«Stanno bene» che significa?

22 novembre 2014

«Noi non vediamo con gli occhi: vediamo con il cervello, il quale ha decine di sistemi differenti per analizzare gli imput che provengono dagli occhi. Nella corteccia visiva primaria – localizzata nei lobi occipitali, cioè nella parte posteriore del cervello – vi è una mappatura della retina punto per punto, ed è qui che vengono rappresentati luce, forma, orientamento e posizione del campo visivo.»
(da Oliver Sacks, Allucinazioni, Adelphi 2013, pag. 156)

Vedere è attività complessa, continua interpretazione. Sono molto convinto che il bravo artista, quando produce un’immagine, induce l’emozione di chi osserva grazie ad un accadimento, un evento che aggancia l’immagine vista con altri nessi interiori. Non dissimilmente da quel che accade quando una certa sostanza, magari contenuta in una pianta, apre, come fosse la chiave giusta, delle serrature. Sempre ho difficoltà a capire perché un disegno è un bel disegno, forse per questa natura complessa del vedere, anche se non credo al caso. Alcuni colori stanno bene assieme, alcuni tratti stanno bene assieme. «Stanno bene» che significa? La complessità del corpomente è questo stare tutto dentro la biologia e nel contempo non esaurirsi in essa, perchè ogni evento emozionante è anche unico, «è» senza bisogno di altre spiegazioni.

anche se scrivi in fretta

21 novembre 2014

Scrivere il colore d’un cielo lattiginoso di novembre. Scrivere l’aroma di verdure stufate, dalla cucina. Scrivere quel momento dejà vu, a scendere per le scale, verso un antico giorno di giovinezza. È ora? No, è tanto tempo fa, che strano effetto.

Scrivere sempre dopo e, forse, più che ricordare, è inventare. Agli altri non puoi che mostrare una ricostruzione letteraria, ma a te stesso? Anche a noi stessi raccontiamo inventando perché la coscienza vive, vibra, ma non usa le parole, quelle sono attrezzi meravigliosi, ma sempre dopo, anche se scrivi in fretta, sei sempre in ritardo (*).

(*) I lacaniani la pensano in tutt’altro modo, attribuendo al linguaggio la costruzione del nostro «io».

bordeaux e sinestesia

19 novembre 2014

cerchidoratisulbordeaux
Spirali in campo Bordeaux, Adobe Illustrator e Computer Apple, 2014

L’Atlante Zanichelli dei colori (pag. 258) suggerisce 20% ciano, 100% magenta, 40% giallo e 40% nero. Per la verità sono uso adottare percentuali un po’ diverse: 27 ciano, 100 magenta, 67 giallo, 17 nero. Comunque il Bordeaux è un bel colore pregno di vitale energia, rammenta il profumo sprigionato dal vino al quale ruba il nome. A me evoca ricchezza, quasi opulenza, tanto che amo accostarlo al dorato (rendere l’oro è difficile, comunque lo si puo’ evocare). Potrebbe essere accostato ad una musica sinfonica non troppo intimista, gonfia di armonia rotonda, avvolgente, piena. Certo, la sinestesia è arte quasi impossibile, a parole. Chi legge queste mie righette, quale musica accosterebbe alla semplice grafica qui esposta? Forse Bizet, visto che siamo in terra di Francia?

il male dentro

17 novembre 2014

Quelli della mia classe son cresciuti giocando a biglie nei cortili. Ogni tanto, anzi quasi tutti i giorni, scoppiava una piccola rissa. Non ero grande e grosso, cercavo di non buscarle, magari giocando d’astuzia. Raramente si andava dalla mamma a piangere, nel timore d’esser considerati femminucce. Ricordi che fanno tenerezza, eppure certi meccanismi psicologici hanno avuto la loro parte in eventi ben più drammatici d’una scazzottata fra ragazzini.

Mi riferisco a quel fenomeno di rude solidarietà maschile che va sotto il nome di cameratismo. È uno dei temi d’un libro interessante, per molti tratti anche drammatico nei fatti evocati, dal titolo «Il male dentro», scritto da Thomas Kühne e pubblicato in Italia nei tipi delle Edizioni dell’Altana. L’Autore prende in esame la Germania a partire dalla sconfitta della Grande Guerra fino alla tragedia della cosiddetta «soluzione finale». La premessa è il disagio tedesco dopo la sconfitta. La propaganda delle associazioni nazionaliste esalta, in alternativa alla società civile divisa e litigiosa, la fratellanza del cameratismo militare, il cameratismo della dura vita di trincea. In realtà tutta questa fratellanza non c’era e molte erano le tensioni fra i militari di truppa, costretti ai patimenti, e il ceto degli ufficiali superiori, che non condividevano affatto le proprie comodità. Ma la propaganda dipingeva invece una mitica fratellanza, una concordia ben diversa dal weimariano disordine del conflitto politico e di classe. Ovviamente poi la guerra era stata persa per colpa dei traditori, e non, come era accaduto realmente, per l’inferiorità militare sul campo.

Il nazismo fece proprio il mito del cameratismo. Lo pose alla base dei tanti campi d’addestramento nei quali i giovani, a partire dalla metà degli anni ’30, erano coinvolti. Partecipare era sostanzialmente obbligatorio, per non trovarsi esclusi e visti con sospetto. L’intento fondamentale di questo addestramento era inibire il retaggio morale dell’educazione precedente, cancellare il giudizio e la coscienza personale, con l’adesione alla coscienza del gruppo. Il NOI in sostituzione dell’IO. Il timore dei rimorsi della propria coscienza era sostituito col timore del giudizio dei camerati, la paura di apparire poco virile, di sembrare ancora un «cocco di mamma». Questa vergogna è un elemento centrale, per Kühne, nella spiegazione delle tante atrocità commesse (il testo analizza molti episodi della guerra sul fronte Est, prima nella Polonia occupata e poi in Russia). Non era raro che alcuni soldati ed ufficiali provassero disagio ed orrore per le inaudite violenze delle quali il proprio reparto era responsabile, ma reagivano ritenendo se stessi incapaci, non all’altezza, senza mettere in dubbio la necessità di quegli accadimenti.

