chirografia 1.

30 luglio 2014

Il computer è utilissimo e benemerito per chi ha qualche problema all’uso delle mani. Chi non lo ha, smettendo di scrivere a mano, rinuncia a una parte di sè.

lentezza
chirografia 1, carta modigliani bianco, matite.

vento dal mare [webcam di parole]

29 luglio 2014

Vento dal mare, schizzi di pioggia salmastra. Le colline, all’altro lato del golfo, sono incappucciate nel grigio di gravide gonfie nubi. Brusìo del porto. Sulle braccia giganti delle gru brillano ancora le luci, tanto buio è il mattino. Luglio, improbabile luglio. I vecchi oggi, in fila alla asl o dal panettiere, diranno che non ricordano un’estate così. I meno vecchi, scriveranno qualche scemenza su facebook. Poi le prime saette, i fragori del tuono, forse è il fastidio del mondo per la nostra banalità. Il vento scompiglia le carte della scrivania, mi spiace chiuder la finestra, mi piace troppo il vento. Vento dal mare, schizzi di pioggia salmastra.

sul ciglio

28 luglio 2014

Non mi piace Renzi, ma non mi piacciono quelli cui non piace Renzi, non mi piace nessuno, in questo paese dove tutti hanno ragione perchè in realtà hanno tutti torto. E non mi piaccio neppure io, sul ciglio del fosso chiamato qualunquismo. Che brutto periodo.

tango suite

28 luglio 2014

eva africana

26 luglio 2014

Anni fa sui giornali venne enfatizzata la scoperta d’una «Eva africana». Progenitrice di tutte le umane genti, grande madre da cui tutti siamo germogliati e abbiamo colonizzato (infestato direi) l’esausto pianeta. Insomma l’esclamazione «porca Eva!» pur nella sua rozza trivialità avrebbe un fondamento. Ma tralasciamo le sciocche battute per chiarire meglio la questione, molto seria e molto interessante.

Come premessa, chiedo perdono ai sapienti in lettura ma io scrivo in primis per i poco colti come me, una breve spiegazione su cosa sia e come funziona il famoso Dna (tra l’altro diventato oggetto delle cronache giornalisticomorbose dei nostri giorni).

Il Dna si presenta in lunghi filamenti che cosituiscono i cromosomi, presenti nel nucleo di ogni cellula. Questi sono uguali in tutte le cellule di un individuo, e sono caratteristici in ogni individuo (insomma unici un po’ come le impronte digitali). Ma di cosa son fatti? Come son fatti? La risposta è abbastanza semplice. Lo scheletro, la struttura portante, il binario portante, è una sequenza regolare di acido fosforico e di desossiribosio (che poi è uno zucchero e da lui deriva la «D» del nome Dna). Si puo’ raffigurare così:

…P–D–P–D–P–D–P–D–P–D–P–D….

A questo punto dobbiamo spiegare cosa sono le quattro cosiddette basi. Si tratta di composti chimici semplici, sono solo quattro tipi:  A, G, C e T. Le lettere sono le sigle di adenina, guanina, citosina e timina. Ogni base si attacca, nel filamento del Dna, ad una molecola dello zucchero (D). Spero lo schema sia comprensibile:

…P–D–P–D–P–D–P–D–P–D….
…P–T–P–A–P–A–P–C–P–T….

La sequenza di un filamento di Dna è lunghissima. Ogni singolo elemento, cioè una molecola di P, attaccata ad una molecola di D, cui è attaccata la molecola di una della quattro basi, è definito «nucleotide».

Non cessa di stupirmi questa cosa: ognuna delle moltissime varianti in cui la vita si è esplicata, dalla vita degli esseri unicellulari agli organismi complessi come i mammiferi, non è che una ricombinazione di quella sequenza. Certo i filamenti del Dna sono molto, molto lunghi, ma l’alfabeto è semplice. Con questo sistema le cellule portano racchiuso nel nucleo un completo libretto delle istruzioni per la crescita, lo sviluppo e il decorso d’ogni vita.

Dopo questa premessa, sicuramente inutile per la maggior parte dei colti lettori, possiamo spiegare finalmente la teoria della «Eva africana»? Sì, ma dobbiamo accennare ai famosi «Mitocondri» che stanno a fondamento delle ricerche effettuate a suo tempo da Allan Wilson e dai suoi allievi.

Il mitocondrio è un piccolo organismo cellulare che abita nelle cellule di altri organismi superiori (anche nelle nostre, per esser chiari) e ha la capacità di produrre energia dall’ossigeno. Non sta dentro il nucleo della cellula, ma nel liquido racchiuso nella membrana esterna. Il fatto curioso è che si tratta di una creatura vivente distinta che, più di un miliardo di anni or sono, si è adattato a vivere in simbiosi con la cellula, che lo nutre, e alla quale fornisce la collaborazione fondamentale di produrre energia. Ho scritto distinta perchè ha un suo Dna, un suo cromosoma indipendente. È un cromosoma piccolo, circa 15mila nucleotidi.

Ma l’aspetto interessante, e qui finalmente arriviamo ad Eva, è che i mitocondri non li ereditiamo dal padre, ma solo dalla madre, insomma due fratelli, anche se hanno il padre diverso (per esempio un vicino di casa, ma questi son fatti personali) hanno sempre i mitocondri identici.

Però ogni tanto, ovviamente si parla di tempi lunghi assai, nel cromosoma del mitocondrio si presenta la mutazione di un nucleotide.

Allan Wilson prese a campione una parte, non molto lunga, del cromosoma mitocondriale, circa 700 nucleotidi, un campione ridotto ma sufficiente per studiare le differenze fra le persone. Due persone che presentano fra loro un solo nucleotide diverso hanno un progenitore comune più vicino rispetto a due persone che presentano più nucleotidi diversi. Così è possibile tracciare una sorta di albero genealogico «materno». L’indagine si è svolta su 182 individui dalle diverse origini: africani, europei, asiatici, aborigeni australiani e della Nuova Guinea. Considerando che maggiori sono le differenze maggiore è la distanza nel tempo dove collocare un antenato comune si è costruito un albero genealogico che pone le prime biforcazioni proprio fra i soggetti africani. Ecco dunque la famosa Eva africana.

