un uomo, il precipitato prezioso. Dunque l’internet non allontana le persone, ma le avvicina, mette in contatto diretto con le parole, con l’acqua più limpida che scaturisce dalla roccia. Le mie parole, spesso, sono meglio di me.

segnalazione

22 ottobre 2014

Un bellissimo sito per apprendere l’inglese, che voglio segnalare anche qui.

http://www.engpods.com/

 

Sarebbe come dire ad una fanciulla

22 ottobre 2014

«La temporalità economica è posta sotto il segno dell’avvenire, simbolizzato e incarnato in quelle promesse di pagamento che sono le banconote, nella certezza che la moneta domani avrà ancora valore. È il segno sotto il quale si pone la razionalità capitalistica come tempo differito rispetto alla soddisfazione immediata del bisogno. Chi investe lo fa sempre sul futuro, per definizione, e tuttavia un dilatarsi senza controllo della speranza di pagamento produce un tempo speculativo che si capovolge in scarsità. Quando il futuro diventa risorsa di pochi, una civiltà – e non soltanto la sua forma economica – è in declino.» (A.G. Biuso, Temporalità e Differenza, Olschki Firenze 2013, pag. 105)

Augè, Fusaro e molti altri pensatori hanno posto al centro dell’attenzione il problema del futuro. E certamente il futuro è importante nel paesaggio interiore di ognuno di noi, ma ancor più lo è nel paesaggio sociale, nel sentire collettivo. Un futuro ingabbiato nel debito, nel «pagherai» ad ogni costo, è un futuro già morto in partenza. Sarebbe come dire ad una fanciulla in fiore: sposerai per forza quel vecchio repellente, perchè ti ha comprata. Ci vuole coraggio, la fanciulla sposerà chi vorrà lei.

i papà del multisala

21 ottobre 2014

Un lungo porticato blu, fino al cinema multisala. Vanno per mano. Sabato al cinema e forse anche le patatine al fast food. Lui è molto grande rispetto a lei, esile, piccola, il passo allegro che non è più di bimba ma ancora non è di donna. Stessa fisionomia, stessa forma degli occhi, stesso naso a punta, che ritrovi declinati nella versione maschio adulto rude (barba di tre giorni) e nella versione visetto di bambina. Gli stessi cromosomi ricombinati in corpi tanto diversi. Forse lei è contenta, anzi sicuramente è felice del sabato col papà tutto per lei. Se poi viene con la moto a prenderla a scuola, e le amiche verdi d’invidia la guardano volar via, ancora meglio. Padri divorziati, teneri per un giorno, davanti al multisala, certi giorni di festa. Tanto poi, a tutto il resto, ci pensa la mà.

non lagnarsi

20 ottobre 2014

Quando uno è triste per cose serie ovviamente non sopporta la tristezza altrui per cose meno serie. Quelli di buon umore hanno più rispetto del dolore altrui di quelli lagnosi, i lamentosi del niente. Non lagnarsi è fondamentale per preservare dignità. La vita, questa partita già persa in partenza, alla fine te la giochi sullo stile.

17 ottobre 1980 – 17 ottobre 2014

17 ottobre 2014

Le due del pomeriggio. Al mattino, le tue labbra, mentre ero vicino, si erano piegate appena, un accenno di sorriso, per me. Da qualche giorno eri immobile, quel lieve sorriso mi stupì. Alle due del pomeriggio, un grande gelo nel cuore. Sono 34 anni che mi manchi, grazie di quel sorriso.

il futuro

17 ottobre 2014

Il futuro non piace mai a chi, nel presente, se la passa troppo bene.