L’altro pilastro fondamentale della coesione, oltre il cameratismo, è la figura del nemico. Ebrei e comunisti in primo luogo, ma non solo. Tutti coloro che apparivano anche semplicemente pensanti con la propria testa erano a rischio.

Riguardo all’addestramento dei giovani e a quel legame con cui la loro coscienza veniva imbrigliata e condizionata, riporto un brano laddove l’Autore fa riferimento, fra le tante testimonianze, alle memorie di Jost Hermand, un ragazzo della Jungvolk. Il brano è molto duro, lo sconsiglio al lettore impressionabile che puo’ passare oltre.

«Un giorno a Warthegau, nella Polonia occupata, Jost e i suoi compagni ebbero una tragica occasione di mostrare indifferenza. “Un pomeriggio eravamo nel cortile della scuola quando vedemmo una SS in bicicletta proveniente da Standau seguita dal suo cane”. Improvvisamente si fermò è ordinò all’animale di “aggredire una donna incinta polacca che camminava in una strada del villaggio”. Il cane eseguì gli ordini, saltò addosso alla donna che cadde a terra gridando terrorizzata. “L’uomo scese dalla bicicletta e calpestò con i suoi stivali la pancia della donna finché non morì per le ferite interne”. Jost e i suoi compagni assistettero impassibili alla scena “non venne in mente a nessuno di noi di accorrere in aiuto della donna”. Solo dopo si sentirono a diaagio. “Sapevamo tutti che qualcosa di terribile era accaduto”. Ma nessuno ne voleva parlare. Ciascuno era “discreto”, come raccomandava il decalogo della Jungvolk. Chi si atteneva a questa regola si sentiva più sicuro, aveva la certezza d’esser protetto dal cameratismo, molto più importante del rimorso per ciò che avevano visto. Chi era inserito nel gruppo, sapeva che il gruppo l’avrebbe sempre difeso, fratelli nel crimine”.  (pag. 71)

Il saggio di Kühne è accompagnato da una importante postfazione di Luciano Canfora. In essa il lettore viene messo in guardia da uno degli assunti di fondo del volume: la responsabilità collettiva dei tedeschi. Per esempio l’antisemitismo non era affatto una prerogativa del popolo tedesco, ma era ben diffuso anche in Inghilterra. Un’altra considerazione, già nota ma qui ribadita, è che non a caso i campi di sterminio principali fossero nella Polonia occupata, in una terra considerata più intrisa di certe tradizioni antisemite. Secondo Canfora la tesi di un popolo tedesco coinvolto nell’Olocausto per una qualche propria predisposizione culturale non è fondata.

Personalmente credo però che la parte del testo che analizza i condizionamenti del singolo rispetto al proprio gruppo di appartenenza è molto interessante e aiuta a far chiarezza. In ogni caso, di questo dobbiamo renderci conto: la parolina «Noi» al posto della parolina «Io», la sostituzione della coscienza individuale con una coscienza collettiva deresponsabilizzante, puo’ portare laddove non ci si sarebbe mai aspettato.

Fra le tante figure evocate nel testo, c’è anche un riferimento al capitano Wilm Hosenfeld, reso celebre dal film Roman Polanski.

Thomas Kühne
Il male dentro
La comunità di Hitler: psicologia del genocidio e orgoglio nazionale
Postfazione di Luciano Canfora
Traduzione di Donata Aphel
Edizioni dell’Altana, 2013
pag. 280

Ultima traccia

15 novembre 2014

Non farti ingannare da quello che vedi. Non pensare di essere davanti ad un semplice ammasso di rottami ben ordinato, conservato e curato. Quello che vedi è molto ma molto di più.
Sono stato in fondo al mare, anzi, mi hanno buttato in fondo al mare e li mi hanno lasciato per 7 lunghissimi anni quindi è normale che sia un po’ tutto ammaccato e se poi, come spero, conosci la mia storia, allora dovresti comprendere il mio stato, non solo quello fisico.
Sarei stato capace di volare se solo me lo avessero permesso e forse ora non sarei così famoso ma sarebbe stato molto meglio per tante persone.
(Fabio Franci, 20:59:45 Ultima Traccia, 2013, pag. 5)

Suggerisco la lettura di questo piccolo libro, pubblicato sulla piattaforma lulu.com. È scritto bene e con stile accattivante. È gratis, è istruttivo. Per scaricare fare click.

Per l’edizione cartacea, ecco il link.

la lieve spinta di un pronome

14 novembre 2014

Ogni volta che usiamo il pronome «Noi» con qualche enfasi, diamo una lieve spinta sul piano inclinato della violenza. Si scivola piano, quasi non si avverte, e poi un giorno diremo «come è stato possibile?»

4 immagini, Spezia e il mare

13 novembre 2014

Come già ho in consuetudine da qualche tempo, anche quest’anno, nello studio della veste grafica al calendario della ditta Ferdeghini Tipografia, mi sono imbattuto nelle foto di Marina Busoni. Il tema è Spezia e il suo mare. Foto eleganti e, soprattutto, pensate.

CROCIERA

BIGLIETTERIA

GIOCATORI

I lavoratori dell’Est Europa, con il gioco degli scacchi, son divenuti una presenza tipica delle domeniche mattina.

paliolegrazie

Ovviamente una vittoria del Palio del Golfo è sempre accompagnata da irrefrenabile entusiasmo.

Marina Busoni ha l’approccio giusto all’arte fotografica. Guardare, capire, pensare e, quando la foto è già pensata (senza però lasciar sfuggire il momento), allora click.