A chi ho rubato queste nozioni (chiedo venia per le inevitabili imprecisioni dell’ignorante)? A un bellissimo libro che ho or ora letto, che contiene tante altre nozioni e riflessioni, certamente non esaurite da queste mie righette:

Luca Cavalli Sforza, Francesco Cavalli Sforza
Chi siamo. La storia della diversità umana
Codice Edizioni, 2013
pag. 425

Non ci si sporge più dal finestrino

25 luglio 2014

Jadis, si me souviens, ma vie était un festin où souvraient tous les coeurs, où tous les vins coulaient. (A.Rimbaud, Une saison en enfer, Garzanti 1989, pag. 236)

Non è che poi fosse così splendida la giovinezza: acerbo, inadeguato, pelle troppo sensibile all’impetuoso dominio traboccante della sensualità. Timori, timidezze, silenzi rabbiosi di non riuscire a pronunciare quella frase a lungo elucubrata, la notte prima. Eppure stamane, mentre un fiotto bianco, da est, buca le nubi di questo bizzarro luglio, ecco il miele amaro della nostalgia. Nostalgia non di qualcosa, perchè ora ho molto di più, fin troppo, ma nostalgia d’uno stato, d’una condizione. Nostalgia della possibilità, della potenzialità. Per esempio la vecchia Catania Carmelo (ce l’ho ancora) poteva essere la prima chitarra dell’artista di successo, oppure la chitarra del giramondo spavaldo. Un giramondo che sarebbe tornato, dopo tanti anni, con la barba bianca e una sacca ricolma di storie da raccontare. Niente di tutto questo, erano fantasie di gioventù. Ecco dove la giovinezza è irripetibile: nella potenzialità, e lo sentivi che potevi essere tante cose. Non che adesso non si viva, non si frema e qualche volta non si faccia addirittura l’amore, ma si viaggia rivolti all’indietro, mentre la campagna fugge lungo i binari e non ci si sporge, spavaldi, dal finestrino, la faccia al vento del futuro. C’est ma vie, maintenant.

il male del mondo

24 luglio 2014

È un bravo artista, secondo me (e non solo). Ci siamo incontrati davanti alla vetrina del libraio, forse lui osservava le immagini più che i titoli. La sigaretta fra le dita, il sorriso buono che esplode sempre sul suo volto è ingiallito dal troppo tabacco. «Perchè fumi, buon ***?» Mi lascio sfuggire questa frase un po’ odiosa, ma davvero mi dispiace, è ancora giovane, trent’anni o poco più. In fondo è stato fortunato. Adottato da una mamma italiana, era un bimbo che viene da certe terre martoriate della grande Africa. È un pensiero sottilmente razzista questo della presunta fortuna, ma pazienza, serve a spiegare per chi legge. Lui mi guarda: «C’è troppo male nel mondo, troppo dolore». Direi che ha ragione lui, sono io, in certe sonnacchiose mattine da intellettuale di provincia, ad esser cieco al dolore, sordo alle grida, buono solo a baloccarmi di parole e voltare le spalle. Però è un bravo artista, perchè non è un po’ egoista come lo sono, nel fondo, tutti gli artisti? Il male del mondo esiste, ma l’arte non lo aumenta, a volte forse lo lenisce un po’. Ci salutiamo con amicizia, si allontana e mi saluta ancora con la mano, sta pensando che io non sono cattivo, ma non posso capire. E accende un’altra sigaretta.

sposati

23 luglio 2014

Luce del primo pomeriggio immoto. Attraversa i vetri impietosa della polvere, ma son così abituato a quella polvere che proverei un vuoto se una mano alacre la facesse sparire. Sul sedile del vecchio barbiere ci sono io, quello giovane (è tutto relativo). Mentre tintinna la sua forbice, la voce in cadenza ligurcalabrese dell’anziano divaga sul tema del matrimonio. I giovani adesso non hanno la pazienza che avevamo noi. Al che ho ricordato che ormai sono 32 anni che sono sposato. Il barbiere accenna il sorriso del vecchio esperto e ribadisce: «per me sono 46, ragazzo mio». Seduto alle poltroncine, un tipo alto, la faccia da vecchio capitano, ci guarda: «e io sono 53 anni». Ci si scambia i numeri, numeri pesanti, con lo stesso cipiglio degli ergastolani, dei reduci, dei duri che hanno scolpito sulla pellaccia dura gli anni. Del resto, fra i flaconi di balsami scaduti e improbabili brillantine, è un posto da uomini. Nessuno oserebbe dire «ci vogliamo bene», l’amore non è essenziale per un uomo, o forse lo è, ma fra uomini non se ne parla.

sul silenzio

22 luglio 2014

Il silenzio è come il bianco nei colori, non c’è un silenzio uguale a un altro. C’è il silenzio dell’attesa, proteso ad una risposta, ad una telefonata che si attende o che si teme. C’è un silenzio del dopo, nella sospesa consapevolezza che è un evento è accaduto, sembrava non dovesse mai, e invece è accaduto. C’è il silenzio della quiete di un mattino limpido, e respiri ampio, bevendo l’aria fresca. C’è il silenzio increspato di parole scritte, cancellate, riscritte e infine riassorbite nel silenzio, il silenzio onesto del foglio lasciato bianco. Io credo che dentro, nel fruscìo delle sinapsi che c’illudono di esistere, si nasconde il silenzio totale del non essere, quello che solo i filosofi bravi sanno afferrare. Il silenzio comunque è il punto di partenza e, se un dio clemente lo concede, il punto d’arrivo.

più del negazionismo

21 luglio 2014

Quel che sta accadendo in Palestina, oltre a tutto il resto, arreca un grande danno anche al ricordo e alla memoria degli Ebrei che subirono la persecuzione nazista. Forse davvero, più d’ogni sciocco negazionismo, questi eventi rischiano di cancellare il rispetto ai perseguitati.

grande jazz in un piccolo parco

20 luglio 2014

Piccolo parco nella periferia est. Dal buio, nello spazio ricavato fra gli scivoli dei bimbi e il bel chiosco di legno, ecco la musica. Jazz rilassato e sapiente, talvolta screziato di Sud America, oppure intinto nelle musiche immortali scritte nella prima metà del ’900, oppure, ancora, rappreso con eleganza nella canzone d’autore. Il clima è intimo, familiare, l’acustica e le luci sono perfette (la mano d’un organizzatore di qualità è di grande aiuto alla musica). Leo Ravera al piano, Andrea Imparato al sax e al flauto, Liliana Biciacci la cantante. Nel pomeriggio l’amico organizzatore, Stefano, m’aveva avvertito: stasera canta una voce di grande livello, e aveva ragione. Voce vellutata, elegante, usata come uno strumento che ti cattura all’ascolto. Sul piano di Leo Ravera avevo ben pochi dubbi. Discreto, perfetto, grandissima tecnica che non tracima, mai una nota in più, mai una nota in meno. È un uomo dall’aspetto colto, come grande è la sua preparazione musicale, da lui sgorga un fraseggio limpido, a volte finemente allusivo, insomma qualità assoluta. Andrea è la musica, la fisicità del sax e del flauto, la gioia increspata di melanconia del suonare, sono tutt’uno con la sua persona. Ci conosciamo da molti anni, e lui più invecchia più è fresca la sua musica. Musica ripresa anche da lontano nel tempo e che rivive il suo presente con fragranza sempre nuova. Consiglio vivamente i due album incisi da Andrea Imparato con Leo Ravera ed altri pregiati musicisti: «Dear Legacy» e «Jazzola!». Ho girato un video di alcuni passaggi della serata. Chiedo scusa per la qualità amatoriale, soprattutto chiedo scusa alla Musica.

tracce di uno scomparso impero

18 luglio 2014

Un amico, già autore di un bel testo qui riportato, ha redatto un piacevole e ben scritto racconto di viaggio. Per chi ama la bicicletta è una narrazione davvero interessante, ricca anche di riflessioni non banali e garbate, in sintonia con il carattere amabile dell’autore. Per scaricarlo (sono 9 mb perchè è ricco di immagini, amatoriali ma suggestive), fare click.