ma non si piega

16 ottobre 2014

Non ricordo mai come si chiama. Quando mi incontra sul filobus però mi parla, sotterranea complicità che trovano in me quelli strani, gli eterodossi. Del resto sto nella terra di nessuno, fra i pazzi e i normali, vado bene per tutti. Sorride, mai visto uno che sorride così quando ti racconta delle sue chemio, dell’accanimento con cui la biologia, divinità avversa, lo tormenta. Artista ribelle, ma non la banalità del ribelle giovane, perchè un ribelle giovane è quasi sempre uno per bene da vecchio. Lui è anziano e decisamente malandato, ma non si piega. Certe sue sculture spiazzano, irridono, urtano. Ma stavolta mi parla del romanzo, sette personaggi, sette vite incatenate in un percorso circolare. Non è sicuro di finirlo, se muore prima. Certi uomini sono molto vivi, anche vicino alla fine, altri, in perfetta salute, son già morti in partenza. Il lettore deve vedere la storia, mi spiega, con le parole devi tratteggiare rapida la scena, ci vuole stile. Mi interessa questa cosa, ma è la fermata dell’ospedale e lui scende. Non ricordo mai come si chiama.

quel qualcuno

15 ottobre 2014

Il verbo esistere condensa già in sè tutto il problema. Quando io penso che esisto, chi è che lo pensa? Prima di pensarci (di esistere) esistevo sì o no? Se penso che esisto perchè esiste un corpo che porta il mio nome, non ho pensato tutto. Non ho incluso quel qualcuno, o qualcosa, o intrico strano, che pensa «io esisto». È un crocevia, un intreccio, ma il problema si condensa tutto lì.

non andateci

15 ottobre 2014

Ai politici, Grillo e Renzi per esempio, scrivo che farebbero bene ad evitare passerelle mediatiche in mezzo al fango, ben protetti dalla scorta. Non andateci, è solo un’esibizione di potere, rimanete sobriamente a fare il vostro lavoro, lontano dalle amate telecamere.

I Racconti di Clara

13 ottobre 2014

copertinaraccontianimali

Mi piace offrire, col consenso del suo autore, un capitolo del libro «I racconti di Clara». Questa edizione si incardina in tutta la grande attività del suo autore, Mauro Petracchi, a favore dei diritti e del benessere gli animali. Il ricavato del volume va tutto ad iniziative ed associazioni che hanno per scopo appunto la tutela di questi compagni di viaggio, troppo spesso vittime dell’uomo e dei suoi comportamenti per nulla umani.

I racconti hanno un lungo e significativo sottotitolo: «Il rapporto troppo spesso sbagliato fra uomo ed animali, filtrato attraverso l’occhio saggio e disincantato di una matura femmina di cane da pastore».

Pagine intrise di sentimenti, una narrazione delicata ed efficace, ma con l’attenzione, narrando, di spiegare molte verità, a volte molto belle, a volte dolorose.

Il libro è corredato delle fresche e suggestive illustrazioni a colori di Miria Brusacà.

Al momento è disponibile alla Spezia presso la palestra Gold Gym, in via Gramsci 52, ma spero la sua diffusione trovi anche altri sbocchi, che riporterò in questa pagina.

Mauro Petracchi
I Racconti di Clara
Ferdeghini Tipografia Edizioni, 2014
pp. 180
ISBN 9788898100088

 

δύναμις (energia)

13 ottobre 2014

Teso, dalla bocca del golfo, il vento. Come gigante che si libera del mantello, sospinge le nubi verso ovest. Dallo squarcio, la luce. Vibrano, girano impazzite le girandole dei bimbi, sul terrazzo al lato opposto del cortile.

È il movimento l’essenza del vivere, l’energia che incessante si trasforma. La solitudine, innestata nel pensiero stesso dell’esserci, è più lieve nel movimento.

Il raggio di sole, dal cielo pulito dal vento, riflette sulle foglie della siepe. Danzano gli insetti al lavoro. Energia, luce, δύναμις. E farne parte, ecco il modo di esserci.

