lo strano è quando

28 marzo 2015

I ricchi tendono a pensare che i poveri lo sono per colpa loro, e che quindi «ben gli stà!». Ma questo è normale, lo strano è quando i poveri ne sono convinti anche loro, che tutto accada per l’ostinazione di alcuni poveri a non collaborare. Aveva ragione il grande pensatore sardo: l’egemonia si incardina nelle coscienze.

il narcisismo ben presentato

28 marzo 2015

Dmitrij Mendeleev, celebre e apprezzato scienziato russo che dà il nome alla famosa tavola degli elementi, si definiva anarchico. Quando, nel 1890, appoggiò un gruppo di studenti rivoluzionari di sinistra, fu cacciato dall’università. Qui la sua coerenza è dimostrata, come in chimica, da un inequivocabile esperimento.

Nel nostro tempo, i raffinati intellettuali, maestri del linguaggio, a volte ci barattano come coerenza il proprio inguaribile narcisismo (spesso in buona fede, chi sa scrivere e parlare inganna bene anche se stesso). La coerenza, per essere certi che non sia narcisismo camuffato, necessita una prova sperimentale.

che bello, gli amici, la chitarra e la…

27 marzo 2015

Non è che il sottoscritto sia un guru della pubblicità. Detesto la parola «guru» e questo già mi rende eterodosso a quel mondo lì. Però vorrei lo stesso analizzare una pubblicità che appare insistente di questi tempi sull’internet. È una campagna della SIAE. Cosa sia la SIAE più o meno lo sappiamo tutti, e più o meno sappiamo che quell’acronimo non ispira grande simpatia in chi suona per diletto, per passione e mette il naso fuori dalle pareti domestiche (neanche quelle sono prive di rischi, ma qui non siamo a trattare questioni giuridiche). Insomma, tante volte, organizzando piccoli eventi, arriva poi la domanda crudele: e la SIAE? Quanto c’è da pagare? Con tutto il rispetto per chi fa il proprio lavoro, non è che questa istituzione goda grande amicizia fra i tanti strimpellatori più o meno capaci. Ma qui non ci permettiamo di emettere giudizi, ragioniamo sulla pubblicità.
La campagna mi pare cerchi, con astuzia, di aggirare le antipatie diffuse cercando l’identificazione, proponendo la vicinanza col tradizionale nemico.
Nell’immagine un bel ragazzotto con chitarra, barba e capelli tipicamente anni ’70. Insomma l’immagine stereotipa del ragazzo libero e ribelle che ancora alberga, con sommessa nostalgia, in noi 60enni invecchiati ma mai domi (a parole…). Un tentativo astuto e ben fatto di scalzare ogni odore di potere burocratico, e un buon risveglio di profumi d’erbe più o meno legali (solo l’odore, per carità).

suonatoresiae

Poi, uno slogan preso di peso da qualche giornaletto underground anni ’70:
«la creatività non ha limiti».
Che bello, gli amici, la chitarra e la SIAE, e la ragazza giusta che ci sta…

per il vino

26 marzo 2015

Il buon vino ti ama. Tutto il lavoro che c’è dentro, sia esso il lavoro umano come anche il lavoro della natura, è un atto d’amore. L’amore è fare più che dire. E il vino, il buon vino, è amore fattosi bevanda.

a furia di dirlo, ci crediamo

26 marzo 2015

Quanto è radicalmente solo ognuno di noi umani! Ma questa solitudine è anche colpa delle parole, a furia di dire «Io» ci siamo convinti di esistere. Le parole non ci appartengono, siamo noi ad appartenere alle parole.

il maschio è inutile?

25 marzo 2015

Nina era una bimbetta curiosa e le piaceva manifestare l’entusiasmo per le sue scoperte. Aveva spiato il fratellino, Nando, mentre faceva pipì. A tavola, Nina, orgogliosa della scoperta, inarcando l’indice per mimare la forma, disse: «Mamma! lo sai che Nando ha la patata fatta a bigo?»

Questo aneddoto che da tanti anni si narra in famiglia m’è tornato in mente leggendo un agile ed interessante volumetto: «Il maschio è inutile» di Telmo Pievani e Federico Taddia, Rizzoli, 2014.

Partiamo da qualcosa di chiaramente inutile, i nostri capezzoli maschili.

«I capezzoli maschili si spiegano oggi grazie alla migliore comprensione dello sviluppo embrionale, quello stupefacente e bellissimo processo che porta alla formazione di un individuo a partire dalla cellula uovo fecondata. All’inizio l’embrione è così anonimo che è quasi impossibile stabilire di quale sesso sia. Il futuro pene e il futuro clitoride in questa fase sono uno stesso organo, indifferenziato. I sacchi dello scroto e le grandi labbra corrispondono alla stessa struttura, con i medesimi tessuti. Poi, di passaggio in passaggio, si sviluppano le differenze esterne fra maschio e femmina. Il testosterone agisce sul feto maschile, ingrossando il pene e producendo i testicoli, mentre quello femminile diverge generando la vagina, e poi, con la crescita, mammelle grandi e particolarmente sensibili come in tutti i mammiferi. […] Ciò significa che maschi e femmine non sono due entità separate, plasmate in modo indipendente dalla selezione naturale. Sono piuttosto due varianti, sessualmente definite, dello stesso piano corporeo fondamentale, che si sviluppano nelle fasi successive dello sviluppo embrionale. I capezzoli maschili sono dunque un lascito, un rimasuglio, un antecedente non funzionale di questa struttura di partenza, che poi nelle femmine si ingrandisce. Letteralmente, le piccole mammelle maschili non servono a niente. […] Curiosamente, esiste anche un viceversa. Le femmine si portano dietro una struttura maschile: il clitoride.» (p. 84)

L’essere femmine o maschi è un efficace espediente filtrato dalla pressione evolutiva, sulla cui importanza torniamo fra poco, ma un aspetto curioso e assai significativo è la presenza, in natura, di molte specie che del maschio fanno proprio a meno. Specie nelle quali la riproduzione avviene senza tutte le complicazioni che la differenza sessuale comporta. In fondo la vita si organizza sempre sul filo del compromesso: una riproduzione asessuata è più semplice, si disperde molte meno energie, comporta meno rischi rispetto ad eventuali predatori, però ha il limite di non mescolare efficacemente il patrimonio genetico e di non «tenere il passo» con la continua evoluzione genetica dei parassiti, oltre che impedire una rapida eliminazione selettiva delle mutazioni dannose. Comunque, le femmine che hanno smesso di usare i maschi, ci sono.