Per chi è alla Spezia: si puo’ acquistare anche presso Ferdeghini Tipografia Edizioni, in via Vanicella 40.

la barca è quella

12 novembre 2014

Se non puoi essere un pino sul monte,
sii una saggina nella valle,
ma sii la migliore piccola saggina
sulla sponda del ruscello.
Se non puoi essere un albero,
sii un cespuglio.
Se non puoi essere una via maestra
sii un sentiero.
Se non puoi essere il sole,
sii una stella.
Sii sempre il meglio di ciò che sei.
Cerca di scoprire il disegno
che sei chiamato ad essere,
poi mettiti a
realizzarlo nella vita.

(Martin Luther King)

Non sono un amante dell’afflato retorico di queste frasi, ma, gradatamente, ho compreso che l’atteggiamento, la strategia che sottengono, è giusta. È importante capire come sei, quali sono le tue qualità e i tuoi limiti, e su quelli costruire, agire, dispiegare i giorni. Mi pare che anche la psicologia junghiana lavori in direzione non molto diversa, cioè nel capire chi sei.

Comprendere chi sei non è però troppo semplice, o meglio sarebbe semplice se un uomo non fosse anche il crocevia, il crogiolo, la conseguenza dell’ambiente, del linguaggio, delle relazioni in cui è immerso. Il corpomente è struttura predisposta all’imitazione, all’assorbimento (ad esempio: basta risiedere da tempo in una regione per prenderne rapidamente l’accento).

Chi sono? Non sono forse il precipitato delle voci, degli odori, delle carezze, dei suoni cui il mio corpomente, piccolo e indifeso, è stato esposto in tenera età? Tenera età vuol dire età malleabile. Non sono forse il precipitato delle speranze, dei collettivi canti, delle dolcezze e delle asprezze delle bande da ragazzi?

Comunque d’accordo, son quel che sono. La barca è quella (un po’ vecchiotta e scassata a dire il vero) e con quella si prende il mare.

 

ma un po’ antico, sì

7 novembre 2014

Non mi sento vecchio, ma un po’ antico, sì. Il mantello del buio cala su questa sera, sul rumore di stoviglie, sulle voci dal pianerottolo di rientri consueti. Certi saluti, quelle buone maniere all’apparenza desuete, buonasera dottore, risvegliano il ricordo delle tante figure svanite dal film della mia vita. Non ci avevo mai pensato, finora, ma davvero cominciano esser tanti quelli che non ci sono più. Nonni, zii, mitiche zie da Milano, certi amici ferrovieri del mio babbo, le amiche di mia madre, i loro vestiti. E tanti, purtroppo, anche dei miei amici, quelli con cui ho giocato, con cui ho sbirciato furtivo certi giornaletti, con cui ho fatto a pugni, e musica, e amori al gracchiare dei giradischi. Anche alcuni di questi se ne sono andati. Cominciano ad essere tanti quelli che hanno fatto il grande salto. Verrebbe voglia di chiudersi a scrivere, ma certo non sono Marcel P., sono solo me stesso. Pensa che lo Spezia è in serie B, roba da non credere, ma tu, vecchio mio, non hai fatto in tempo e hai lasciato me, che di calcio ci capisco poco. Non mi sento vecchio, ma un po’ antico, sì.

come se il fiume fosse lo stesso

6 novembre 2014

Gli altri chi sono? È indubbio che per strada, nell’androne del palazzo, sul filobus, nei labirinti delle botteghe, nelle piazzole degli autogrill, dappertutto insomma, incontro altri individui della specie Homo sapiens. Ma questi, davvero, percepiscono la vita come la percepisco io? Chi puo’ dimostrarmi che davvero dentro si sentano come mi sento io? Certo, analoga fisiologia fa supporre analogo pensiero. Corpo e mente son tutt’uno, così spiega un amico, quindi analogia dei corpi vuol dire analogia dei pensieri. Ma c’è un piccolo scarto individuale? C’è un quid solo mio che solo io, fra tutti gli umani, provo? Io penso di sì. Tentiamo una metafora. Avete fatto caso quando andate a trovare un vicino di casa, al piano di sopra? Stesso appartamento, stesso palazzo, stesso quartiere, eppure quei tre metri più in su e il paesaggio è diverso, un’altra quotidianità, un altro tran tran. Siamo molto soli, ma, questo sì, abbiamo una sensibilità particolare verso chi ci è affine. Certe persone, dopo due parole, hai capito che per quanto soli, molto ti assomigliano, come fossero amici da un tempo lontano, come se il fiume fosse lo stesso e ad un certo punto si fosse diviso. Ma salvo queste eccezioni, siamo immensamente soli, anzi, solo, al singolare, perchè il plurale è inadatto a questa irrimediabile solitudine.

la sincerità possibile

5 novembre 2014

Sono un uomo sincero, anche se a volte scelgo la verità più adatta alle circostanze. Un uomo totalmente sincero è innaturale, perché la nostra mente è fatta per inventare, interpretare, giocare, creare sull’ambiente un mondo.

Ci entra la musica

3 novembre 2014

Il motivo fisiologico per il quale gli accordi in tonalità minore sono più melanconici non mi è chiaro. È innata questa inclinazione oppure in culture diverse gli stessi accordi suscitano emozioni differenti? Alcuni ritengono che sia un portato culturale l’effetto che certe musiche innescano in noi.