 

oltrepassarsi

16 luglio 2014

Uno degli errori fondamentali che compie un uomo è l’autocritica assolutiva, dalla quale anche il sottoscritto non è esente. Per decenni gli psicologi (e con esso l’ampio stuolo di quelli che di mestiere pensano a come devi pensare) hanno proposto la soluzione del cosiddetto accettarsi. Certo le questioni sono serie e gli studiosi anche, ma riducendo all’essenziale il messaggio che è passato lo si riassume in quello. In effetti molti problemi, specie nell’adolescenza (che pare ormai traboccare temporalmente fino alle soglie della menopausa e dell’andropausa), derivano dal non piacersi, dal sentirsi poco accettati dagli altri perchè in realtà non lo si è da se stessi. Ma da tempo nutro un dubbio. In realtà questo accettarsi non è affatto la fine dei problemi ma è l’inizio laddove è una forma di autoassoluzione facile, a portata di mano. Dobbiamo ripartire con chiarezza dal concetto di mente. La nostra mente, il nostro apparato corpomente, è una struttura adatta a gestire una tensione fra ciò che vogliamo avere o fare e ciò che, nell’ambiente in cui siamo immersi, ci è di ostacolo. Insomma la mente è la struttura che trova nella capacità d’adattamento la sua più nitida espressione. Qual’è il vero e proficuo adattamento? Io credo che il punto chiave sia la comunicazione, la capacità di incardinare processi collaborativi fra la nostra mente e quelle altrui (siano esse umane, oppure di persone non umane cioè gli animali, oppure artificiali, ma questo punto è controverso). Essere sociali, zòon politikòn diceva il grande stagirita, è la nostra vera essenza, e la nostra felicità (parola complessa su cui torneremo) è alla fine il non essere, in termini dinamici e di scopo (tèlos) noi soli, ma noi parte di un tutto dinamico. Quindi non serve accettarsi, ma sostanzialmente relazionarsi, oltrepassarsi, superarsi, andare oltre.

saggezza apparente

14 luglio 2014

sono così pigro che non riesco neppure ad essere antipatico a me stesso: mi accetto come sono non per saggezza, ma per stanchezza

almeno queste due righe

14 luglio 2014

Israele ha diritto alla sicurezza. Ma l’azione nei confronti del popolo di Palestina è sicuramente fuori da ciò che è umanamente accettabile. Sicuramente c’è chi non vuole la pace, anche una pace provvisoria con la «p» minuscola, che sarebbe meglio di niente. Una pace che permetta almeno ai bambini di vivere un’infanzia normale. Non credo sia importante la mia opinione, ma almeno queste due righe le debbo scrivere.

le regard d’un homme

13 luglio 2014

Le morbide forme empiono il vestito,
nella cadenza dolce del suo passo.
Inconsapevole,
ella attraversa lo sguardo di un uomo.

(frammento del 1977)

questo nostro dio

12 luglio 2014

Ho letto che i Pigmei non conoscono il denaro. Ovviamente quei pochissimi che ancora vivono di caccia e raccolta negli spazi residui alla distruzione delle foreste. Anch’io detesto il denaro, lo voglio affermare con chiarezza, anche se questa affermazione presta il fianco alla penosa obiezione: «allora non sei coerente, perchè ti fai pagare?». A questa obiezione banale ed espressa spesso in malafede qui non rispondo. Detesto il denaro perchè sento quanto è in grado di falsare i rapporti reali, le relazioni fra un uomo e il suo ambiente, fra un uomo e gli altri umani, fra un uomo e gli altri animali non umani. Perfino quando lavoro e mi pagano (per un grafico esser pagato ha spesso dell’evento miracoloso ma ne scriveremo in altra sede) provo vera soddisfazione se chi mi paga è contento, apprezza il mio lavoro, vi intravvede un’abbondanza di bellezza e qualità che non è compresa nel prezzo. Questo «non pagato» rientra nel piacere della relazione, dell’amicizia. Ma credo che se ognuno di noi osserva le reali relazioni umane, anche se incardinate in un rapporto commerciale, si accorge di come trabocca, traspare, questo desiderio di apprezzamento, di dialogo amichevole. Classico esempio il ristoratore che apprezza l’elogio del commensale e, nella gran parte dei casi, non è solo per la certezza di conservare un cliente. Il problema del denaro è la freddezza del potere che condensa in quella banconota o, ancor peggio, in quella tesserina magnetica, o peggio ancora in quel computer d’una corazzata «city». Un potere senza morale, assoluto, un sigillo che marchia a fuoco colui che il denaro non ha rispetto a colui che ne ha in sovrabbondanza. Un potere che non scade, non marcisce, non ha il problema della conservazione materiale. Faccio un esempio: chi ha un orto che produce buone zucchine in abbondanza rispetto alle sue esigenze, facilmente ne regalerà ai suoi vicini, agli amici, perchè tanto se non le usa, marciscono. Invece il denaro non marcisce e scivola velocissimo nelle reti telematiche, da un continente all’altro. Guai a chi vuol frenare il denaro, viene tacciato d’essere un antiquato protezionista. Il movimento del denaro è sacro. Mentre il movimento delle creature umane è fastidioso, inelegante, specie quando annegano malamente fra due sponde del Mediterraneo. I Pigmei non conoscono il denaro, e non sanno che la foresta è stata distrutta per lui, per questo nostro dio mostruoso e insensato.

bugie corazzate

9 luglio 2014

Le bugie più corazzate son quelle propinate con sguardo dispiaciuto come «dolorose necessità»

due ruote, da Spezia a Piacenza

8 luglio 2014

Pubblico questo ebook gratuito di un testo che scrissi qualche tempo fa. Il disegno della copertina è dell’autore, cioè l’ho fatto io.

copertinaVincere

Per scaricare fare click qui.

la scuola secondo me

8 luglio 2014

Non faccio mistero di avere un’idea conservatrice della scuola. Idee sbagliate? Puo’ essere, ma sono le mie.

A mio avviso sulla scuola da almeno 40 anni a questa parte (diciamo dal ’68 per esser schematici) si è commesso un colossale fraintendimento.
La scuola è l’istituzione che deve offrire istruzione ai cittadini, siano essi giovanissimi come anche adulti, trasmettendo insieme alla conoscenza anche quel comune senso etico che deve permeare tutti i cittadini, in modo che la parola «nazione» e la sua struttura organizzativa, cioè lo «stato» non siano parole vuote ma parte essenziale dell’identità individuale e collettiva.

La scuola non è quella che deve accollarsi il compito di rimediare ai guasti che l’ingiustizia, la disonestà, la spregiudicatezza di un’economia amorale determinano, la scuola deve combattere solo l’ignoranza e mi pare una missione già più che sufficiente.