«In numerose specie sono le madri a far tutto da sole. Stabiliscono persino il sesso della prole. […] La partenogenesi agisce come meccanismo riproduttivo, unico o facoltativo, in tante specie di crostacei, insetti, rotiferi, nonché in pesci, salamandre e lucertole. Letteralmente “nascita virginale”, questo fenomeno si distingue dall’ermafroditismo perché non c’è fertilizzazione della cellula uovo. È una forma di riproduzione asessuata, in una linea che resta sempre dello stesso sesso. L’embrione comincia a svilupparsi senza che vi sia stato un contributo genetico maschile. In pratica le figlie sono geneticamente cloni, o mezzi cloni, delle madri (salvo mutazioni che possono sempre intercorrere. […] La partenogenesi garantisce velocità e sicurezza di diffondere un certo corredo genetico. Per converso, non ha ricombinazione e non elimina le eventuali mutazioni svantaggiose, cioè non produce sempre nuova diversità, il che è un grave difetto nell’evoluzione. Quindi l’ideale sarebbe disporre di entrambi i sistemi a seconda delle circostanze, come succede nel boa e in altri serpenti, nel varano di Komodo e negli squali. Per decine di altre specie (tra le quali molti rettili) la partenogenesi diventa invece obbligata e permanente: i maschi non sono più parte del processo riproduttivo. In queste specie unisex, le femmine hanno imparato a fare a meno della controparte.» pag 115

Ma torniamo a noi maschietti e alle incredibili sfacchinate per attirare l’attenzione delle femmine. Io suono abbastanza male la chitarra, però non nascondo che da ragazzino qualche effetto l’avesse (o forse mi dicevano sì perchè smettessi di suonare…). È importante rilevare come oltre alla selezione naturale legata alla sopravvivenza ne esiste un’altra, ben compresa dal grande Darwin: la selezione sessuale. Tutta la faticaccia dei maschi per piacere a qualche femmina è utile perchè queste poi scelgano un maschio sano: ad esempio un bel piumaggio colorato o un bel canto potente sono la garanzia di buoni geni con cui mescolare i propri. Certe caratteristiche maschili sono davvero poco convenienti ai fini della sopravvivenza, e solo in questa luce si possono spiegare.

«Se ti porti appresso una pesante coda di pavone, oppure sfoggi nel bel mezzo della foresta un ciuffo di maestose piume sgargianti, significa che hai fatto una scelta esistenziale. Sei un maschio pronto a rischiare la vita, cioè a farti mangiare dal primo predatore che passa, pur di farti preferire da una femmina. Non si spiegherebbe altrimenti perché sei disponibile ad affrontare una fuga più lenta e impacciata (con quell’ingombrante coda da trasportare) o ad avere in testa un segnalatore colorato, ideale per essere avvistato a distanza da un cacciatore affamato. Darwin lo aveva descritto un secolo e mezzo fa: i colori brillanti e gli ornamenti degli uccelli, pesci e mammiferi maschi non si sono evoluti per scopo di protezione, ma al contrario aumentano il pericolo. E allora? Tutti masochisti? Questo fenomeno ci insegna qualcosa di prezioso sull’evoluzione: non è perfetta, e i maschi lo dimostrano. La storia naturale dalla quale proveniamo è un continuo compromesso tra spinte contrastanti: da una parte sopravvivere (trovare da mangiare e cercare di non farsi mangiare); dall’altra riprodursi, che spesso significa farsi scegliere da una femmina.» (p. 118)

La storia naturale è tutta un compromesso, un riuso, un riciclo di apparati, la vita è efficace perchè è un po’ sprecona.

Il testo affronta anche con chiarezza il tema dell’omosessualità, una costante in natura, che ne offre moltissimi esempi. Ma qui non c’è spazio per affrontare tutti i temi del libro. Solo un accenno ad alcuni capitoli che, intervallati a quelli prettamente scientifici, narrano vicende di vite maschili caratterizzate da scelte eterodosse, creative, originali, forse pazze. Fra i molti esempi cito solo quello del tipografo bresciano che si è riciclato, in tempi di crisi, come accompagnatore di signore, insomma un escort (senza sesso carnale, forse). Anch’io sono un tipografo in tempo di crisi, è un’idea, ma credo che mia moglie non sia d’accordo.

Telmo Pievani, Federico Taddia
Il maschio è inutile
Rizzoli, 2014
pp. 154

sull’annullamento del debito

23 marzo 2015

segnalo un interessante articolo della prof.ssa Gabriella Giudici riguardo il tema dell’annullamento del debito, sotto il profilo storico

http://gabriellagiudici.it/eric-toussaint-storia-dellannullamento-del-debito/

è per le donne

23 marzo 2015

E vanno, ancora un giro. Mattina di sole, il nostro quartiere non è lontano dal centro, ma lo è quel che basta da offrire l’anelito d’un laggiù da raggiungere. C’è la fiera, ci sono i colori della fiera. Stamattina le due vedove hanno un bel passo pimpante, un po’ di rossetto, gli orecchini brillano al sole. Le durezze del vivere, i lutti, le gioie, i figli, la vita e gli anni scavano il corpo, i volti, le vite. Ma eccole, una snella, agile, i capelli rosso fuoco della nuova tinta, l’altra più in carne, dolce, morbida, ma decisa a non curarsi dei chili di troppo. Ridono come ragazzine. Ciao Diego, andiamo alla fiera! Saranno là a ravanare fra i drappi, ad accarezzare le borse, ad ascoltare gli imbonitori che sminuzzano verdure o declamano la magia di certi panni speciali. La fiera è per le donne. E vanno, ancora un giro.

meno male che ci sei

20 marzo 2015

Si puo’ essere ottime persone anche senza avere figli. Non avere figli oltre a tutto permette di essere anche più coraggiosi, meno vulnerabili rispetto ai ricatti del potere. Però, almeno per la mia esperienza, aver figli aiuta a essere migliori, o comunque meno peggiori. Quando stai per esagerare, quando stai per aprire i cassetti peggiori della coscienza, il pensiero di quel che di te pensano loro ti frena. Ti sopravvalutano, hanno di te un’idea bella e nobile, sicché spiace non essere all’altezza. In fondo siamo ciò che scegliamo di essere, abbiamo il male e il bene, abbiamo luci ma anche ombre, desideri nascosti, inespresse meschinità. A volte prevale la spinta buona, quella che ti fa guardare nello specchio senza vergogna. Mi piace assomigliare a quel che sono per te, ragazza mia, meno male che ci sei.

generosità intergenerazionale

20 marzo 2015

La circolare inps, con sadica puntualità, ha spostato ulteriormente il limite d’età per avere la misera e strasudata pensione. Il motivo è l’aumento della previsione di durata in vita. A me pare una profonda ingiustizia e spiego il perché. L’aumento di aspettativa di vita è dovuta, per i tanti delle precedenti e fortunate generazioni, al fatto che sono andati in pensione presto, intorno ai 50 anni. È ovvio che con tutto questo riposo questi camperanno ancora molto a lungo. Ma lo spostamento in avanti dei requisiti ce lo prendiamo noi, quelli che dovranno lavorare fino alla morte per versare i contributi.

ci vorrebbe una certa epidemia

19 marzo 2015

ci vorrebbe un’epidemia d’onestà, in Italia e in particolare in Liguria, ma a quanto pare verso il virus dell’onestà le difese immunitarie sono ben salde, da queste parti

sogni di rock…

18 marzo 2015

sono vivo, sto abbastanza bene, sto un po’ rimbecillendo causa l’età, quindi una canzoncina me la concedo

 

a Venezia

15 marzo 2015

A Venezia, un candidato degno. Sembra che sia così.

c’è ancora

15 marzo 2015

«Posso dare uno sguardo? È bello questo piccolo hotel.»