quasi libri, idee e riflessioni

12 ottobre 2014

Chi ha la pazienza di leggere le mie noterelle, sa che mi occupo di grafica e di tipografia. Vorrei raccogliere qualche ragionamento su un progetto. Il progetto è la creazione di una serie di ebook che contengano scritti per lo più frutto delle domande e sollecitazioni rivolte a persone a mio avviso competenti su un tema. Vorrei dotarli della classificazione ISBN, attraverso il marchio editoriale «Ferdeghini Tipografia Edizioni», ditta piccola ma gestita da persone per bene. Anzitutto una prima questione è il formato. Meglio PDF o Epub? In effetti il PDF mi piace molto di più per il controllo assoluto sul formato grafico, ma il formato Epub è sicuramente più adatto ai lettori oggi assai diffusi. Altra questione è il prezzo. La mia idea è il download gratuito. Perchè mai far pagare qualcosa il cui costo marginale si avvicina allo zero? Trovo anche abbastanza incongruente metter su tutta l’impalcatura e-commerce per un incasso di 0,99 euro. A che serve? A chi serve? Il modello potrebbe essere il libro di Paolo Cacciari, che fra l’altro consiglio. Se qualcuno ha nozioni sul «creative commons» sarebbero anch’esse interessanti. Chi ha qualche idea al riguardo, anche ruvidamente avversa, se annota qui mi fa piacere.

ormai ogni ottobre

10 ottobre 2014

Genova così muore. Ormai ogni ottobre in Liguria è un mese di disastri. Il cielo, violentato dalle emissioni dei combustibili fossili, diventa una minaccia tanto cupa quanto prevista. Occorre un cambio radicale di civiltà.

la bellezza delle cose

10 ottobre 2014

Ricordo le sue mani, sul bancone del negozio affollato. Toccava il tessuto, ne saggiava la consistenza, lo carezzava. Già immaginava il vestito, le curve, le pieghe, le astuzie per far sembrare più slanciata una cicciottella, oppure più florida una donna esile. Un’arte. Credo che le donne dovrebbero tornare dalle sarte, per i vestiti, favorendo così la produzione in loco e la conservazione delle capacità artigianali. Non vanno forse a farsi, giustamente, il taglio dei capelli da una persona? Non indossano parrucche già pronte! Mia madre faceva la sarta e tante volte quando ero piccolo l’accompagnavo al negozio dei tessuti o da quello dei bottoni, tutto un mondo creativo che è quasi scomparso. Ricordo bene quando disegnava il modello col gesso sulla stoffa (niente cartamodelli, che sono cose per principianti) e il vestito prendeva vita. Certo gli abiti pronti hanno democratizzato il bello, ma poi il fenomeno ha riempito gli stores di oggetti di una banalità e volgarità insopportabile. La bellezza delle cose è nella bellezza di chi le sa fare.

aquila o gufo

9 ottobre 2014

Capita, sul filobus, oppure dalla fornaia, di incontrare un altro iscritto al Partito Democratico. Da un lato è rinfrancante, davanti ad uno con la tua stessa colpa, provi un leggero sollievo. Però subito si innesca il sospetto: come la pensa (ammesso che pensi)? Allora provi con un prudente: «Ren…» e osservi già a metà parola la pupilla dilatata dal disprezzo oppure il mento che si solleva lieve, prodromo d’uno sguardo di placida approvazione. «…zi» Alla fine delle due sillabe hai già capito come fare a farti mandare a quel paese oppure a suscitare corroborante fraternità. La scelta migliore è il silenzio oppure qualche argomento neutrale, meglio gallina da cortile che aquila o gufo. Delle metafore ornitologiche non se ne puo’ più, lo so, chiedo perdono anche di questo.

la pasta madre

7 ottobre 2014

Torniamo ad essere ingenui. Mi sono stancato del cinismo travestito da buon senso. Oggi una donna molto giovane, con slancio d’istinto, baciava la sua bambina, sul filobus. Amore di una bimba già donna per la bimba ancora bambina. Credo che quella tenerezza sia il lievito fondamentale, quella pasta madre di cui tutti dobbiamo conservare un pezzetto, perché continui, rinasca, ricresca. Mi rendo conto che secoli di individualismo, la lettura d’ogni cosa, d’ogni goccia del vivere, in termini di costi e ricavi personali, hanno inibito quella parte dell’umano che declina verso l’amore, la vicinanza, il contatto. Perfino gli amici non umani, a quattro zampe, a volte ci danno lezioni sull’umanità perduta. Torniamo ad essere ingenui, che ridano pure, la pasta madre deve continuare a lievitare, e dare gusto al vivere.

semplice

3 ottobre 2014

La verità è semplice, ma noi siamo complicati.

scrivere limpido

3 ottobre 2014

Possiamo con le parole cambiare il mondo?