È ovvio che in un corpo sociale ove ogni valore è stato spazzato via dal fiume limaccioso del consumismo, del profitto rapido senza scrupoli, della visione atomistica ed egoistica del soggetto, la scuola è disarmata, perchè non puo’ accollarsi il compito impari di addrizzare le cose.

La scuola per me deve dare istruzione e conoscenza, nonchè eticità collettiva, ma tutti gli altri compiti di assistenza sociale non le competono, certamente deve vigilare e segnalare alle autorità competenti, ma è stato un errore colossale trasformare la scuola in una grande mamma che deve rimediare a tutto.

La scuola deve creare gioia del sapere, non è una pomata da spalmare sulle piaghe d’un corpo sociale malato.

 

senza occhiali

7 luglio 2014

caffeverona
sottobicchiere in carta, scansione originale per il blog

Non è un grande risultato di cui vantarsi, sarebbe solo da rubricare nelle giuste norme di comportamento. Ma un aperitivo assieme ai giovani amici, in un bel caffè nel cuore di una bella città, senza parlare a sproposito, senza assumere l’idiota atteggiamento del vecchio saggio è già un buon risultato. Camuffare oltre mezzo secolo di errori sotto una ieratica barbetta bianca, propinando qualche idiozia sul senso della vita, è da evitare con risolutezza. Ti vogliono bene se sei semplice, quasi ti proteggono, come un buon cagnaccio un po’ invecchiato, dagli occhi buoni. I giovani di oggi a mio avviso sono molto meno stupidi e strafottenti dei giovani di quando ero giovane io. L’aperitivo era buono e neanche troppo caro. È andata bene, anche perchè, senza occhiali, ho scelto l’unico che riuscivo a leggere, scritto in neretto.

quando un esodato torna ad Itaca

3 luglio 2014

Secondo me cosa si intenda per «complesso di Telemaco» il giovine statista fiorentino non l’ha ben compreso, o forse, anch’essa possibile evenienza visto l’interesse che provo alle sue perorazioni, non ho compreso io cosa intendesse dire. Ma dell’enfant prodige non voglio discorrere, in queste pagine, seppur modeste, ci piacciono gli argomenti seri. Torniamo alla questione del padre. In effetti molti psicoanalisti (anche uno che conosco io perchè andiamo dallo stesso barbiere, che non è poi molto diverso dall’andare dallo stesso psicoanalista) rilevano che ai giovini d’oggi manca il padre, manca quella figura su cui modellarsi, su cui misurarsi, su cui costruire, anche per opposizione e differenza, la propria identità. È il padre dei maschi, in particolare, ad essere evanescente, giacchè le femmine si modellano di più (sia in imitazione che in opposizione) con la madre. Io credo che ciò accada per una asincronia, per una sfasatura temporale legata alla produzione, al mondo del lavoro. Non credo molto alla psicoanalisi ma parecchio alle evoluzioni dei rapporti di produzione, chiamatelo marxismo se vi pare, tanto io non mi offendo mai. Quando il mio nonno entrò a lavorare nella grande fabbrica, agli inizi del ’900, essere un provetto operaio era una grande ricchezza. Aver acquisito la capacità di lavorare il metallo, aver acquisito quella robusta esperienza ai mille segreti della metallurgia, gli rese facile lavorare e insegnare a lavorare. L’evoluzione tecnologica avanzava in sincronia con l’avvicendarsi delle generazioni, diciamo per esser schematici che un lavoro appreso era buono per circa 40 anni. Oggi due sono i fattori mutati: il lavoro appreso invecchia rapidissimamente e il sapere legato al lavoro conta sempre meno. Oggi un uomo di 50 anni, se non è protetto da qualche garanzia giuridica, non vale niente, non conta niente, la sua esperienza è solo una saccoccia di ricordi importanti per lui ma di nessun valore per il dio del mercato. E allora, i padri, in queste condizioni, in questo essere carnaccia da rottamare, come puoi pretendere che siano autorevoli per i figli? I giovani assorbono come spugne lo spirito del loro tempo, e il loro babbo, quel signore patetico e un po’ pelato, come puo’ esercitare la forza di Ulisse? Quando un esodato torna ad Itaca, non è travestito da straccione, ma lo è proprio e Telemaco, ovviamente, con la casa invasa dai Proci della finanza moderna, è destinato alla sconfitta. Speriamo in Penelope, ma questo vedremo un’altra volta.

I racconti radiofonici di W. Benjamin

2 luglio 2014

Sul tappeto, a fianco del divano letto (non evevo una camera tutta per me), poggiavo due o tre volumi dell’enciclopedia «Conoscere», un grande e meritato successo editoriale. Prima di dormire leggevo e sfogliavo le tavole colorate (disegni a tempera di illustratori di gran pregio). Questa fu la mia prima formazione culturale. La sequenza degli argomenti era apparentemente casuale, ed ogni argomento fioriva su due belle pagine aperte che costituivano un’unica grande tavola. Si passava dalla legione romana alla storia delle ferrovie, dalla scoperta dell’America alla storia delle abitazioni umane, dal sistema solare alla vita delle api, e così via. Mi addormentavo sazio di sapere, mai più ho provato lo stesso appagamento.

Questo episodio personale è riaffiorato nel leggere un economico e prezioso volumetto della BUR dal titolo «Burattini, Streghe e Briganti». Molto più esplicito il sottotitolo «Racconti radiofonici per ragazzi, 1929-1932». L’autore di questi racconti è Walter Benjamin, che si cimentò in questa serie di trasmissioni dai microfoni delle radio di Berlino e Francoforte. Il legame di questo grande pensatore con l’infanzia è ben noto a chiunque abbia letto ad esempio la sua giustamente celebre «Infanzia Berlinese». Benjamin ama il mondo dell’infanzia e i suoi oggetti, i libri illustrati, i giocattoli, gli abeccedari per la loro capacità di rendere l’atmosfera del passato e per la tenace resistenza che il ricordo dell’infanzia oppone alle logiche spietate del mondo adulto. Sono conversazioni radiofoniche di circa venti minuti, dagli argomenti più disparati, dove comunque si possono individuare due filoni principali. Un aspetto è il ricordo d’infanzia, legato soprattutto alla città di Berlino, ai suoi luoghi, le sue genti. Molta attenzione è rivolta al mondo del piccolo commercio e delle botteghe. Non è comunque un caso che Benjamin traducesse Proust, l’affinità è palese. Vediamo ad esempio a proposito dei mercato coperto, luogo denso di fascino.