«Guardi pure», sorrise un bel giovine, poco oltre i trent’anni, dal bancone.

Trentatré anni fa non c’erano 4 stelle. Un piccolo, modesto alberghetto d’una via laterale, non lontano dalla Piazza del Duomo. Un posto pulito, ma decisamente alla buona. Senza il telefonino, si combinava nell’incertezza degli appuntamenti col telefono a gettoni. Mi aspettavi lì, davanti all’Hotel P., ero in divisa, un soldatino fra i tanti, sparsi in libera uscita. La doccia, poi l’amore fresco e fremente dei vent’anni, profumo buono di sapone, di pelle giovane. Dalla finestra le campane, la sera, l’aria antica d’una cittadina nel cuore di Toscana. Poi di fretta alla stazione, i tuoi ti aspettano, e per me la caserma. Dai che a giugno finisce, sarà una grande estate, vedrai.

«Buona serata, bello davvero l’hotel, forse ci torneremo, e grazie»

«Si figuri, buona sera a lei»

Certo, non siamo più quelli lì, ma almeno l’albergo c’è ancora.

je n’ai pas de réponse

12 marzo 2015

«Per farmi capire quanto è importante nella storia della pittura un quadro come Les Demoiselles d’Avignon di Picasso, Giuliano Briganti diceva che si puo’ parlare di quadri a. D. d’A. (ante Demoiselles d’Avignon) e quadri p. D. d’A. (post). Ma perché, gli domandavo – un po’ per provocarlo e un po’ per divertirlo col mio empirismo ingenuo – di fronte a Les Demoiselles d’Avignon, non vale il semplice piacere della sorpresa estetica? Perché bisogna sottostare all’interferenza intellettuale e concettuale che si intromette tra lo sguardo e quel quadro, per emettere un giudizio ed ammettere un’emozione? Un po’ di stupido stupore in questa nostra epoca troppo ideologicamente e intellettualmente indottrinata non sarebbe opportuno, e anzi direi, indispensabile? Così mi suggeriva il mio senso comune, che si va facendo sempre più imprudente. […] Per il senso comune non c’è dubbio: quel quadro è bruttino. Ma mentre lo guardi, se pensi e poi ripensi alle intenzioni con cui fu dipinto da Picasso, a quel che significò nella storia della pittura contemporanea, alle conseguenze che produsse la sua apparizione, e agli altri quadri che da quello furono generati, forse ti ricrederai e lo troverai bello.» (Raffaele La Capria, La mosca nella bottiglia, Elogio del senso comune, Rizzoli 1996, pag. 20)

La Capria, nel suo frizzante libretto, ha un bersaglio evidente: un certo ambiente intellettuale che egli, facendone parte, conosceva molto bene. Non se la prende solo con i critici d’arte, ma anche e soprattutto con tutte le forme di conformismo, specie coi paroloni vuoti della comunicazione politica disonesta ed invita tutti a ragionare con la propria testa, senza vergogna. Nel testo poi cerca (colto da dubbi…) di evitare lo scivolamento verso forme di qualunquismo (sempre in agguato ogni volta che ci si richiama al cosiddetto senso comune). Un libretto breve, da leggere.

Ma tornando all’arte, io sono convinto che uno sguardo assolutamente puro, che intinge il suo pennello interiore in un’estetica assoluta, non è possibile. Anche quando osserviamo un grande capolavoro del passato, siamo imbevuti della nostra formazione culturale, dei nostri miti, delle nostre nostalgie. La Capria cita i famosi Bronzi di Riace come esempio di bellezza che si coglie senza filtri, senza la predigestione di qualche maître à penser. Certo sono bellissimi, ma non c’è forse in noi il mito, l’amore, l’ammirazione per la magnifica cultura greca?

Non è facile dare una risposta. Esiste una bellezza oggettiva? O quantomeno incardinata in qualche struttura a priori della mente, magari insita nella stessa filogenesi della specie umana? Dato che anch’io sono un autentico ed inutile, pensoso, intellettuale del dubbio, inguaribile figlio degli anni ’70, anni in cui abbiamo appreso ogni sopraffina arte di giustificare le non risposte, posso scrivere: non ho una risposta. Ancora più figo in francese: je n’ai pas de réponse.

praticità

11 marzo 2015

Morire è più pratico che vivere, solo che è dura cambiare abitudini.

Fateci caso: non siamo forse l’abitudine a noi stessi?

 

fede e potere

10 marzo 2015

Antonio_maria_carpenino,_san_girolamo_penitente,_XVI_sec

L’ho visto tante volte. Quel che mi attrae e anche un po’ mi stupisce è come la pittura del passato sia spesso battagliera, si getti nella mischia, nella disputa fra il bene e il male, senza nascondersi. Quando Antonio Maria Carpenino, nel Cinquecento, dipingeva questo San Girolamo evidentemente continuava la lunga frattura (perenne e mai risanata) fra due concezioni della religione e del potere. A destra i castelli del potere, della ricchezza, cui il santo volta le spalle, a sinistra la croce, la coscienza della morte e del tempo (la clessidra e il teschio). Non è un caso che il copricapo vescovile è a terra, in collocazione che evoca disprezzo. Il leone, il celebre leone della leggenda, si disseta alla fonte della fede. Le figure degli animali sono sempre molto dense di significato, perché l’animale è la forza della natura convertita alla fedeltà con il solo slancio della sincera amicizia che oltrepassa la paura. Un piccolo dipinto, in un piccolo museo, ma denso di significato.

È una bellissima ragazzina dalla pelle color cioccolato, a illustrarmi il dipinto. Io so già tutto, ma le lascio il piccolo orgoglio di spiegare, nei suoi occhi limpidi c’è il futuro.

rileggendo Eschilo

8 marzo 2015

Rileggendo Eschilo non pensi che sia semplicemente teatro, non pensi ai greci sulle gradinate a divertirsi. Pensi che il testo non sia rappresentato, ma come risvegliato dal profondo. Eschilo non ci appartiene, noi apparteniamo a lui.

perorazione antiromantica

7 marzo 2015

L’aspetto fastidioso delle personalità romantiche è la pretesa di esser gli unici a provare sentimenti profondi. Come guardandosi da vicino in uno specchio concavo, si vedono più grandi di quel che sono, più buoni di quel che sono, più profondi di quel che sono. In realtà le personalità romantiche sono superficiali, perché la vera profondità sta negli uomini semplici, che intarsiano nel legno quotidiano ogni giornata. L’eroismo è la gioia, non la facile tristezza.