Ma anche se così fosse, quale meccanismo fisiologico permette il formarsi di certe sensazioni? La musica è la più inafferrabile delle arti, eppure è la più profondamente innestata nell’elettrochimica del cervello. La musica entra dentro casa, ma va a frugare da sola in cantina, e ti lascia fuori, perché dentro noi stessi non possiamo entrare. Ci entra la musica.

morti caparbi

3 novembre 2014

Nessun colpevole, tutti assolti. Sarebbe opportuno, a quel punto, a conferma che è stato solo un polverone mediatico, che il morto risuscitasse. Invece, caparbiamente, rimane morto, non collabora.

in viaggio, sull’A15

2 novembre 2014

Infuocato tramonto scavalcando l’appennino. Vecchia canzone, in macchina, mentre ti fiondi, lassù, nell’ultima galleria che da Parma sfocia in Lunigiana. Una vita è importante? Una vita che non lascerà il segno. Quattro parole qua e là, che importa? Del resto, è l’unica che ho. Sarà questo tramonto infuocato, sulle sagome dei monti, sarà questa canzone forse un po’ banale. Ma è bellissimo vivere, così come è giusto morire, senza darsi troppa importanza.

Due poesie di Carlo Alberto A.

31 ottobre 2014

Carlo Alberto Angeli è un uomo particolare, l’aspetto è quello d’un vero pirata, scrive poesie senza alcuna intenzione di essere un poeta. Una freschezza e potenza dei versi tutta genuina, senza alcun compiacimento. L’eleganza profonda di chi è autentico. Ha scritto una bella raccolta, dal semplice titolo «Conclusione» ma ne ha stampate poche copie, solo per chi se le merita. Due poesie le riporto qui. La prima è pregna d’atmosfera d’amicizia virile, la seconda è intrisa dell’affetto verso il padre, un affetto profondo e senza fronzoli, nella durezza del dolore.


 

Giornata tipica di una località di mare

Giornata tipica di una località di mare
Quell’umidità che ti rimane incollata sulla pelle
per tutto il giorno
sono arrivato al Bar
le solite facce i soliti discorsi
Be…  spariamo 2 cazzate
per vedere la reazione
le espressioni
tanto lo so
spesso penseranno che sono deficiente
ma è un divertimento vedere l’espressione nei loro occhi
quando vengono spiazzati da discorsi stupidi
che poi di stupido hanno poco.
Per fortuna il Nene
almeno lui sa stare al gioco delle stupidaggini dette
non siamo sempre così
purtroppo
quando rimaniamo da soli anche “cose serie”
ma vi è differenza?
e il sistema per distinguerle e poi catalogarle?
Forse se si ride non sono serie
e se non si ride lo sono?!!!!
proviamo ad invertire
ridiamo di “cose serie” e stiamo seri sulle cazzate.
Penso che il risultato sarà che rideremo ben poco.


 

Camera 4 letto 13

Camera 4 letto 13
È qui che ti vedo
Voce fioca
Leggera
Impastata di dolore
Di suppliche non dette
“vegetare qui o a casa”
Camera 4 letto 13
È qui che ti sento
Spazio conclamato
In stanza di plastica
Presente a te stesso
Assente al mondo
Presa d’incoscienza
Camera 4 letto 13
Parcheggiato in attesa
Dove sedia rigida mi respinge
Dolore come forza di gravità
Mi tiene seduto
Camera 4 letto 13
Pensiero
Respiro affannato
Smorfia di dolore
Mi alzo
Ritorno
Dorme
Controllo
Serve?
A me si
A lui no
Ricordi
Attesa
Pausa
Non riesco a pensare
La bocca si muove
Il resto no
Camera 4 letto 13
speranza


 

Veramente dei versi diretti, intensi, niente male questo pirata.

 

ti rende lieve

30 ottobre 2014

Una purezza m’attrae, la sera, tornando a casa tardi. Quartiere vuoto, silenziosa la scuola, silenziosa la chiesa, chiuse le serrande dei negozi. Sento i miei passi sull’asfalto e l’aria fresca sul viso. Quanto è profonda la solitudine di un uomo? Per quanto ognuno s’illuda d’esser parte dell’umana avventura, come se i grandi collettivi accadimenti fossero i suoi, ognuno è immensamente solo. Io sono solo io. Efficace trompe-l’oeil da qualche parte del groviglio di sinapsi, illusione di essere qualcuno, perchè questo corpo cammini e pensi di esistere. Ma nel silenzio, nella purezza della notte, avverti quel nulla che sei, un po’ fa paura ma, a pensarci bene, ti rende lieve, evanescente, finalmente libero.

lettura e cambiamento

29 ottobre 2014

Rileggere un libro è il modo più semplice per capire quanto sei cambiato.

Belìn che freddo!

28 ottobre 2014

Il pullman della gita parrocchiale è giunto a destinazione. Una minoranza dei gitanti è in bermuda, indossa anche le pinne, nonchè il salvagente a paperella (per chi non sa nuotare). Scesi dal pullman questa minoranza dei gitanti s’accorge d’essere in montagna, e non al mare. Così i gitanti di sinistra, capiscono d’esser saliti sul pullman sbagliato. Belìn che freddo! 42% sì, ma sotto zero.

ἄνεμος

27 ottobre 2014

Anche il vento è energia che proviene dal sole. E tutto è energia, anche la materia, anche noi.

Ecco un inqualificabile video amatoriale.

a cosa servono gli amici

26 ottobre 2014

Io sono io. Un perfetto sconosciuto. Per fortuna dagli altri hai qualche parziale informazione. La solitudine fa paura perché ti ritrovi chiuso nella stanza con uno squilibrato, non sai come va a finire. Per fortuna, ci sono gli altri, e chiami il loro aiuto, per tenerlo a bada. Gli amici servono soprattutto a proteggerti da te stesso.

La società a costo marginale zero

25 ottobre 2014

Il mio babbo durante la guerra andò sfollato in un paesino dell’Appennino toscoemiliano. Giù in città si faceva la fame, gli approvvigionamenti di cibo erano scarsi e difficoltosi. Invece lassù, seppur a prezzo di un lavoro duro, dettato da ritmi secolari, si mangiava. Ancora oggi il mio babbo ricorda due caratteristiche di quella comunità locale: l’autosufficienza e la collaborazione, insomma il «darsi una mano» per far fronte alle incombenze. Nonostante il disastro della guerra, la comunità locale reggeva decisamente meglio della vasta comunità nazionale. Questo tema dell’efficacia delle organizzazioni decentrate e distribuite rispetto alla fragilità delle organizzazioni estremamente accentrate è una delle chiavi di lettura dell’ultimo libro di Rifkin,  La società a costo marginale zero, uscito quest’anno come di consueto da Mondadori.