No, se alle nostre stesse parole non crediamo, se le indossiamo per guardarci allo specchio. Se le nostre parole sono comode, accoglienti, rifinite in buona pelle artigianale, noi crogiolati dentro siamo inutili e meno dignitosi di chi, almeno, sta zitto. O forse era una pretesa, forse le parole servono, ma senza sicumera, bastano due o tre lettori che le apprezzano. Forse abbiamo fretta, non sappiamo scrivere per chi, nella sabbia, fra mille anni, sulla riva, troverà la bottiglia. Il difetto delle parole scritte è l’aspettativa dello scrivano, ma chi scrive deve saper svanire, svaporare nel nulla, solo così scriverà limpido, senza la vanità che tutto guasta.

Nokia 3310, il vecchio, l’antico, il tempo.

2 ottobre 2014

Nokia 3310, il vecchio, l’antico, il tempo. Due parole senza pretese.

La guerra e le carte – 5 ottobre 2014, a Spezia

2 ottobre 2014

Segnalo questa iniziativa particolare, che unisce la documentazione storica alla lettura, alla rievocazione. Le «carte» molto hanno da dire. Fra i curatori un’amica che spesso onora queste pagine del suo commento.

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fratello ricordati che

1 ottobre 2014

Oggi pare sia difficile morire. Il confine fra morte e vita si è dilatato in un’oscena terra di nessuno. Le macchine, seppur utilissime e benedette in molti casi, possono diventare una condanna al non morire. Oggi, nel lugubre asettico dei reparti della morte sospesa, il monaco incontrandoti non direbbe più «fratello ricordati che devi morire», bensì, assai più terribile potrebbe ammonire: «fratello, ricordati che non puoi morire».

Mi piaceva troppo

30 settembre 2014

Mi piaceva troppo il sole tiepido di fine settembre. Pregustavo, nelle folate fresche dai coni d’ombra, la lunga stagione dei tepori nascosti, dell’amore afferrato, fra l’odore buono dei vocabolari, con la scusa della versione di greco.
Mi piaceva troppo il buio che calava più presto, i lampioni accesi, e un foglietto di banalità orribili, piegato in tasca, ma credevo fosse poesia, allora.
Mi piaceva troppo la spiaggia con poca gente, nel pieno del mezzogiorno, una piccola enclave d’estate rubata in autunno.
Mi piaceva troppo la maturità dei miei vecchi, solidità d’esperienza non ancora corrosa dalla decadenza, dalla paura.
Non ci sono abituato a questo giro della giostra, che cigola sinistra. Vai, issa il pupazzo ridicolo che chiamano saggezza, due belle frasi incatenate, e via.

sempre ti fanno notare

29 settembre 2014

Era un grande sul serio. Socrate affermava «so di non sapere». Era sincero. Quelli che son venuti dopo, quando dicono «so di non sapere» per lo più sono afflitti da falsa modestia, in quanto tutte le volte che lo dicono, sempre ti fanno notare che lo diceva anche Socrate. La vanità si annida astuta proprio nella modestia.

l’ameba

29 settembre 2014

Quella che si gioca nel Partito Democratico è l’ultima partita di una disputa iniziata dopo il 1989, al crollo del muro e dei regimi dell’est. Allora ci si domandò: è possibile una società non capitalista? Puo’ accadere che una società capitalista possa evolvere verso un sistema socialista che funziona, privo dei gravi difetti delle esperienze tragicamente trascorse? Una buona parte dei militanti del vecchio PCI decisero che quella speranza fosse priva di fondamento, fosse un errore romantico. Infatti la strada parve a molti, di fatto, quella socialdemocratica senza se e senza ma. Ovviamente l’innesto efficace di culture e provenienze non marxiste, di stampo liberaldemocratico e cattolico contribuì alla natura non ben definita del partito nelle sue varie e, diciamocelo, anche noiose metamorfosi di nome e di simbolo. In questo nostro tempo, è proprio il capitalismo stesso, il suo meccanismo che obbliga alla cosiddetta crescita continua, a non rispondere ai problemi enormi che ci sono davanti (il più grave e imminente è il collasso del piccolo pianeta Terra). Ci sarebbe da pensare in modo radicale e nuovo su tutto, e siamo bloccati sulle piccole dispute di principio. Io credo che popoli abituati alla comodità obesa difficilmente possono produrre catartiche rivoluzioni, tanto che anche il consenso popolare non è un titolo di merito, ma la conferma della propria mediocrità. Che succederà? Non credo che vinceranno i migliori, semplicemente prevarranno i più organizzati. Vedremo che accadrà, non avverrà nessuna scissione, semplicemente l’ameba sarà ancora più informe.