Verde, un amore complesso

6 marzo 2015

Per quanto possa apparire strana, è veritiera l’affermazione che siamo una specie quasi cieca, nel senso che solo una piccola parte dello spettro elettromagnetico è percepita dai nostri occhi. È noto ad esempio che le api vedono l’ultravioletto, invisibile agli umani. Eppure tanta importanza ha il colore nella nostra vita, tanto che quando riteniamo la nostra vita triste, banale, la definiamo grigia oppure incolore. Rammento una cara amica, bella ma non più giovane, che, definendo colui col quale ha deciso di sposarsi, ha affermato: «Ha portato colore nella mia vita». Insomma i colori non ci lasciano indifferenti. Oggi vorrei accennare al verde, un colore complicato perché assai ambivalente. Ai nostri giorni il verde ha quasi sempre una connotazione positiva. Economia verde, energia verde, area verde. In effetti tutti amiamo il verde delle piante, dei prati, e probabilmente ricordiamo, grati, la capacità delle piante di immettere ossigeno nell’aria. Anche gli anni più belli li definiamo i nostri «verdi anni». Eppure il verde non ha sempre goduto di incondizionata benevolenza. Michel Pastoureau ci spiega quanto, nel corso dei secoli, abbia assunto una forte ambivalenza, fino a diventare il simbolo stesso del caso, dell’alea, del Destino.

«Il verde è ambivalente, è allo stesso tempo il colore della fortuna e della sfortuna, della buona e della cattiva sorte. Questo spiega i suoi rapporti con le circostanze e i rituali in cui interviene il caso. I tavoli da gioco sono verdi (per lo meno dal XVIII secolo), come sono verdi nella maggior parte dei casi i campi sportivi e in epoca feudale il prato si svolgevano i duelli o le ordalie che decidevano della sorte di un accusato. Che si tratti di erba o del feltro dei tavoli per la roulette o il baccarà, del legno dei tavoli da ping pong o del prato dei campi di calcio, la superficie su cui si gioca il destino dei contendenti resta ovunque associata al colore verde. Allo stesso modo, è sul “tappeto verde” dei consigli di amministrazione che si negozia oggi la sorte degli individui o delle popolazioni. Con il verde “les jeux sont faits”, e questi giochi hanno conseguenze notevoli.» (Michel Pastoureau, I colori del nostro tempo, Ponte alle grazie 2010, pag. 216)

Come tipografo e grafico, posso testimoniare quanto i macchinisti amino poco il verde, perché instabile, difficile da mantenere della stessa tonalità su tutte le copie. Un colore sfuggente, cangiante, che ha messo a dura prova la chimica dei coloranti. E poi, un sentimento ben poco simpatico, come l’invidia, l’associamo al verde, al colorito malaticcio del volto di chi cova un grande risentimento.

Ma i colori, un po’ come le persone, sono sensibili ai compagni di strada e il verde si accompagna piuttosto bene col giallo. Ma di questo ne scriveremo più avanti, per ora chiudiamo, per farci contenti, pensando al buonissimo pesto alla ligure. Un verde splendido a vedersi ma soprattutto a gustarsi.

elogio della non scrittura

5 marzo 2015

Comunicare cosa? Per comunicare devi traboccare qualcosa di intenso, qualcosa che sia accadimento degno di nota. Tragedia o farsa, dev’esserci un ingrediente spiccato, qualcosa che ha attraversato le membra, il respiro. Una ferita o una carezza che porti eccesso, dolore od estasi. Ma comunicare un vivere normale, che senso ha? Dopo il vento forte e teso del mattino sentivo un respiro pulito, in me. Ora il fiotto di luce sui tetti, appaga la voglia di luce. Ma io, chi sono io se non questo niente? Scrivere, che presunzione da ragazzino! Ci vuole tanta vita, tanta gioia, tanto dolore, per scrivere anche solo una riga che ne valga la pena.

troppo bravo

4 marzo 2015

Questo toscano è troppo bravo, è incredibile come rende un grandissimo artista ligure.

breve noterella sul «falso»

4 marzo 2015

Anche il «falso» è un vero, a suo modo, in quanto è un sintomo, una spia, un fenomeno che, a ben comprenderlo, fa capire molto. È infatti il vero più profondo, in molti casi.
C’era un tale, fra i miei conoscenti, che dopo non aver concluso gli studi di medicina, essendo abituale alle bugie, diceva che era un medico ma che esercitava la professione solo in America, per sei mesi l’anno. In effetti alcuni mesi all’anno andava negli States (dove forse raccontava di fare il medico in Italia). Allora, io credo che la bugia per gli psicologi sia un sintomo «verissimo» di uno stato d’animo, un prezioso accadimento da studiare. Del resto anche la psicologia stessa si basa sulla bugia che esiste una «psyké», ma non divaghiamo. Comunque, il falso, che impregna moltissimo dei nostri accadimenti, è a mio avviso una verità di non banale consistenza.

Sul tema del falso, segnalo (nuovamente) il bel testo di V. Giacchè:

http://diego56.com/2014/03/16/la-fabbrica-del-falso/

Segnalo anche il post (coltissimo come sempre) del Prof. W. dal quale ho divagato sul tema.

http://bruschi.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/03/01/zetetica-dubbio-esposito/

eppure la vedi, c’è

3 marzo 2015

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Limoni di Monterosso, foto originale per il blog.

La signora S., vicina di casa, donna cordiale e gentile, m’ha regalato una mezza dozzina di limoni. Provengono dal giardino della sua  casa di Monterosso. Bellissimi, piuttosto grandi ma non abnormi, di rugosità lieve. Il profumo che promanano è intenso, il colore vivissimo.  Con geniale intuizione descrittiva: un bel giallo limone, insomma. L’accostamento del giallo al verde delle foglie ancora attaccate è magia estetica difficilmente spiegabile. In fondo la bellezza è solo un concetto umano, eppure la vedi, c’è. I limoni di Monterosso (e delle Cinque Terre in generale) sono giustamente celebrati. Una volta l’anno c’è anche una sagra dedicata, nella metà di maggio.
Non sono antichissimi i limoni in questa zona, risalgono circa all’inizio ’800. Tutto è cominciato grazie a piccoli orti, ben protetti da piccoli muretti. Così, col lavoro e la consueta fatica, si sono protette le piante dal salmastro delle mareggiate e dai venti gelidi da nord. Come spesso accade, nella potenza della natura si è incardinata la sagacia e la fatica umana, creando qualcosa che è profondamente naturale ed antropico nel contempo. I limoni, questi limoni, sono di questo connubio un esempio perfetto. Fatica e bellezza, natura e poesia, insieme. La produzione tradizionale non è contro la natura, ma con essa stringe un’alleanza sacra fra lavoro, natura e bellezza. Un po’ celebrativo? Sì, e grazie alla signora S.

il sentimento diffuso

2 marzo 2015

Più che un ottimista sono un pessimista convinto che non frigna inutilmente. Mi piacciono quelli che hanno compassione per il prossimo, e nel contempo un certo disprezzo dei propri personali patimenti. L’autocompassione è sentimento diffuso e imbarazzante, peggiore perfino del tronfio autocompiacimento.

sentirsi vicini

1 marzo 2015

L’amicizia ha, per gli esseri umani, una solida base biologica. La nostra stessa evoluzione ci prevede sociali, in quanto la collaborazione è indispensabile alla sopravvivenza, basti pensare alle modalità della caccia. L’essere sociali comporta un linguaggio efficace ed articolato. Un linguaggio articolato ed efficace consente la comunicazione, che è un’esigenza vitale, nel senso letterale del termine: permette di vivere. Penso il nostro essere sociali si estenda, come esigenza, ben oltre al linguaggio delle parole, si estenda dunque alla contiguità dei corpi, al sentirsi vicini. Secondo me, nonostante la forte identificazione con il nostro corpo, sentiamo, spesso latente, non espressa ma potente, l’esigenza di superarlo, di articolare il nostro corpo assieme ai corpi altrui. Essere gruppo, squadra, ci corrobora, ci fa sentire più vivi. Probabilmente l’esaltazione eroica a immolarsi in battaglia si nutre dell’intento di consacrare la propria morte alla vita del gruppo. Ma anche senza retorici eroismi: l’unica sconfitta che possiamo infliggere alla morte è non esser soli, sapere che il nostro gruppo, il nostro clan, continua. Secondo me la solitudine è una morte anticipata, e forse è la sola vera morte.