Già Keynes (e con lui molti altri economisti) aveva individuato il problema, che descrivo in poche righe, scusandomi per l’inevitabile semplificazione. Nel capitalismo «classico» c’è una continua competizione fra produttori legata all’innovazione tecnica. Un produttore, grazie ad una nuova tecnologia di cui entra in possesso, si ritrova in vantaggio sui concorrenti e puo’ vendere un prodotto ad un prezzo più basso, dominando il mercato. Ma un concorrente, prima o poi, grazie ad un ulteriore miglioramento di efficienza, riesce a rimpiazzarlo sul mercato, con un prodotto migliore e meno costoso. Questo spiega come il capitalismo sia stato anche un formidabile propulsore del progresso tecnologico. Ma c’è sullo sfondo un problema: prima o poi il prezzo concorrenziale, l’offerta di un bene o di un servizio a prezzi sempre più bassi, renderà difficile avere un profitto sufficiente a giustificare gli investimenti, poderosi, che sono stati necessari per stare al passo, per competere.

Uno degli aspetti più inquietanti, è l’espulsione di milioni di persone dal mondo del lavoro. Non a caso il capitolo VIII si intitola «L’ultimo lavoratore». Mi pare evidente che buona parte della migliorata efficienza produttiva abbia come conseguenza (ed anche scopo, direi) la diminuzione della mano d’opera. Da tempo è chiaro che le nuove tecnologie non producono tanti posti di lavoro quanti ne distruggono. E non avviene solo per i lavori a basso profilo intellettuale, tant’è che Rifkin ci ricorda che le macchine provvederanno da sole alla manutenzione e alla costruzione di altre macchine, e non è fantascienza.

Tutta una faccenda triste? No, perché sullo sfondo ci sono i segni, ormai ben evidenti, di una rivoluzione economica e culturale. La tecnologia non è un nemico, ma è proprio lo strumento che consentirà di andare oltre ai modelli culturali ed economici, della prima e seconda rivoluzione industriale.  Un cambio di paradigma. Vorrei riportare il bellissimo riferimento che l’autore rivolge ad un fondamentale testo di filosofia della scienza, che lessi in gioventù.  Citazione lunghetta, ma importante, chiedo scusa.

«Nella sua opera La struttura delle rivoluzioni scientifiche Khun ha infatti inserito la parola “paradigma” nel più ampio contesto di una riflessione generale. Secondo la definizione di Khun, un paradigma è un sistema di assunti e credenze che concorrono a creare una visione del mondo integrata e unificata che risulti così convincente e coinvolgente da essere considerata senz’altro la realtà. La forza affabulatoria di un paradigma si basa sul carattere onnicomprensivo della sua descrizione della realtà. Una volta accettato, diventa difficile, se non impossibile, mettere in questione i suoi assunti centrali, che in apparenza riflettono l’ordine naturale delle cose. Che si affacci qualche altra spiegazione del mondo è assai raro, dal momento che essa dovrebbe fronteggiare quanto è accettato come inequivocabile verità. Questa accettazione acritica, e il rifiuto di immaginare spiegazioni alternative, porta però ad un accumulo di incongruenze, che cresce fino a raggiungere un punto di svolta: qui il paradigma esistente viene smantellato e sostituito con un nuovo paradigma esplicativo, più adeguato a ordinare le anomalie, le intuizioni e i nuovi sviluppi in una nuova grande narrazione. Il paradigma capitalistico, a lungo accettato come il miglior meccanismo per promuovere un’organizzazione efficiente dell’attività economica, è ora sotto assedio su più fronti.» (p. 15)

In effetti l’internet, la produzione diffusa dell’energia, le nuove modalità di produzione distribuita fanno intravvedere il tramonto dei modelli verticali fortemente accentrati, legati all’era del combustibile fossile (con le sue conseguenze apocalittiche sul clima). Ma il concetto stesso di lavoro, di proprietà, di comunità stanno cambiando, in una società dove conterà sempre di più l’accesso del possesso. La tecnologia ci consente la società dell’abbondanza, la riduzione dei costi e della manodopera è un incubo dovuto solo all’approccio vecchio all’economia, alla cultura, al modo di essere cittadini del mondo.

I contadini di quel piccolo paese dell’appennino ormai non ci sono più, il paese è quasi disabitato, ci sono stato di recente. Eppure quel modo di essere comunità, quell’autosufficienza locale, incardinato con le meravigliose opportunità della tecnica di oggi (energia prodotta in loco, comunicazione a costo zero, collaborazione e condivisione planetaria), non è il passato, ma è il futuro.

Certo, le mie poche righe non esauriscono un testo ampio e ricchissimo di prospettive. Pazienza, comunque le ho scritte a costo marginale zero.