alla fine

27 settembre 2014

È tutta una farsa, danzata sul ciglio dell’abisso, risate fioche sfilacciate nel vento. Alla fine, nulla importa davvero, e capirlo è la soluzione. Non c’è enigmi nel vuoto, c’è solo il vuoto.

dentro o fuori del gioco

25 settembre 2014

Breve salita per la stazione, i passi frettolosi dei pendolari, le borse piene delle scartoffie, il via vai. A metà salita, nella nicchia della porta dismessa della vecchia mensa, dorme ancora sul materasso. Del resto non è che abbia molta fretta di andare. Andare dove? Scura la pelle, chissà se sua madre, da qualche parte in Africa, si ricorda di lui, uno dei tanti, troppi, figli. I francesi, nella truffaldina lingua che si sono inventati, dicono clochard, che suona bene, non turba quanto homeless. Ogni uomo è dentro o fuori del gioco in base all’importanza che gli altri gli attribuiscono, più è solo, più diventa irrilevante, trasparente. L’appartenenza alla specie non garantisce nulla, anzi, non godi nemmeno della pietà che evoca l’animale. L’aria fresca del mattino, è fine settembre, sgombra rapidi i pensieri dalla fronte, le scartoffie e tutto il resto riprendono il posto d’onore, fino alla pausa caffè.

esperimento vettoriale

24 settembre 2014

tentativodiritratto

Ragazza al sole, elaborazione totalmente vettoriale con Adobe Illustrator

la missione

23 settembre 2014

– Com’è andata, sergente?
– Una missione semplice, capitano, tutto come previsto.
– Ma le hanno creato dei problemi?
– No, capitano, erano già in grande confusione, si odiavano fra loro.
– Allora è tutto a posto?
– Si, certo, la disinfestazione è stata rapida, ora il pianeta è libero, forse lo possiamo bonificare.
– Certo quei brutti bipedi, mi pare si chiamassero «uomini», erano davvero infestanti. Nessuno li rimpiangerà, pensi che mangiavano altri mammiferi, una cosa repellente.

meglio non incontrarli

21 settembre 2014

Qualche tempo fa D. incontrò il suo vecchio maestro di terza elementare. All’epoca era normale avere un maestro maschio. Aveva poco più di vent’anni il maestro, era al suo primo anno d’insegnamento. Gli pareva così grande, invece era quasi un ragazzo. Cercava aiuto per un libro che aveva scritto e voleva pubblicare (a sue spese ovviamente, sono una miniera d’oro per gli editori a pagamento gli insegnanti in pensione). In effetti si ricordava di D. e anche la sua passione per la storia. Giovane, i capelli neri ben pettinati, una bella voce piena dal lieve accento del sud, sembrava incarnare il vigore dei condottieri e delle gesta narrate. Quando raccontava di Annibale, a D. pareva fosse lui, Annibale. Ora in effetti rivederlo vecchio, pochi capelli candidi, un po’ curvo per i tanti acciacchi, ha rovinato il bel ricordo. Anche il suo romanzo, seppur ben scritto, era banalissimo. Meglio non incontrarli, e amarli così, racchiusi nei ricordi.