Aggiungo una considerazione a latere. La cultura umanistica è l’unica in grado, in qualche modo, di far sentire vicini tutti gli uomini. Dato che è molto difficile ricreare l’affiatamento del primitivo, ancestrale, gruppo, sono abbastanza convinto che solo il respiro della migliore cultura possa, in qualche modo, riavvicinare ogni uomo all’umanità intera (o per lo meno a quella parte cresciuta nella stessa civiltà).

Palermo ’98, da M.C.

28 febbraio 2015

Un viaggio in Sicilia nel lontano (o vicino, chissà) 1998. Una descrizione di viaggio che continuamente declina dal paesaggio esterno a quello interiore. Uno stile di scrittura limpido, elegante. Un libro tanto prezioso quanto assai difficilmente reperibile.
Riporto un brano su Palermo, chi avrà la pazienza di leggerlo capirà il motivo per cui ho scelto di dare spazio a questo filosofo scrittore.

Arrivo a Palermo verso sera, vado in albergo, vicino all’Orto Botanico, ed esco che è già buio. Faccio pochi passi e mi trovo in piazza dello Spasimo. Sapevo già che era da queste parti, avevo già visto quel grande buco nella piantina ed ero guidato dal richiamo di quel nome, ma non mi aspettavo di trovarmici così presto. Non riesco a descrivere questa immensa piazza, anche se ci sono tornato più volte, non riesco a delimitarla, non mi rendo conto di cosa fa parte di essa e di cosa invece ha un altro nome, come la piazza della Magione. Non so dire esattamente com’è l’enorme edificio (o sono due?) abbandonato (o forse no?) che si trova in mezzo alla piazza, o forse non proprio in mezzo, come non so dire che parte occupa la zona sterrata con le due carcasse di macchine bruciate, non so descrivere le case intorno. So solo che ho sentito subito, forse per la suggestione del nome, l’ampio e profondo respiro della piazza insieme a una sorta di strappo, di dolore, la fitta che puo’ colpire chi ha una lacerazione quando respira troppo profondamente. Il respiro si trasforma in spasimo, lo spasimo che è anche respiro. Ho la sensazione che questa sensazione inaugurale abbia segnato la mia percezione di Palermo e che il tempo del respiro e quello dello spasimo abbiano ritmato il mio girovagare per la città: un frequente, improvviso allargarsi del respiro che sente, nel momento dell’espansione, il dolore delle ferite, uno spasimo che è una sorta di dolore anelante, del malato o dell’innamorato, con la remota speranza di una guarigione o della soddisfazione del proprio desiderio, la bellezza che si rivela guasta, il guasto che non riesce a nascondere del tutto la bellezza. A Palermo ho fatto continuamente questa esperienza.

Dalla piazza dello Spasimo prendo l’omonima via, dove si trovano le rovine del convento di Santa Maria dello Spasimo, poi ospedale ed ora centro, anzi, cantiere culturale. Per questo convento Raffaello aveva dipinto un’Andata al Calvario, conosciuta anche come Spasimo di Sicilia, ora al Prado, in cui è rappresentata una caduta di Cristo. Al centro del quadro, in secondo piano, c’è la testa di un soldato con la bocca aperta, l’espressione stravolta. Questo dettaglio del soldato “spasimante” deve rappresentare il centro drammatico del dipinto, perché lo trovo riprodotto a grandezza naturale nel volume dei Classici dell’Arte su Raffaello e anche sulla copertina dell’ultimo libro di Vincenzo Consolo, Lo Spasimo di Palermo, che vedo in libreria appena tornato dalla Sicilia e che leggo subito. Mi pare che Consolo risolva lo spasimo in pura agonia, quasi senza respiro, senza anelito, senza speranza.

Le case di questa via dovevano avere un tempo una loro nobiltà, ora sono tutte inabitabili o precariamente abitate. Qui, nel quartiere della Kalsa, ho un certo timore e una certa indecisione nei movimenti, perché mi sembra incerta la linea di separazione fra esterno e interno, fra la strada e la casa, ed ho paura di invadere uno spazio che non è più pubblico ma già privato. La stessa sensazione l’avevo provata a Siracusa, in una zona della più chiara e meno degradata Ortigia. Ma spesso, qui a Palermo, la sensazione è di essere comunque in uno spazio interno, privato, in cui il mio transito è appena tollerato; difficile dunque soffermarsi, guardare apertamente, con calma, anche perché la struttura architettonica, la traccia della storia, l’emergenza artistica, sono sovente intrecciate con la presenza umana, con l’abitare, il lavorare, l’oziare, e quindi è facile che il mio sguardo incroci un altro sguardo. O forse tutto sarebbe più semplice se non inseguissi sempre un ideale quanto impossibile mimetismo ed accettassi invece la mia alterità di “straniero”.

(Marco Cecconi, Le stazioni di ieri, Riccardo Pioli Editore, 2013, pag. 123-126)

una vittoria inutile

27 febbraio 2015

In Grecia una sinistra orgogliosa di esserlo ha vinto le elezioni. Ma in pratica non è in grado di apportare alcun cambiamento radicale al modo di produrre, al massimo dall’economia che uccide citata dal Papa passiamo ad un’economia che uccide ma col senso di colpa. La pòlis non esiste più, è solo un diagramma sul computer di qualche operatore di borsa.

una pratica dialettica da riscoprire

27 febbraio 2015

«Se l’origine della sapienza greca sta nella “manìa”, nell’esaltazione pitica, in un’esperienza mistica e misterica, come si spiega allora il passaggio da questo fondo religioso all’elaborazione di un pensiero astratto, razionale, discorsivo? Eppure nella fase matura di questa età dei sapienti noi troviamo una ragione formata, articolata, una logica non elementare, uno sviluppo teoretico di grande livello. A rendere possibile tutto ciò è stata la dialettica. Con questo termine non va inteso ovviamente ciò che vi includiamo noi moderni: dialettica è qui usata nel senso originario e proprio del termine, ossia nel significato di arte della discussione, di una discussione reale, tra due o più persone viventi, non escogitate da un’invenzione letteraria.» (Giorgio Colli, La nascita della filosofia, Adelphi 1975, pag. 73)