«Da bambino mi divertivo un mondo a recarmi assieme ai grandi nel mercato coperto di Piazza Magdeburgo, ove d’inverno c’era un bel tepore, mentre nelle afose giornate d’estate si aveva un gran refrigerio. [...] Ma soprattutto ci sono gli odori: di pesce, di formaggio, di fiori, della carne cruda e della frutta; odori che, al chiuso, si mescolano in tonalità ben diverse da quelle che dominano all’aria aperta, adattandosi magnificamente (per il carattere indefinibile e per i toni tenui) alla luce che piove dalle vetrate opache incastonate nelle plumbee strutture metalliche.» (p. 74)

Dei ricordi abbiamo detto, ma l’aspetto fondamentale di queste trasmissioni (e delle trascrizioni qui riportate) è quello educativo, e non solo per i ragazzi dai dieci ai quindici anni cui erano indirizzate, ma anche per gli adulti che, a quanto risulta, ascoltarono con grande interesse. Nella bella prefazione, il curatore e traduttore Giulio Schiavoni riferisce giustamente di un «illuminismo antiautoritario». Specie verso il termine di quel ciclo radiofonico appare evidente come Benjamin avverte l’incombere di una nube minacciosa sulla Repubblica di Weimar e quindi cerca di stimolare un atteggiamento vigile sugli oscurantismi, i pregiudizi, le facili propagande. Fra i tanti argomenti è davvero esemplare la trasmissione dedicata alla Bastiglia, la celeberrima prigione fortezza. Infatti l’autore spiega con chiarezza il vero motivo del furore popolare, reazione non ad un carcere, per quanto duro e severo nelle sue regole, ma ad un potere ostentato. Un potere che si manifestava nell’arbitrarietà degli arresti ma anche e soprattutto nel lusso in cui viveva il Governatore, nella sfrontata opulenza di ispezioni che erano in realtà lussuose occasioni mondane per ricevimenti e banchetti. La rabbia popolare non si scatena verso un’autorità severa, ma soprattutto verso una manifestazione di profonda ingiustizia.

Non è un caso che di lì a poco un caporale dall’ottima retorica oratoria conquisterà il potere. E Benjamin propone ai ragazzi una puntata dedicata ad un grande imbroglione, uno dei più famosi della storia: Cagliostro. Con impareggiabile efficacia descrive la psicologia del grande imbroglione, così utile anche per capire il nostro tempo.

«Non si deve pensare che un tizio che voglia unicamente vivere bene e mangiare e bera a volontà impegni energie e fantasia per tenere l’Europa con il fiato sospeso per vent’anni con le proprie invenzioni. A Cagliostro importava del potere e della regalità fantasticata dai massoni per lo meno altrettanto del denaro. A ciò vanno poi aggiunti altri fattori. Nessun individuo puo’ lasciare per alcuni decenni tutta la propria vita in balìa di idee fantasiose, parlare della vita eterna, della Pietra dei sapienti, del Settimo libro di Mosè, e di altri segreti consimili (che egli pretende di aver scoperto) senza crederci, alla fin fine, un pochino anche lui. O più precisamente e più correttamente: di sicuro Cagliostro non credeva in quello che raccontava alla gente, però era sicuramente convinto che il suo potere di far ritenere le più mirabolanti fandonie fosse in realtà altrettanto meritevole della Pietra dei sapienti, della vita eterna e del Settimo libro di Mosè presi insieme. Ed è proprio questo il vero punto nevralgico delle sue fandonie. Cagliostro era davvero tremendamente potente grazie alla fiducia in se stesso, alla fede nella propria forza di persuasione, nella propria fantasia e nella propria conoscenza degli uomini» (p. 240)

Davvero il grande intellettuale berlinese, che pure considerò queste sue attività radiofoniche come produzioni minori, sa regalarci una vera e propria «enciclopedia» ricchissima di spunti, notizie, riflessioni. Queste sere, mentre mi gustavo uno dei tanti capitoli del libro, ho provato lo stesso appagamento di quando ero bambino, e sfogliavo l’enciclopedia raccolta con pazienza, fascicolo dopo fascicolo, dal mio babbo. Tornare bambini, per capire meglio, questo dobbiamo fare un po’ tutti.

Walter Benjamin
Burattini, streghe e briganti.
Racconti radiofonici per ragazzi (1929-1932)

Curatore e traduttore G. Schiavoni
BUR 2014
p. 387

l’araba verità

27 giugno 2014

Dal sole accecante della strada, è giusto, nell’apice del giorno, gettarsi nell’ombra di questa saletta. Anfratto foderato di scuro legno, intarsi assai tardo liberty dopoguerra, seminascosto oltre il bancone. I turisti e qualche impiegato al rito dell’insalatona, soffrono fuori sotto all’ombra inutile delle tende. Pochi comprendono l’araba verità che l’estate reclama il chiuso, il buio protettivo di spessi muri. L’ombra autentica si acquatta nei labirinti dei retrobottega, complice d’un lieve sentore di muffa. È questo il ristoro, anche se il tavolino reclama l’obbligo, la giustificazione almeno d’un caffè. Non ho il coraggio di chiederlo shakerato, mi vergono delle parole inglesi. Ci venivo da ragazzo qui, certe mattine per sfuggire alla scuola, per finire preda di quella sfrontatezza adolescente, maschera d’una inconfessata insicurezza. Chissà se quella vecchia dal trucco in eccesso, ci veniva anche lei. È un ricordo vago, forse anche lei da ragazza sfuggiva aoristi ed equazioni, in questo bar. Oggi, non più la scuola si paventa, ma un calore che fiacca un corpo ormai fuori stagione. Del resto, certi bar un po’ in disarmo, son sempre il miglior rifugio, per tutto.

il tavolo dei bimbi

26 giugno 2014

Organizzare un pranzo di matrimonio è impegnativo, lo so. Leggi il seguito di questo post »

come se il temporale potesse

25 giugno 2014

Poco oltre la prima fila di case è grigio compatto. Leggi il seguito di questo post »

sarebbe da riderci, ma non si puo’

24 giugno 2014

Quel che sta accadendo in Iraq dimostra che quella guerra fu un grandissimo errore e che le inaudite sofferenze di tanti bambini, donne, anziani, uomini sono state assolutamente inutili. Leggi il seguito di questo post »

Ma davvero è lo stesso mondo…

24 giugno 2014

Un piccolo esperimento video. Il testo e la voce sono di Lucia Piombo. I rudimentali disegni sono realizzati con Adobe Illustrator, la musica è improvvisata con una vecchia Eko.

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“Soglie„ [G. Del Giudice]

23 giugno 2014

Siccome l’amico Graziano Del Giudice è pigro, e non ha un blog, ospito nelle mie ubertose paginette questo testo, che è stato redatto a supporto per una performance in un locale della Spezia. Leggi il seguito di questo post »

neppure a lui

22 giugno 2014

Seppur nella profonda, totale, frontale, avversione politica (e finanche antropologica) che provo verso il Dell’Utri, trovo davvero sgradevole l’idea di limitare i libri ad un detenuto, chiunque esso sia.

importa come suono

21 giugno 2014

Nei libriccini col volto sorridente dello psicologo prêt-à-porter alla fine c’è scritto in tutte le salse che devi amare te stesso, ti devi accettare. Va bene, son d’accordo, accettarsi è giusto, ma non vorrei che dietro l’accettazione fosse acquattata la sorella brutta e zitella della rassegnazione. Forse il problema è un altro: migliorare se stessi significa soprattutto migliorare la qualità della comunicazione verso gli altri (umani e non umani), l’errore è interrogarci come singoli e non come nodi d’una rete organica di relazioni. Come fossimo le note d’una canzone, nessuna nota è bella o brutta di per sè, quel che conta è la musica d’assieme. Non importa come sono, non conta nulla, importa come suono, nella musica del vivere.