ripartire

20 settembre 2014

È dalle sensazioni semplici che occorre ripartire. Dal tatto, dall’olfatto, dal contatto non mediato attraverso uno schermo (sia nel senso letterale che ampio del termine). Ripensarci come creature concrete, pulsanti, vive, che amano e cercano la relazione diretta, genuina, non delegata. Non si puo’ vivere di tutto un corredo di merci preconfezionate, non possiamo essere solo l’ultimo anello della distribuzione, il consumatore finale che in realtà consuma se stesso, il proprio tempo, il proprio senso. Dobbiamo tornare a essere vivi, faticosamente vivi. Dobbiamo riscoprire il piacere di stare assieme senza pagare il biglietto, senza l’obbligo di uno svago che è solo consumo, spettacolo idiota. Lo strato vero dell’umano forse c’è ancora, non deve farci paura. Certo, la morte camuffata da vita ci ha quasi ghermito, ma non è detto, a volte riemerge, fresca e imprevista, una nuova consapevolezza. Forse.

le parole trovate

19 settembre 2014

Le persone troppo colte, quando scrivono, un po’ copiano, senza rendersene conto. Per scrivere qualcosa che abbia un po’ di forza bisogna dimenticare tutto, usare le parole come fossero legni trovati sulla spiaggia, levigati, dimentichi dell’antica funzione. Le parole devono essere trovate, mai cercate.

perchè il vino, la musica, il canto

19 settembre 2014

Abitare davanti ad una ASL, vedere la teoria degli umani che arrancano, comporta una semplice constatazione: la vita, per lo meno da un certo momento in poi, è una patologia cronica, più o meno sopportabile. Conta solo la giovinezza, il resto è patetica, falsa, allegria alternata a inutile tristezza. Gli umani hanno inventato il vino, la musica, il canto, per sopportare meglio. Anche l’amicizia aiuta, ma quella di poche parole.

dal tempio, nuova versione dei fatti

17 settembre 2014

I mercanti hanno scacciato Gesù dal tempio. È andata così, facciamocene una ragione, era un fastidioso idealista, quel figlio di falegname.

i segreti del successo

17 settembre 2014

Molti italiani amano il brioso boy scout perché sono convinti che cambierà molte cose sul serio. Molti altri italiani amano il brioso boy scout  perché sono convinti che tutti quei proclami sono la rassicurazione che non cambierà proprio niente. Quelli che non lo amano lo sopportano perché pensano che tanto al suo posto verrebbe uno ancora peggio. La comunicazione è tutto, specie se sotto c’è il nulla o quasi.

il tramonto senza il rosso

17 settembre 2014

Me li ricordo, i vecchi operai. Per loro era naturale votare comunista. Ma non era gretto calcolo, il ritenere cioè di fare i propri interessi. Tant’è che alcuni, divenuti imprenditori negli anni del cosiddetto miracolo economico, continuarono nell’adesione a quello che era un ideale. A volte gli ideali sono anche sbagliati, ingenui, grossolani, ma hanno comunque un respiro nobile. Oggi è difficile trovare chi abbraccia una causa per la sua presunta giustezza, oggi si suffraga un partito o, ancor peggio, si aderisce ad una rabbiosa opinione diffusa, come animalesco, istintivo riflesso alla tutela del proprio privato interesse. La fine delle ideologie non ha lasciato il passo ad un sobrio e saggio ragionare, ad una positiva concretezza. Quel che viene contrabbandato come concretezza è in realtà cinismo, paura, risentimento, rivalsa. Le ideologie certamente hanno portato grandi errori, ma il disincanto attuale è ancora peggiore, mette a nudo il problema: la scimmia che sa scrivere sa amare solo il proprio branco, per il resto odia tutti gli altri o, al massimo, prova gelida indifferenza. Aveva ragione il buon Oswald, siamo al tramonto. Un tramonto senza la bellezza rossa del cielo.

Rincorrendo Dafne

16 settembre 2014

Forse un giorno non troppo lontano
riuscirò a correre veloce come te
quando avremo doppiato
presso gli atolli corallini
i pesci grigi di rangiroa

che quando si arrabbiano
per le tempeste tropicali
e la pioggia battente
che scuote la corrente

diventano rossi
e cambiano colore
proprio come noi

quando avremo passato
i giganteschi totem volanti
della papua nuova guinea

e quando avremo incontrato
il re sovrano dei papuani
che trascorre le sue vacanze
a forte dei marmi

quel giorno d’estate
io ti raggiungerò
e allora sarai mia

quando avremo nuotato
tra le acque della Melanesia
e ballato insieme
con i melanesiani

che non amano i vestiti
ma la nudità
e non accettano
regole nè padroni mai

proprio come noi
proprio come noi
proprio come noi.