Fa bene discutere, fra interlocutori disposti al rispetto. Ma anche dentro noi stessi ho la netta sensazione che un ragionamento razionale necessita del linguaggio, della sintassi, delle parole ben incardinate. In fondo anche quando dobbiamo ragionare su qualcosa dobbiamo costruire un discorso sensato, suddividerci in due interlocutori che soppesano e confrontano le scelte, le possibili soluzioni. Solo il linguaggio consente un pensiero astratto molto articolato, solo il linguaggio contiene i pezzi del meccano per costruire un pensiero che sia razionale. E gli animali? Forse che non pensano? Pensano, amano, valutano, conoscono, ma non sono in grado di costruire un pensiero astratto, nel senso letterale del termine, un pensiero scritto che continua, con potenza intatta, alla morte del pensatore. Ma torniamo al grande Colli. L’amore per la discussione reale, il confronto leale ed attento fra due persone, è una pratica spesso sepolta sotto l’invettiva, lo slogan, l’essere «sul pulpito» televisivo o anche internettiano. Questi mezzi attuali, questa possibilità di interlocuzione così potente che ci offre la rete, non sprechiamola, torniamo a quei grandi che fecero scaturire dal magma mistico e religioso la filosofia. Nel mio piccolissimo, a volte, ci provo.

le donne che piacciono a me

26 febbraio 2015

Mi piacciono le donne colte. Una citazione da Nietzsche (o magari da Lou Salomè) mi provoca un brivido di passione. Una frase dedicata a qualche profonda, antica scrittura, dalla bocca d’una donna, è per me un richiamo erotico. Ma l’aspetto curioso non è che amo solo la mente fervida d’ingegno, in realtà la donna che incarna questa sapienza diviene tutta, nella sua fisicità, oggetto del desiderio. Forse è qualcosa di edipico, forse è il ricordo nascosto del nettare materno che si trasfigura nella conoscenza. Forse è una forma erotizzante dell’amore per i libri, traslato nella direzione che la natura impone, al desiderio. In effetti, per quanto ami i libri, una donna colta è molto di più, è la sintesi fra il desiderio ancestrale e quello culturale. Del resto, forse, io sono adatto: appena appena colto da capire, abbastanza ignorante da non essere in concorrenza, bensì un allegro diversivo. Per oggi confessioni erotiche direi basta, questo è un blog serio.

Oriente, dentro

25 febbraio 2015

«Bhumananda che mi ha accompagnato durante l’escursione mi vuole nella sua tenda; dopo un lungo discorso sul significato psicologico e sulla potenza del battesimo mistico, lo vediamo cadere in stato di trance.
È chiaro che per persone come lui il mondo dello spirito è più reale di quello che per noi non sia quello della materia. Noi pensiamo che l’asceta dell’Oriente dissipi vanamente in sogni il breve tempo che ci è sortito di passare sulla terra e corra dietro a fantasmi e visioni, egli d’altro canto ha pietà di noi che andiamo in cerca di cose che non sono nostre e mai lo saranno e avidi di ciò che non ci appartiene rinunciamo a quel gaudio che sboccia solo da un’intensa vita spirituale raccolta e distaccata.» (Giuseppe Tucci, Tibet ignoto, Newton Compton, 1978, pag. 85)

Oggi l’Oriente forse non esiste più. Oggi l’Oriente è l’occidente più crudo fatto Cina. O forse c’è ancora, ma è interiore, in quella a volte nitida, ma più spesso sfuggente, sensazione che la strada giusta sia dentro di noi, il più possibile lontano dalle robe in vendita. Non è un caso che, ad esempio, una buona camminata da soli, su un sentiero che porti comunque ad un punto di vista sull’immenso (sia esso cielo, come mare o ampia vallata), più che in un posto ci porta al sentire, più nell’omerico diaframma che nella testa, un «noi stessi» più quieto e profondo.

Alla prima rotatoria

24 febbraio 2015

Lungo la variante le luci di quei parallelepipedi che sarebbero negozi, anzi sono negozi. Ma gonfiati, espansi, come incongrue scenografie posticce, come quei templi in cartone di un B movie. Nella variante, nel fiume di fari accesi, la nostra macchina, in fila con le altre. Nelle macchine, a coppie o esigue famigliole, le persone. Per la verità non sono persone, non siamo persone, siamo i potenziali clienti, i bersagli del target. Siamo tanti, ad aggirarci fra divani, chincaglierie, proposte di lavabi e mattonelle molto di tendenza. Le cose sono tante, e le cose normali ovviamente non possono esistere, si alterna il design concettuale, il lavabo reinterpretato da qualche crudele architetto, al design falso nostalgia, confettosa e tristissima allegria da casa di bambola finto irlandese. Le cose sono tante, e le persone sono tante, ma soli, a due a due, il corpo sociale è stato passato e ripassato al tritacarne d’un vivere senza legami, disperate allegre solitudini. Alla prima rotatoria si inverte la rotta, per fortuna domani si torna al lavoro (se ce l’hai ancora…)

il vero scopo dell’abbondanza

23 febbraio 2015

Tempo fa ero invitato al matrimonio di parenti del sud Italia. Una bella festa, senza risparmio, per una giornata ed una serata dove in un breve lasso di tempo si consuma l’evento. La gioia della festa che oltrepassa ogni prudenza, ogni dosatura delle risorse, la festa come vera, totale, eccezione. Non è una famiglia povera, ma neppure ricca, persone ragionevoli e per bene, ma quel giorno «deve» essere un rito condiviso, ampio, la dimensione del privato deve tracimare nella festa collettiva. Un rapporto col denaro speso più arcaico, più munifico di ogni prudenza piccolo borghese, e se entri nella logica capisci la grandezza di quello che potrebbe apparire uno spreco.

Quella festa mi è tornata alla mente leggendo un curioso e denso libro, edito da Adelphi nel 2000. È un testo di Georges Bataille, «Il limite dell’utile», una raccolta di scritti, materiale eterogeneo e ricco di spunti su molti temi, uno dei quali è proprio quello della festa, dello «spreco» munifico ed essenziale per la coesione di una comunità.

Gli spagnoli, quando invasero il Messico, rimasero stupiti dai comportamenti di figure che definiamo «Mercanti» ma che non erano qualcosa di simile ai mercanti europei. Il commercio non era tutto finalizzato all’utile, ma molta importanza stava nei regali, negli omaggi, nel prestigio glorioso della generosità.

La ricchezza, e questo vale anche per gli antichi europei, non era tutta ripiegata sul privato ma era un dovere morale riversarla nelle feste, in forme di gioia collettiva dove la ricchezza del singolo si tramutava in valori più importanti del denaro stesso. Onore, generosità, gloria, prestigio. L’accumulo non diventava conti cifrati in Svizzera o alle Cayman, ma trovava il senso nella festa, nel regalo, nei momenti di grandezza ostentata non per dividere, ma per unire la comunità.