scriverti

20 giugno 2014

aforisma115-aurora
si puo’ fare click per ingrandire la figura

«La lingua e i pregiudizi su cui la lingua è costruita, ci sono di impedimento nello scandagliare processi e impulsi interiori.» (F.W. Nietzsche, Aurora, afor. 115, Ediz. F.lli Bocca, Traduz. Emma Sola, Torino 1926)

Sì, è bello scriverti. Lo so, tu apprezzi molto, amica mia, il ritrovarle, nella cianfrusaglia volgare della posta d’oggidì. Ti piacciono le mie desuete (sembrano d’un passato antico) buste, i fogli piegati in quattro, e l’indirizzo scritto a mano. Scrivo lasciando che la lentezza della posta di carta conferisca spessore alle parole, quasi che maturino nei sacchi della posta, similmente a quella frutta còlta acerba perchè maturi al banco del mercato. C’è anche il sottile erotismo nel sapere che queste mie mani hanno lasciato invisibili impronte sul foglio e questa carta toccherà la tua pelle, la tua pelle chiara e sensibile alla carezza lieve, la tua pelle che molto apprende da sè. Ma le parole, ce la fanno le parole? A volte mi sento come il principiante sui trampoli, colui che cammina goffo nonostante la presunta altezza. Le parole non ce la fanno mai, anche se sei un bravo scrivano, a raccontare davvero quel che si prova, perchè quel che si prova è profondo, nella profondità filogenetica. Le parole sono uno strumento abbastanza ben fatto, chi sa usarle a modo induce nel lettore sensazioni abbastanza simili al vivere. Ma non ce la fanno sul serio. È un gioco: io scrivo, tu giochi a capire. È bello scriverti, sì.

decifrare il tempo

18 giugno 2014

Una breve lezione, una «simulezione» ad uso degli studenti delle scuole superiori. Protagonista un amico, filosofo di quelli veri, che spesso passa di qui.

il linguaggio delle api

18 giugno 2014

Mi sono perso due volte, fra Brescia e Parma. Varcando la pianura fuori dalle autostrade, ho provato la tipica sensazione di impotenza che coglie colui che s’è perso. Abituato al mare da un lato, le colline alle spalle, al facile orientarsi, con punti costanti di riferimento, ecco che basta una pianura un po’ vasta, uniforme, e magari un po’ di nebbia, e mi perdo. E per fortuna noi umani abbiamo cartelli stradali, indicazioni, cartine (ed oggi anche tante diavolerie elettroniche) che ci aiutano per capire se siamo sulla strada giusta. Come ultima risorsa c’è sempre un pensionato sul ciglio della strada al quale domandare. Orientarsi e comunicare tragitti, percorsi, direzioni, ecco un’attività indispensabile per una società d’umani organizzati. Ma anche gli animali hanno da informarsi sul dove andare, e di un animale dalle magnifiche attitudini al riguardo tratta un bel libro: «Il linguaggio delle api» di Karl von Frisch. È un classico dell’etologia, un testo giustamente famoso. Oggi le scoperte del sobrio professore austriaco sono verità condivise ed accettate, ma quando le presentò non furono pochi gli increduli, gli scettici, ma von Frisch, col suo stile pacato, riuscì sempre a difendere l’efficacia delle sue scoperte.

Quel che oggi rende molto attuali e davverro importanti le osservazioni riportate nel suo testo è la questione del linguaggio. Ma prima di ragionare sul linguaggio dobbiamo partire dal ragionamento sulla comunicazione. Sempre di più nella biologia, nelle ricerche che analizzano quel processo così affascinante che definiamo «vita», è cruciale il ruolo dell’informazione. Tutta la vita si dispiega grazie all’informazione, sia essa interna ad un organismo (fra organi, fra apparati dello stesso corpo) oppure informazione che passa da individuo a individuo. Nell’importante prefazione di Giorgio Celli il concetto è infatti ben enucleato.

«Da qualche decennio i biochimici acquistano sempre più coscienza che il fenomeno della comunicazione, nel suo significato più ampio, è una delle manifestazioni fondamentali della vita, a cominciare dalle interazioni cellulari, ed è stato notato che la genetica molecolare si vale, non a caso, di parole elaborate nei territori di competenza della teoria dell’informazione e della comunicazione» (pag. 9)

Ovviamente la comunicazione è assai intensa negli animali sociali. L’alveare viene definito un superorganismo, e la comunicazione fra gli individui è strumento cruciale per il procedere e perpetuarsi della vita. Ma nelle api avviene un fenomeno ulteriore rispetto all’uso di semplici segnali, si manifesta l’uso di segni, di simboli. Insomma abbiamo un vero linguaggio, adatto a descrivere circostanze, dati che possono variare, insomma siamo ben oltre il segnale automatico che comporta una risposta automatica.

Von Frisch si domanda come possa la singola ape, scoperta una fonte di cibo, comunicarlo alle altre, in modo che esse poi volino copiose a giovarsene. Indaga sul segnale olfattivo, sicuramente importante, ma la semplice percezione del profumo non basta a spiegare una delle più affascinanti capacità delle api: comunicare alle compagne la direzione da prendere per raggiungere il sospirato nettare e, ad alteriore e preziosa informazione, la distanza da percorrere. Tanto per cominciare è davvero interessante capire come fa l’ape a conoscere la direzione e la distanza da percorrere, e il nostro meticoloso scienziato ce lo spiega e, in questo magnifico testo, ci spiega anche i suoi meticolosi esperimenti per capirlo (ma non lo scriviamo, qui, il libro va letto…). La scoperta fondamentale è il modo in cui l’ape esploratrice lo spiega alle meno avventurose compagne. La comunicazione avviene attraverso una danza, o per meglio specificare attraverso due danze. Per comunicare la presenza di cibo nelle vicinanze le api, all’interno del favo, compiono una tipica danza circolare che significa più o meno «ragazze, qua intorno a casa c’è da fare provviste». Ma se il prezioso nettare è lontano, ad una distanza tale che il semplice profumo non basta ad orientarsi? Ecco quella che von Frisch chiama la «danza dell’addome», leggiamo dunque come la descrive:

«Le api che provengono dal luogo di alimentazione più lontano danzano in maniera completamente diversa. Eseguono quella che io ho chiamato la “danza dell’addome”. Esse percorrono rapidamente un breve tratto in linea retta dimenando, con grande frequenza, l’addome a destra e a sinistra; quindi, eseguono un’evoluzione circolare completa di 360 gradi a sinistra, corrono in avanti in linea retta ancora una volta, quindi eseguono l’evoluzione rotatoria a destra ripetendo questo schema generale molte e molte volte. Questa danza dell’addome [...] ora potevo vedere che veniva eseguita col massimo impegno da quelle api che portavano il cibo zuccherino dal luogo di alimentazione sperimentale posto a trecento metri di distanza.» (p. 108)

schemaapi

La direzione del tratto in linea retta (quello in cui dimenano l’addome) rispetto all’asse verticale del favo dà l’angolo di deviazione da prendere rispetto alla provenienza della luce del sole. La velocità con cui svolgono il movimento, dà l’informazione sulla distanza. E con un’esattezza che fa impressione.