Rincorrendo Dafne è un brano dei Plumbago.

Geografia fantastica, biologia, metamorfosi evolutiva. I testi sono immersi nella dimensione onirica del viaggio, nei molteplici sensi della parola. Viaggio nel tempo profondo della filogenesi, della metamorfosi incessante, della vita che proviene dal mare. Viaggio geografico, con lo sguardo alla cartografia onirica dell’immaginario. Il tutto in un coinvolgente dinamismo dove il testo e il suono sono ben amalgamati, abbracciati, reciprocamente intrisi. La chitarra di Marco Barani è un gioiello di sound misurato, pregnante, efficace. I Plumbago hanno stile e respiro. Con buona pace delle tante buone cover band, questa è un’altra cosa.

Click per ascoltare.

Altre informazioni, sul sito di questi giovani amici.

Aggiungo una piccola osservazione: nel lieve ironico esotismo, a tratti, intravvedo la lezione di Paolo Conte, seppur in un contesto musicalmente molto diverso.

la trappola corporativa

15 settembre 2014

Il modo migliore perchè gli sfruttati non si ribellino è dare ad alcuni fra loro un qualche privilegio, magari una paga migliore e sicura. Accadrà che i detentori del piccolo privilegio difenderanno con animalesca dedizione lo statu quo, per paura di scivolare nella casta inferiore. E gli sfruttati sul serio, quelli che pagano per tutti, odieranno i piccoli privilegiati della porta accanto e lasceranno in pace i veri responsabili. Così, la trappola corporativa è la forma più efficace di controllo politico.

iconografia della vittima

13 settembre 2014

Questione non banale il rapporto fra creature non umane e la loro raffigurazione.
Faccio un esempio: giorni fa passando davanti ad una specie di friggitoria dove servono del pollo appunto fritto, osservai che campeggiava una figura disegnata di galletto tutto allegro e ammiccante. A pensarci una davvero tragica ironia raffigurare la vittima sorridente come marchio di fabbrica, un po’ come certi maialini allegri raffigurati sui salami.
Il disegno, affermerebbe qualche osservatore superficiale, è una cosa giocosa, non c’è nulla di male. E invece no perchè è proprio il disegno l’elemento simbolico più potente di tutti, il galletto sorride, il maialino sorride, la trota sorride, come dire se mi mangi mangi la felicità.
Nessuna raffigurazione è innocente, al riguardo.

lei, 1977

12 settembre 2014

lei

Lei, olio su cartoncino telato, 1977 c.a.

La giovinezza è gloriosa, ma lo comprendi solo quando si appalesa quanto è ingloriosa la vecchiaia. Meno male che c’è stata la giovinezza. Grazie, destino.

lava più bianco

11 settembre 2014

«Preparò il terreno alle grandi campagne pubblicitarie successive con un’azione mirata di direct marketing. In effetti, un errore classico che fanno spesso i marketing manager è quello di non assicurarsi di aver “solidificato” l’immagine della marca presso il pubblico prima di passare alla comunicazione di massa. Il direct marketing  poi, viene concepito (e usato) tutt’al più per vendere direttamente. In questo caso, invece, si fece un uso avanzatissimo dello strumento rivolgendosi agli opinion makers, ovvero coloro che sono in grado di condizionare l’opinione di un grande numero di persone. Un lavoro di questo genere permise di stabilizzare l’immagine della marca e preparò proficuamente il terreno all’advertising» (pag. 98)

Leggendo queste righe si potrebbe supporre che l’oggetto sia l’analisi di una buona campagna per il lancio d’un prodotto. Se ne leggono tante. Del resto i libri sul marketing abbondano e rappresentano spesso un vero affare per chi li pubblica, un po’ meno per chi li compra. Ma proseguendo la lettura possiamo renderci conto che ci si riferisce ad una campagna molto particolare, forse la più importante della storia del marketing stesso.