Jeremy Rifkin
La società a costo marginale zero
Mondadori 2014
pp. 490

 

l’acqua più limpida

24 ottobre 2014

È la parola la più importante invenzione dell’uomo. La seconda è la scrittura. Entrambe, in operoso connubio, ci offrono la possibilità di esistere, nel senso più nitido di questo verbo. E non è solo lo strumento, la chiave che ha permesso il dispiegarsi di complesse civiltà, ma è nel contempo efficace, vivo, vibrante strumento di contatto fra gli umani. Un esempio: quasi nessuno di noi ha conosciuto di persona Fabrizio De André, eppure certe sue canzoni, certi versi, ci hanno emozionato personalmente. Tanto che spesso, se conosci davvero l’autore dei testi che ti hanno rapito, rimani deluso, come se le parole fossero il distillato migliore di un uomo, il precipitato prezioso. Dunque l’internet non allontana le persone, ma le avvicina, mette in contatto diretto con le parole, con l’acqua più limpida che scaturisce dalla roccia. Le mie parole, spesso, sono meglio di me.

segnalazione

22 ottobre 2014

Un bellissimo sito per apprendere l’inglese, che voglio segnalare anche qui.

http://www.engpods.com/

 

Sarebbe come dire ad una fanciulla

22 ottobre 2014

«La temporalità economica è posta sotto il segno dell’avvenire, simbolizzato e incarnato in quelle promesse di pagamento che sono le banconote, nella certezza che la moneta domani avrà ancora valore. È il segno sotto il quale si pone la razionalità capitalistica come tempo differito rispetto alla soddisfazione immediata del bisogno. Chi investe lo fa sempre sul futuro, per definizione, e tuttavia un dilatarsi senza controllo della speranza di pagamento produce un tempo speculativo che si capovolge in scarsità. Quando il futuro diventa risorsa di pochi, una civiltà – e non soltanto la sua forma economica – è in declino.» (A.G. Biuso, Temporalità e Differenza, Olschki Firenze 2013, pag. 105)

Augè, Fusaro e molti altri pensatori hanno posto al centro dell’attenzione il problema del futuro. E certamente il futuro è importante nel paesaggio interiore di ognuno di noi, ma ancor più lo è nel paesaggio sociale, nel sentire collettivo. Un futuro ingabbiato nel debito, nel «pagherai» ad ogni costo, è un futuro già morto in partenza. Sarebbe come dire ad una fanciulla in fiore: sposerai per forza quel vecchio repellente, perchè ti ha comprata. Ci vuole coraggio, la fanciulla sposerà chi vorrà lei.

i papà del multisala

21 ottobre 2014

Un lungo porticato blu, fino al cinema multisala. Vanno per mano. Sabato al cinema e forse anche le patatine al fast food. Lui è molto grande rispetto a lei, esile, piccola, il passo allegro che non è più di bimba ma ancora non è di donna. Stessa fisionomia, stessa forma degli occhi, stesso naso a punta, che ritrovi declinati nella versione maschio adulto rude (barba di tre giorni) e nella versione visetto di bambina. Gli stessi cromosomi ricombinati in corpi tanto diversi. Forse lei è contenta, anzi sicuramente è felice del sabato col papà tutto per lei. Se poi viene con la moto a prenderla a scuola, e le amiche verdi d’invidia la guardano volar via, ancora meglio. Padri divorziati, teneri per un giorno, davanti al multisala, certi giorni di festa. Tanto poi, a tutto il resto, ci pensa la mà.

non lagnarsi

20 ottobre 2014

Quando uno è triste per cose serie ovviamente non sopporta la tristezza altrui per cose meno serie. Quelli di buon umore hanno più rispetto del dolore altrui di quelli lagnosi, i lamentosi del niente. Non lagnarsi è fondamentale per preservare dignità. La vita, questa partita già persa in partenza, alla fine te la giochi sullo stile.

17 ottobre 1980 – 17 ottobre 2014

17 ottobre 2014

Le due del pomeriggio. Al mattino, le tue labbra, mentre ero vicino, si erano piegate appena, un accenno di sorriso, per me. Da qualche giorno eri immobile, quel lieve sorriso mi stupì. Alle due del pomeriggio, un grande gelo nel cuore. Sono 34 anni che mi manchi, grazie di quel sorriso.

il futuro

17 ottobre 2014

Il futuro non piace mai a chi, nel presente, se la passa troppo bene.

ma non si piega

16 ottobre 2014

Non ricordo mai come si chiama. Quando mi incontra sul filobus però mi parla, sotterranea complicità che trovano in me quelli strani, gli eterodossi. Del resto sto nella terra di nessuno, fra i pazzi e i normali, vado bene per tutti. Sorride, mai visto uno che sorride così quando ti racconta delle sue chemio, dell’accanimento con cui la biologia, divinità avversa, lo tormenta. Artista ribelle, ma non la banalità del ribelle giovane, perchè un ribelle giovane è quasi sempre uno per bene da vecchio. Lui è anziano e decisamente malandato, ma non si piega. Certe sue sculture spiazzano, irridono, urtano. Ma stavolta mi parla del romanzo, sette personaggi, sette vite incatenate in un percorso circolare. Non è sicuro di finirlo, se muore prima. Certi uomini sono molto vivi, anche vicino alla fine, altri, in perfetta salute, son già morti in partenza. Il lettore deve vedere la storia, mi spiega, con le parole devi tratteggiare rapida la scena, ci vuole stile. Mi interessa questa cosa, ma è la fermata dell’ospedale e lui scende. Non ricordo mai come si chiama.

quel qualcuno

15 ottobre 2014

Il verbo esistere condensa già in sè tutto il problema. Quando io penso che esisto, chi è che lo pensa? Prima di pensarci (di esistere) esistevo sì o no? Se penso che esisto perchè esiste un corpo che porta il mio nome, non ho pensato tutto. Non ho incluso quel qualcuno, o qualcosa, o intrico strano, che pensa «io esisto». È un crocevia, un intreccio, ma il problema si condensa tutto lì.

non andateci

15 ottobre 2014

Ai politici, Grillo e Renzi per esempio, scrivo che farebbero bene ad evitare passerelle mediatiche in mezzo al fango, ben protetti dalla scorta. Non andateci, è solo un’esibizione di potere, rimanete sobriamente a fare il vostro lavoro, lontano dalle amate telecamere.

I Racconti di Clara

13 ottobre 2014

copertinaraccontianimali

Mi piace offrire, col consenso del suo autore, un capitolo del libro «I racconti di Clara». Questa edizione si incardina in tutta la grande attività del suo autore, Mauro Petracchi, a favore dei diritti e del benessere gli animali. Il ricavato del volume va tutto ad iniziative ed associazioni che hanno per scopo appunto la tutela di questi compagni di viaggio, troppo spesso vittime dell’uomo e dei suoi comportamenti per nulla umani.