Per conoscere la direzione della luce solare il nostro autore spiega della capacità, intrinseca all’apparato visivo delle api, di vedere la luce solare polarizzata, ma qui non ho spazio per andare oltre, anche se ne varrebbe la pena.

Dunque le api, creature molto lontane da noi umani (i nostri cammini evolutivi si sono divisi in epoca lontanissima, poco oltre gli albori della vita) hanno sviluppato un linguaggio simbolico, basato su delle raffigurazioni. C’è discussione sulla natura di questo linguaggio, ma che sia un linguaggio vero e proprio è assolutamente certo.

La lezione di von Frisch è importante anche per il rapporto fra lo studioso e l’animale oggetto delle sue osservazioni. Un rapporto fatto di rispetto. Infatti con Lorenz il nostro è fra i protagonisti dell’avvento dell’etologia, una scienza che non porta l’animale nella macchina infernale degli esperimenti su una creatura terrorizzata e indifesa, ma li interroga con cautela, entrando con pazienza nelle sue abitudini, nel suo mondo. E capire il loro mondo, significa capire molto anche su ciò che siamo noi, chiamati, dalla nostra (spesso mal adoprata) intelligenza, alla responsabilità di non distruggerlo.

Karl von Frisch
Il linguaggio delle api
Introduzione di Giorgio Celli
Traduzione G. Celli, A. Cristiani
Bollati Boringhieri, 2012
pag. 176

 

grazie, dannata pioggia

15 giugno 2014

Tump. Tump. Toc. Toc. Tamburella scherzosa sul vasto ombrellone della pizzeria, ma in breve è pioggia senza freni, tuoni secchi come colpi di rullante, temporale di fine estate che arriva invece, ironico, all’inizio. La paciosa serata in pizzeria si trasforma in gaio e felliniano finale d’una festa. Fuggiti un po’ in fretta cercando riparo parziale dei portici, ridiamo, scherziamo come ragazzi. Come quando una pizza assieme era quasi un lusso, prima di baci audaci soprattutto per il posto, perchè ogni scomodissimo posto era il posto giusto. Lo sciame delle ragazzine sgambetta e ride nella pioggia, sotto gli ombrelletti di quelle più previdenti. L’odore dei vestiti bagnati era tanto che non ce lo sentivamo addosso. Grazie, dannata pioggia, grazie di questa scomodità che mi rende indietro un po’ di giovinezza.

ultravioletto

11 giugno 2014

L’ultravioletto è un colore che gli umani non possono vedere. Mi ha sempre incuriosito l’accadimento d’un colore che c’è ma non possiamo vederlo. Ma non possiamo neppure immaginarcelo, visto che non è nella gamma dell’umano spettro. Per capirsi, un ippogrifo non esiste ma ce lo possiamo immaginare, come possiamo immaginare un uomo con tre teste dai capelli blu. Ma quel colore, non possiamo immaginarlo, tuttavia alcuni strumenti lo possono rilevare, così come sapere che ci riescono gli occhi di alcune creature non umane. Una dimostrazione dunque della potenza del linguaggio che puo’ abbracciare un territorio ben più vasto dei limiti sensoriali. La mente, o meglio il corpomente, è una struttura che va oltre la realtà, rimane ad essa ancorata ma puo’ abbracciare un ambito più vasto, laddove arriva la fantasia oppure la tecnologia con le sue protesi. L’ultravioletto, non lo possiamo vedere, eppure un nome glielo abbiamo dato, eppure fa parte, per dirlo con Heidegger, del nostro mondo. Non è poco, tutto ciò.

a questo giro

10 giugno 2014

Certo era ora. Con l’arrivo del caldo sbocciano le femminee membra. Tripudio di gambe ben tornite, vesti leggere che fasciano i fianchi, trattengono a fatica rigogliosi petti. Tutto questo ben di Dio danza nel campo visivo. Financo le ragazze con semisecolari primavere ostentano sensualità. Meno sorgiva, più evidente alchimia dell’astuzia che nelle femmine umane cresce con gli anni (e nei maschi declina in rassegnate canottiere). Ma è bello però questo canto corale alla vita, alla sensualità, meno lontano appare l’istinto delle api che golose ronzano alla siepe, meno lontano l’inseguirsi dei merli in danza nuziale. Solo ricordi, vecchio mio? Chissà, magari con calma, in un angolino di frescura, anche un fiore tardivo è pur sempre un fiore. A questo giro, ci proviamo ancora, dai.

capisce meglio l’avversario dell’amico

8 giugno 2014

Il piccolo numero di persone che mi sono amiche, secondo me, tende a sopravvalutarmi. Leggi il seguito di questo post »

il mio Gesù

6 giugno 2014

A cena con gli amici, a me piace quel Gesù lì. Leggi il seguito di questo post »

il tempo e la piazza

4 giugno 2014

Il tavolino tondo, il cappuccino, in questo angolo d’intonaco rosso del caffè. Leggi il seguito di questo post »

anche se non sono snob

3 giugno 2014

Mi garba il calcio. Ma non seguirò i Mondiali. Non guardo dall’alto in basso coloro che li seguono con passione, non sono snob. Ma non seguirò i Mondiali. Auguro davvero di cuore a chi si gusta le partite di godersele in santa pace. Ma avverto troppa distanza dal mondo delle persone comuni, dei tanti senza potere che conducono una vita dura, magari cercando di mantenere la propria dignità. Il calcio non basta. È un gioco bellissimo il calcio, ma il rutilante spettacolo finalizzato, asservito a quei dannati spot, sponsor, brand e controbrand, mi pare un inganno al cuore pulito degli appassionati. Davvero auguro lo stesso buon divertimento, specie a chi, per tanti motivi, trova in quelle due ore di partita un balsamo alle proprie sofferenze (dettate dal destino o dall’ingiustizia). Ma io, anche se non sono snob, non seguirò i Mondiali.

tra poco

2 giugno 2014

Intanto che si avvicina l’estate, anticipo, per gentile concessione, alcuni versi d’un amico, per un lavoro che stiamo preparando.

trapoco

qualche segreta, elegante, metafisica disarmonia

2 giugno 2014

Sotto il gazebo bianco del bar, non leggo il giornale, osservo chi legge. Il mattino, sotto l’ombra dei portici, nel profumo dei cappuccini e delle paste, è un vento garbato di voluttà. Certo che sono antifascista, ma certe architetture del ventennio mi piacciono, mi piacciono per qualche segreta, elegante, metafisica disarmonia. L’età media è alta sì che i tablet non hanno ancora invaso il territorio della carta frusciante. Ma io non leggo, respiro, penso. Ma non è che penso a qualcosa, lascio solo che da dentro affiorino, imprevedibili, i pensieri. La vita, per chi gioca a fare l’intellettuale, è scandita dai silenzi al tavolo di un bar.