«Paolo dunque indirizzò i suoi mailing a sette forti gruppi di opinione (i Tessalonicesi, i Corinzi, i Galati, i Romani, i Filippesi, gli Efesini, i Colossesi) [...] Paolo fu a tutti gli effetti il primo guru della pubblicità postale» (pag. 98)

E Paolo introdusse per primo anche la pubblicità comparativa.

«Non gli mancarono occasioni per stabilire il primato del cristianesimo come Marca, declassando l’ebraismo ad una sorta di sottomarca che ha fallito quasi ingannando i consumatori (“la legge infatti non ha portato nulla alla perfezione e si ha invece l’introduzione di una speranza migliore, grazie alla quale ci avviciniamo a Dio”, Eb 7, 19)» (pag. 99)

Queste citazioni provengono da un curioso ed intelligente libretto, edito da Minimum Fax: «Gesù lava più bianco» di Bruno Ballardini. Non gioiscano troppo, ora,  gli amici atei in agguato nelle mie pagine: non è un libro contro la religione, contro il cristianesimo, contro la fede. L’oggetto vero sono le strategie raffinate del marketing del nostro tempo, laddove il prodotto viene venduto non per quello che è, per quel che davvero contiene, ma per l’aura mistica che lo avvolge. In questi giorni c’è il lancio del nuovo apparecchio Apple, e tutto si regge sull’idea che sia unico, che sia il «vero» eccelso e grandissima importanza risiede nella fede dell’acquirente, nel suo sentimento di amore, gratitudine, appartenenza. L’aspetto curioso di questi prodotti è che ogni volta vogliono apparire l’assoluto, il definitivo, anche se poi, inesorabilmente, arriverà un altro modello, unico anche lui, in una rincorsa senza fine (finchè il pianeta non collassa).

Il testo poi entra anche nel merito della questione religiosa, analizzando le diverse, antitetiche strategie di comunicazione degli ultimi tre pontefici, e il tentativo, sempre più difficile, da parte della Chiesa di essere davvero universale. Emerge una certa simpatia per Bergoglio, che condivido. Ma il vero nucleo del testo è raccontare il marketing, nel parallelo fra quello dei secoli dei secoli, e quello sempre più ossessivo dei nostri giorni. Nella parola di Gesù, tolto il marketing, rimane qualcosa di importante (nonostante la Chiesa e i suoi errori/orrori). Nella paccottiglia tecnologicamente avanzata, tolto il marketing, non c’è nulla.

Una nota di merito, la grafica della copertina: geniale.

Bruno Ballardini
Gesù lava più bianco
ovvero come la Chiesa inventò il marketing
Minimum fax, 2014
pag. 220

amica della sera

10 settembre 2014

Mi aspetta. Lo sa che certe sere, solo in quel viale di periferia, due passi con la scusa della digestione, mi portano al circolo. Prima di svoltare c’è il grande giardino della signora. Fra le piante e qualche improbabile statua similclassica, mi sente arrivare. I miei passi nel silenzio, lei  appoggia il muso fra le sbarre. Quelle grandi mascelle da Labrador mi fanno riflettere che se s’arrabbia mi stacca la mano. Ma no, niente paura, lei sa della mia carezza. Le parlo piano, sono amico della signora, ma non voglio che mi senta  parlare con Ginger. La casa è grande, svoltato l’angolo c’è l’altro cancello, mi segue, appoggia di nuovo il muso fra le sbarre, mi aspetta. Altra carezza, altro saluto. Le vogliono bene, la trattano bene lì a casa sua, non cerca compassione. Però le piace l’amicizia. L’affetto, l’amicizia, loro la vivono con delicata intensità. Qualche volta, nei momenti migliori, anche noi siamo così, ma di solito la facciamo complicata.

mi scuso con i lettori

9 settembre 2014

Mi scuso con chi onora il blog della sua lettura per la comparsa e scomparsa di qualche articolo, ma ho dovuto provvisoriamente eliminare un articolo per una questione di diritti riservati, a breve conto di risolvere.


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