I racconti hanno un lungo e significativo sottotitolo: «Il rapporto troppo spesso sbagliato fra uomo ed animali, filtrato attraverso l’occhio saggio e disincantato di una matura femmina di cane da pastore».

Pagine intrise di sentimenti, una narrazione delicata ed efficace, ma con l’attenzione, narrando, di spiegare molte verità, a volte molto belle, a volte dolorose.

Il libro è corredato delle fresche e suggestive illustrazioni a colori di Miria Brusacà.

Al momento è disponibile alla Spezia presso la palestra Gold Gym, in via Gramsci 52, ma spero la sua diffusione trovi anche altri sbocchi, che riporterò in questa pagina.

Mauro Petracchi
I Racconti di Clara
Ferdeghini Tipografia Edizioni, 2014
pp. 180
ISBN 9788898100088

 

δύναμις (energia)

13 ottobre 2014

Teso, dalla bocca del golfo, il vento. Come gigante che si libera del mantello, sospinge le nubi verso ovest. Dallo squarcio, la luce. Vibrano, girano impazzite le girandole dei bimbi, sul terrazzo al lato opposto del cortile.

È il movimento l’essenza del vivere, l’energia che incessante si trasforma. La solitudine, innestata nel pensiero stesso dell’esserci, è più lieve nel movimento.

Il raggio di sole, dal cielo pulito dal vento, riflette sulle foglie della siepe. Danzano gli insetti al lavoro. Energia, luce, δύναμις. E farne parte, ecco il modo di esserci.

quasi libri, idee e riflessioni

12 ottobre 2014

Chi ha la pazienza di leggere le mie noterelle, sa che mi occupo di grafica e di tipografia. Vorrei raccogliere qualche ragionamento su un progetto. Il progetto è la creazione di una serie di ebook che contengano scritti per lo più frutto delle domande e sollecitazioni rivolte a persone a mio avviso competenti su un tema. Vorrei dotarli della classificazione ISBN, attraverso il marchio editoriale «Ferdeghini Tipografia Edizioni», ditta piccola ma gestita da persone per bene. Anzitutto una prima questione è il formato. Meglio PDF o Epub? In effetti il PDF mi piace molto di più per il controllo assoluto sul formato grafico, ma il formato Epub è sicuramente più adatto ai lettori oggi assai diffusi. Altra questione è il prezzo. La mia idea è il download gratuito. Perchè mai far pagare qualcosa il cui costo marginale si avvicina allo zero? Trovo anche abbastanza incongruente metter su tutta l’impalcatura e-commerce per un incasso di 0,99 euro. A che serve? A chi serve? Il modello potrebbe essere il libro di Paolo Cacciari, che fra l’altro consiglio. Se qualcuno ha nozioni sul «creative commons» sarebbero anch’esse interessanti. Chi ha qualche idea al riguardo, anche ruvidamente avversa, se annota qui mi fa piacere.

ormai ogni ottobre

10 ottobre 2014

Genova così muore. Ormai ogni ottobre in Liguria è un mese di disastri. Il cielo, violentato dalle emissioni dei combustibili fossili, diventa una minaccia tanto cupa quanto prevista. Occorre un cambio radicale di civiltà.

la bellezza delle cose

10 ottobre 2014

Ricordo le sue mani, sul bancone del negozio affollato. Toccava il tessuto, ne saggiava la consistenza, lo carezzava. Già immaginava il vestito, le curve, le pieghe, le astuzie per far sembrare più slanciata una cicciottella, oppure più florida una donna esile. Un’arte. Credo che le donne dovrebbero tornare dalle sarte, per i vestiti, favorendo così la produzione in loco e la conservazione delle capacità artigianali. Non vanno forse a farsi, giustamente, il taglio dei capelli da una persona? Non indossano parrucche già pronte! Mia madre faceva la sarta e tante volte quando ero piccolo l’accompagnavo al negozio dei tessuti o da quello dei bottoni, tutto un mondo creativo che è quasi scomparso. Ricordo bene quando disegnava il modello col gesso sulla stoffa (niente cartamodelli, che sono cose per principianti) e il vestito prendeva vita. Certo gli abiti pronti hanno democratizzato il bello, ma poi il fenomeno ha riempito gli stores di oggetti di una banalità e volgarità insopportabile. La bellezza delle cose è nella bellezza di chi le sa fare.

aquila o gufo

9 ottobre 2014

Capita, sul filobus, oppure dalla fornaia, di incontrare un altro iscritto al Partito Democratico. Da un lato è rinfrancante, davanti ad uno con la tua stessa colpa, provi un leggero sollievo. Però subito si innesca il sospetto: come la pensa (ammesso che pensi)? Allora provi con un prudente: «Ren…» e osservi già a metà parola la pupilla dilatata dal disprezzo oppure il mento che si solleva lieve, prodromo d’uno sguardo di placida approvazione. «…zi» Alla fine delle due sillabe hai già capito come fare a farti mandare a quel paese oppure a suscitare corroborante fraternità. La scelta migliore è il silenzio oppure qualche argomento neutrale, meglio gallina da cortile che aquila o gufo. Delle metafore ornitologiche non se ne puo’ più, lo so, chiedo perdono anche di questo.

la pasta madre

7 ottobre 2014

Torniamo ad essere ingenui. Mi sono stancato del cinismo travestito da buon senso. Oggi una donna molto giovane, con slancio d’istinto, baciava la sua bambina, sul filobus. Amore di una bimba già donna per la bimba ancora bambina. Credo che quella tenerezza sia il lievito fondamentale, quella pasta madre di cui tutti dobbiamo conservare un pezzetto, perché continui, rinasca, ricresca. Mi rendo conto che secoli di individualismo, la lettura d’ogni cosa, d’ogni goccia del vivere, in termini di costi e ricavi personali, hanno inibito quella parte dell’umano che declina verso l’amore, la vicinanza, il contatto. Perfino gli amici non umani, a quattro zampe, a volte ci danno lezioni sull’umanità perduta. Torniamo ad essere ingenui, che ridano pure, la pasta madre deve continuare a lievitare, e dare gusto al vivere.

semplice

3 ottobre 2014

La verità è semplice, ma noi siamo complicati.

scrivere limpido

3 ottobre 2014

Possiamo con le parole cambiare il mondo?