un’ora a guardare le nuvole

31 maggio 2014

Che male c’è a stare fermo, ad osservare le nuvole? L’analogia fra il cervello umano e il computer è, come molti hanno scritto con buone ragioni, molto fuorviante. È vero in effetti che la nostra mente odierna si allarga anche su memorie digitali, nel suo agire, e non ne puo’ più farne a meno. La mente, essendo un processo e non un’essenza, puo’ sconfinare nel regno digitale. Ma il cervello, lo strumento fisiologico fondamentale, è radicalmente diverso dal computer, di una diversità profonda e in gran parte inesplorata anche agli uomini di scienza. Uno degli sbagli fondamentali del nostro tempo (forse è meglio il termine greco ybris) è l’aver permesso (grazie all’uso dei computer) una accelerazione temporale, una frenesia della velocità del tutto inadatta alla nostra umana, benefica, lentezza. Si fa tutto molto alla svelta, si depreca la lentezza come una colpa. Un rapporto malato con il tempo è il male fondamentale di quest’epoca.

Starò almeno un’ora a guardare le nuvole, che scorrono, dal mare verso le colline. Non è un’ora persa, è un’ora umana.

Collezione di dischi rari – vendita benefica

31 maggio 2014

diegod56:

segnalo questa iniziativa, anche interessante nel caso qualche appassionato si imbatta nelle mie paginette

Originally posted on La principessa sul pisello:

10309349_655853631160451_3841473660467319224_nCari amici scrivo questo post, per mettervi a parte di un mio progetto. E’ la prima volta che ne parlo pubblicamente, e lo faccio qui, sperando che possiate darmi una mano a diffondere la mia idea. Dalla scomparsa di papà, io e mia madre abbiamo cominciato a ragionare su come utilizzare tutte le cose che papà aveva nel suo studio. Vorremmo che nulla andasse perduto o che alcune cose fossero usate a scopo benefico.

Oggi, vi parlo della collezione di dischi rari. Si tratta di una raccolta di dischi a 78 giri, che consta di circa 750 unità. I dischi sono rigorosamente d’epoca, con pezzi veramente interessanti e autentici. Si possono ascoltare con un normale giradischi che abbia la velocità 78, oppure, per chi ha la fortuna di possederlo, con un grammofono La collezione, munita di un catalogo completo, annovera dischi di arie e pezzi celebri del melodramma,12 opere complete…

View original 118 altre parole

invulgar

30 maggio 2014

«In Portogallo ci sono in effetti molte donne di una bellezza non convenzionale, rara (invulgar, si dice da queste parti), magari non bellissime secondo un canone diffuso, non impegnate a produrre continuamente una sorta di plusvalore femminile (la quotidianità italiana o anche spagnola). È come se una certa bellezza latina si fosse raffreddata nelle acque e fra i venti dell’Atlantico, evitando quella carmenizzazione banale che è diventata il destino di molte bellezze mediterranee.» (Marco Cecconi, Le stazioni di ieri, Riccardo Pioli Editore 2013, pag. 67)

La bellezza femminile è importante nelle interiori cartografie. Ogni uomo popola la propria geografia immaginaria (ma non disancorata dal reale) di donne, o meglio di tipi di donne. Perfino le città, sono donne, a modo loro. Fantasie, ma fantasie che agguantano la realtà con presa sicura, più delle cosiddette verità assodate. La garbata (e, per scelta, poco nota) penna di Marco Cecconi, rileva come anche la femminea bellezza sia impoverita, o meglio soffocata, da un sexy tanto diffuso quanto convenzionale, non a caso, calibra il termine carmenizzazione. Poche righe, ben scritte, dicono molte cose.

nomade

28 maggio 2014

«Prevedo che il viaggio durerà almeno tre mesi: tre mesi lontani dal mondo, tre mesi senza aver notizie di quello che succede a casa. Per i miei compagni è la prima esperienza: li vedo un po’ turbati e perplessi. Io al contrario sono felice: nomade per natura, non amo il cosiddetto vivere civile: mi ci adatto perché non posso farne a meno, perché è in certo senso il mio carma, ma quando ne esco sono contento come un ragazzo che marini la lezione. Fra i monti e gli alberi e la campagna mi sento a miglior agio. Ho sempre considerato la casa una specie di prigione, l’inevitabile punto di raccolta di tutte le noie e di tutti i fastidi e di tutti i dolori. Ma l’autista interviene e interrompe il filo dei nostri pensieri: ci pone al collo grosse ghirlande di bianchi fiori profumati e ci augura buon viaggio. Scambi di namas te (“m’inchino a te”, il saluto che si usa in India) e poi eccoci soli sui sentieri del Nepal.»
(Giuseppe Tucci, Fra giungle e pagode, Newton Compton 1996, prima ediz. 1953, pag. 48)

Certamente è un privilegio avere una casa, con l’acqua corrente calda e fredda, riscaldata d’inverno e dotata dell’energia elettrica. Sarebbe offensivo verso i molti umani che, profughi e preseguitati, le case le hanno dovute lasciare, non apprezzare tutto ciò. Eppure l’uomo è, nel profondo della sua filogenesi, nomade, errabondo e, probabilmente, sociale ma solo per piccoli gruppi. Perfino uno stanziale plantigrado come me, ama uscire nell’aria fresca del mattino e poter (capita di rado ahimè) vagare senza meta precisa e senza orari. Bella la civiltà, ma c’è sicuramente una torsione delle profonde umane attitudini.

selfie

27 maggio 2014

Hai voglia di fotografarti, di filmarti, di duplicare immagine e suono. Una vita esangue, tanto più la duplichi, tanto più non esiste l’originale. Cosa ti vendono? La tua faccia ripetuta infinite volte. E cosa te ne fai?

sul ponticello

26 maggio 2014

Canale di periferia. Già quando un corso d’acqua lo chiami «canale» lo espliciti lontano dai territori della bellezza. Un fiume scorre maestoso, un torrente impetuoso, un ruscello zampillante, mentre di un canale si dice che scorre e basta così, anche troppo che non ci scorrazzano le pantegane. Invece nell’aria limpida di mattino dopo notte di pioggia, fra l’erba alta e vigorosa di questa primavera non riarsa, eccoli. L’anatra sembra quieta sulla riva, appena sotto la muraglia, e loro, girano un po’ in tondo sull’acqua pulita, sembrano barchette d’un bimbo che gioca. Anatroccoli, piccoli piccoli, ma ormai in grado di galleggiare, nuotare, rimanendo tenacemente, istintivamente in fila. Se il primo vira, virano tutti. La vita, l’imprinting, il ciclo biologico, tutte vicende scientificamente ben note. Ma io provo tenerezza (anch’essa, lo so, è biologia). Qualche attimo sul ponticello, poi via, con la borsa delle mie cartacce, altrimenti perdo il bus.

la mosca cocchiera al contrario

26 maggio 2014

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