Non è banale questa prospettiva, e ci fa riflettere anche sui limiti dell’economia del nostro tempo, basata sull’accumulo anonimo e nascosto.

«A mio parere, la legge generale della vita richiede che in condizioni nuove un organismo produca una somma di energia maggiore di quella di cui ha bisogno per sussistere. Ne deriva che il sovrappiù di energia disponibile puo’ essere impiegato o per la crescita o per la riproduzione, altrimenti viene sprecato. Nell’ambito dell’attività umana il dilemma assume questa forma: o la maggior parte delle risorse disponibili (vale a dire lavoro) vengono impiegate per fabbricare nuovi mezzi di produzione – e abbiamo l’economia capitalistica (l’accumulazione, la crescita delle ricchezze) – oppure l’eccedente viene sprecato senza cercare di aumentare il potenziale di produzione – e abbiamo l’economia di festa. Nel primo caso, il valore umano è funzione della produttività; nel secondo, si lega agli esiti più belli dell’arte, della poesia, al pieno rigoglio della vita umana. Nel primo caso, ci si cura solo del tempo a venire, subordinando ad esso il tempo presente; nel secondo, è solo l’istante presente che conta, e la vita, almeno di quando in quando e quanto più è possibile, viene liberata da considerazioni servili che dominano un mondo consacrato alla crescita della produzione» (pag. 246)

Veramente i ricchi di oggi non conoscono la gloria. Da notare che Bataille svolge un’indagine che parte addirittura dalla vita biologica, dalla sua innata sovrabbondanza.

Il testo è ricco di molti argomenti, con efficaci escursioni nei temi esistenziali. E sempre riecheggia questo tema del donare, del donarsi, dell’uscire dalla gretta individualità.

«ogni uomo deve pensare alla possibilità sia di confinarsi nell’isolamento sia di evadere da tale prigione. Da un lato, egli vede ciò che fonda, ciò senza di cui nulla sarebbe: un’esistenza privata, egoista, vacua. Dall’altro, un mondo il cui splendore proviene da elementi che comunicano e si fondono fra di loro come le fiamme di un focolare o le onde del mare. Nel proprio intimo, una coscienza immobile resta acquattata: fuori si agitano i movimenti ciechi e l’eccesso della vita. Un uomo è inevitabilmente lacerato tra questi poli, inconciliabili, poiché non puo’ decidersi né per una direzione né per l’altra.» (pag. 141)

Alla luce di questo discusso e potentissimo pensatore francese, posso affermare che le «feste» non sono uno spreco, lo spreco è non viverle collettivamente. Che festa sia!

Georges Bataille
Il limite dell’utile
pag. 206
Adelphi, 2000

amanti vettoriali

22 febbraio 2015

amanti

Amanti, tavoletta grafica e Adobe Illustrator

Ovviamente conscio della modestia dei miei mezzi, sono comunque sempre dell’idea che sia interessante mettere nel blog immagini originali e non «prese dal web».

merlo al mattino

20 febbraio 2015

merloalmattino

Merlo al mattino, 2015,
disegno a matita, rielaborazione Adobe Photoshop
esclusivo per il blog

 

il fisico e il simbolico

20 febbraio 2015

Nella danza dell’amore ti credi il cacciatore, ma sei la preda. Del resto nell’amore la preda prova la massima felicità proprio nell’idea d’esser divorata, appetita, gustata. Nell’amore è incerto il confine fra la sensazione fisica e quella simbolica, si nutrono e si ingannano a vicenda.

quel che dà fastidio

19 febbraio 2015

Qualcuno accusa il ministro greco di fare della filosofia. Alla fine, quel che dà fastidio di più non è il debito, ma il pensiero che lo mette in discussione. Dobbiamo tornare a fare filosofia, ma non solo nella comodità del salotto buono, la vera filosofia è tale solo se per essa sei disposto a tutto.

sul tavolo di cucina, un vecchio e un bambino

18 febbraio 2015

al male non c’è limite: ecco una registrazione con una piccola fotocamera, sul tavolo di cucina, una cosa rozza, altro che shure, mixer, e compagnia bella

mi piace mostrare oltre che la mia incredibile faccia tosta la potenza di suono di questa vecchia «carmelo catania» del 1970, erano chitarre costruite dal genio liutistico di Carmelo Catania, chitarre economiche e molto sonore, concepite per suonare in giro accanto alla fisarmonica, alle feste, senza amplificazione

più dolce, più invecchia

17 febbraio 2015

Cielo rosso infuocato dalla parte delle Apuane. L’aurora dalle rosee dita tracima oltre Omero, sul rosso pregno e sfacciato di vita. Ho voglia, mentre la radio passa un lento blues, di una nuova stagione, nuovo tepore, nuovi profumi di macchia. Ma ne ho anche paura, ogni anno la primavera risveglia tutto della vita, anche la sua spietata biologia, e ogni anno gli errori son più beffardi. Ma non importa, freme lo stesso voglia di dolcezza, più disperata, più indispensabile. Si muore un giorno solo, tutti gli altri ci si aggrappa ad ogni, seppur minimo, brivido d’amore. Del resto la mia vecchia Catania Carmelo, dai suoi legni invecchiati, vibra sempre più dolce, più incurante del giudizio. Il rosso volge all’azzurro, e penso, mentre spengo il motore, che più si invecchia più si ama, più si comprende quanto è prezioso anche un solo attimo.

bei tempi

14 febbraio 2015

Bei tempi quando eravamo in ansia perchè Gheddafi aveva comprato un pezzo di Juve.

magari danzare sul ciglio

13 febbraio 2015

Ho sempre amato l’espressione «ingannare l’attesa». Nei modi di dire è spesso condensato molto dell’animo umano. Come le venature d’una roccia molto dicono sulla storia geologica del mondo. Perchè il verbo «ingannare»? Chi è che inganna, e perchè lo fa? È il tempo fermo, è il rischio di affacciarsi anche solo pochi istanti sul nostro interiore abisso, che dobbiamo sfuggire. Semplificando la questione si potrebbe anche dire che si sfugge la noia. Cos’è la vera saggezza, cos’è la vera filosofia? È la capacità di guardarlo questo abisso, e magari danzare sul ciglio, così come un ragazzo spavaldo, dai nervi saldi e i riflessi perfetti dei vent’anni. Un vero filosofo non ha da ingannare l’attesa, cerca anzi nel pertugio di quei momenti di giocare alla pari col non senso del mondo. Ingannando l’attesa, chi mi legge s’accontenti delle mie due righette, ma nei buoni libri c’è molto, molto di più.

filantropia alla greca

12 febbraio 2015

Premetto che sono incompetente sui meccanismi della finanza. Ma almeno una questione la voglio scrivere. Quando si legge che si cerca di «salvare la Grecia» potrebbe sembrare un tema umanitario, una questione di solidarietà fra paesi amici. In realtà si vuole a tutti i costi evitare che le esangui casse della patria di Pericle non possano pagare gli interessi, alti, troppo alti, promessi per raccogliere denaro. Non si salva la Grecia, si salva chi, come se niente fosse, ha golosamente investito in titoli dal rendimento alto, molto alto, nella speranza che tanto poi, con la scusa di evitare guai peggiori, qualcuno aiuterà il debitore a pagare. In una spirale senza fine, un travaso ininterrotto di denaro dai poveri ai ricchi. Tutto legale, certo, ma profondamente ingiusto. Io propendo per il default, almeno qualche sciacallo rimane a bocca asciutta. Lo so che è semplicistico, ma io sono un ignorante, pazienza.

la prima bugia

11 febbraio 2015

Quanta luce sull’intonaco, al lato ovest del cortile. Tutto proviene dalla luce, da quella copiosa e immensa sorgente d’energia. Anche il mio corpo, anche quel po’ di materia provvisoriamente aggregata in me, deriva da quella esplosione, da quella cosmica ed esagerata vicenda. Forse tutta questa importanza che ci diamo deriva dall’uso delle parole. «Io sono», la prima bugia su cui gli umani tutto hanno inventato. Spero che presto, su quell’intonaco caldo, verrà, immobile, la verde lucertola, a scaldarsi il sangue. Esco al sole, fra poco, con lo stesso intento e (mai ci riuscirò, invero) con la stessa innocente felicità.

Soglie, panchine

9 febbraio 2015

Un temibile video amatoriale che ho predisposto con la colpevole collaborazione di Graziano Del Giudice. Il tema è comunque interessante. Quella cosa di sottofondo che un ottimista definirebbe musica, è un’improvvisazione con la vecchia eko B-85.

gli stessi materiali sono già presenti in forma scritta in altro articolo
http://diego56.com/2014/06/23/soglie-g-del-giudice/

il male peggiore

6 febbraio 2015

All’idea di morire, ci si abitua. Alla burocrazia, no.

A. D. MMXV

6 febbraio 2015

Certo è molto antica questa pieve contigua al cimitero dei miei nonni. Una piccola chiesa, eppure ogni pietra, la luce stessa che filtra obliqua da sud, il marmo consunto dell’altare, tutto trasuda del sacro. La stradina sul lato era nei secoli lontani una via importante, percorso fra la costa e le vallate interne. Nei secoli lontani il sacro era presente, quotidiano, nonostante la vita fosse ben più avara di cose. Ma il senso del sacro è forse solo una consolazione? È una compensazione emersa dall’umana adattabilità, una bella invenzione per sopportare la durezza del vivere? In parte è così, ma non è solo così. Il senso del sacro è uno slancio ad afferrare il tutto, è una percezione cosmica dell’essere parte di un evento che, seppur spaventosamente complesso, è uno. Ognuno è parte del tutto, ma non è solo «parte», è anche il tutto completo. La scienza ci arriverà, ma, seppur per altra strada, c’eravamo già arrivati. Non lontano dalla pieve, oltre la grande quercia, anch’essa secolare e sacra a suo modo, c’è il parcheggio. Torno alla mia macchina, sibila il cellulare. Fine del sacro, per oggi.

idee banali, ma è quel che penso

5 febbraio 2015

Alla Germania, nonostante l’olocausto, nonostante l’aggressione all’Europa intera, fu concessa una dilazione ed un dimezzamento del debito. La piccola Grecia, anche se non esente da critiche, e soprattutto il suo governo non servile, suscita inevitabili simpatie. Credo che l’Europa uscirà a pezzi da questa storia, perché non è un’Europa dei popoli. Sono idee banali, mi scuso per il fatto che le scrivo, ma è quel che penso.

a nafta, telai, ciminiere corrose

4 febbraio 2015

Amo i testi di Guccini, ma fra le molte e memorabili canzoni, questa è quella che preferisco, per il significato, l’efficacia delle immagini, il modo di rendere con esse il senso/non senso dell’essere al mondo. Molto importante anche la poetica delle periferie, dei «non luoghi» dove comprendi più a fondo l’abisso del vivere.

La vedi nel cielo quell’alta pressione?
La senti una strana stagione?
Ma a notte la nebbia ti dice d’un fiato
che il dio dell’inverno è arrivato.
Lo senti un aereo che porta lontano?
Lo senti quel suono di un piano,
di un Mozart stonato che prova e riprova,
ma il senso del vero non trova?

Lo senti il perché di cortili bagnati
di auto a morire nei prati,
la pallida linea di vecchie ferite,
di lettere ormai non spedite?
Lo vedi il rumore di favole spente?
Lo sai che non siamo più niente?
Non siamo un aereo né un piano stonato,
stagione, cortile od un prato

Conosci l’odore di strade deserte
che portano a vecchie scoperte,
a nafta, telai, ciminiere corrose,
a periferie misteriose,
a rotaie implacabili per nessun dove,
a letti, a brandine, ad alcove?
Lo sai che colore han le nuvole basse
e i sedili di un’ex terza classe,

l’angoscia che dà una pianura infinita?
Hai voglia di me e della vita,
di un giorno qualunque, di una sponda brulla?
Lo sai che non siamo più nulla?
Non siamo una strada né malinconia,
un treno o una periferia,
non siamo scoperta né sponda sfiorita,
non siamo né un giorno né vita.

Non siamo la polvere di un angolo tetro
né un sasso tirato in un vetro,
lo schiocco del sole in un campo di grano,
non siamo, non siamo, non siamo.
Si fa a strisce il cielo e quell’alta pressione
è un film di seconda visione,
è l’urlo di sempre che dice pian piano:
“Non siamo, non siamo, non siamo.”

(“Quello che non…», Francesco Guccini, dall’album omonimo del 1990)

Siccome questo però non è un posto del tutto serio, ecco la mia cover a rovinare tutto, ma questo posto è casa mia, e si suona (male), per gli amici.

http://youtu.be/pRBAl61LKVU

basta così

2 febbraio 2015

Ogni parola scritta dovrebbe essere il nitido zampillo d’una fonte profonda e ramificata di tante parole pensate, lette, ascoltate. Se scrivi troppo prosciughi la sorgente, attingi alla fanghiglia del banale. Per questo devo scrivere poco, e preferire il silenzio all’inutile. Per oggi, basta così.

un tradizionalista di ritorno

1 febbraio 2015

Sono un tradizionalista. Già nella frase un’aporia insanabile. Colui che è veramente immerso nelle tradizioni, e conduce una vita impregnata nell’antico, non pensa affatto di essere un tradizionalista. Lo è senza il retorico declamare, non ha bisogno di saperlo. Dunque sono un tradizionalista di ritorno, uno che s’accorge d’aver fatto un giro sull’autobus sbagliato e tenta, goffamente, di ripartire dal capolinea. Penso sia bello esser tradizionalisti, ma ben sapendo che è solo un gioco, ormai. Non esiste affatto un nucleo antico, ben saldo, un’essenza d’umane inclinazioni convinte da cui derivano i comportamenti. L’uomo del XXI secolo non ha più niente d’antico, in compenso s’ubriaca di nostalgia. Ogni amicizia non è che l’incontro fra due naufraghi, sulla spiaggia ignota, e si raccontano quanto era bella la nave. Bella sì, ma affondata per sempre.


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