No, se alle nostre stesse parole non crediamo, se le indossiamo per guardarci allo specchio. Se le nostre parole sono comode, accoglienti, rifinite in buona pelle artigianale, noi crogiolati dentro siamo inutili e meno dignitosi di chi, almeno, sta zitto. O forse era una pretesa, forse le parole servono, ma senza sicumera, bastano due o tre lettori che le apprezzano. Forse abbiamo fretta, non sappiamo scrivere per chi, nella sabbia, fra mille anni, sulla riva, troverà la bottiglia. Il difetto delle parole scritte è l’aspettativa dello scrivano, ma chi scrive deve saper svanire, svaporare nel nulla, solo così scriverà limpido, senza la vanità che tutto guasta.

Nokia 3310, il vecchio, l’antico, il tempo.

2 ottobre 2014

Nokia 3310, il vecchio, l’antico, il tempo. Due parole senza pretese.

La guerra e le carte – 5 ottobre 2014, a Spezia

2 ottobre 2014

Segnalo questa iniziativa particolare, che unisce la documentazione storica alla lettura, alla rievocazione. Le «carte» molto hanno da dire. Fra i curatori un’amica che spesso onora queste pagine del suo commento.

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fratello ricordati che

1 ottobre 2014

Oggi pare sia difficile morire. Il confine fra morte e vita si è dilatato in un’oscena terra di nessuno. Le macchine, seppur utilissime e benedette in molti casi, possono diventare una condanna al non morire. Oggi, nel lugubre asettico dei reparti della morte sospesa, il monaco incontrandoti non direbbe più «fratello ricordati che devi morire», bensì, assai più terribile potrebbe ammonire: «fratello, ricordati che non puoi morire».

Mi piaceva troppo

30 settembre 2014

Mi piaceva troppo il sole tiepido di fine settembre. Pregustavo, nelle folate fresche dai coni d’ombra, la lunga stagione dei tepori nascosti, dell’amore afferrato, fra l’odore buono dei vocabolari, con la scusa della versione di greco.
Mi piaceva troppo il buio che calava più presto, i lampioni accesi, e un foglietto di banalità orribili, piegato in tasca, ma credevo fosse poesia, allora.
Mi piaceva troppo la spiaggia con poca gente, nel pieno del mezzogiorno, una piccola enclave d’estate rubata in autunno.
Mi piaceva troppo la maturità dei miei vecchi, solidità d’esperienza non ancora corrosa dalla decadenza, dalla paura.
Non ci sono abituato a questo giro della giostra, che cigola sinistra. Vai, issa il pupazzo ridicolo che chiamano saggezza, due belle frasi incatenate, e via.

sempre ti fanno notare

29 settembre 2014

Era un grande sul serio. Socrate affermava «so di non sapere». Era sincero. Quelli che son venuti dopo, quando dicono «so di non sapere» per lo più sono afflitti da falsa modestia, in quanto tutte le volte che lo dicono, sempre ti fanno notare che lo diceva anche Socrate. La vanità si annida astuta proprio nella modestia.

l’ameba

29 settembre 2014

Quella che si gioca nel Partito Democratico è l’ultima partita di una disputa iniziata dopo il 1989, al crollo del muro e dei regimi dell’est. Allora ci si domandò: è possibile una società non capitalista? Puo’ accadere che una società capitalista possa evolvere verso un sistema socialista che funziona, privo dei gravi difetti delle esperienze tragicamente trascorse? Una buona parte dei militanti del vecchio PCI decisero che quella speranza fosse priva di fondamento, fosse un errore romantico. Infatti la strada parve a molti, di fatto, quella socialdemocratica senza se e senza ma. Ovviamente l’innesto efficace di culture e provenienze non marxiste, di stampo liberaldemocratico e cattolico contribuì alla natura non ben definita del partito nelle sue varie e, diciamocelo, anche noiose metamorfosi di nome e di simbolo. In questo nostro tempo, è proprio il capitalismo stesso, il suo meccanismo che obbliga alla cosiddetta crescita continua, a non rispondere ai problemi enormi che ci sono davanti (il più grave e imminente è il collasso del piccolo pianeta Terra). Ci sarebbe da pensare in modo radicale e nuovo su tutto, e siamo bloccati sulle piccole dispute di principio. Io credo che popoli abituati alla comodità obesa difficilmente possono produrre catartiche rivoluzioni, tanto che anche il consenso popolare non è un titolo di merito, ma la conferma della propria mediocrità. Che succederà? Non credo che vinceranno i migliori, semplicemente prevarranno i più organizzati. Vedremo che accadrà, non avverrà nessuna scissione, semplicemente l’ameba sarà ancora più informe.

alla fine

27 settembre 2014

È tutta una farsa, danzata sul ciglio dell’abisso, risate fioche sfilacciate nel vento. Alla fine, nulla importa davvero, e capirlo è la soluzione. Non c’è enigmi nel vuoto, c’è solo il vuoto.

dentro o fuori del gioco

25 settembre 2014

Breve salita per la stazione, i passi frettolosi dei pendolari, le borse piene delle scartoffie, il via vai. A metà salita, nella nicchia della porta dismessa della vecchia mensa, dorme ancora sul materasso. Del resto non è che abbia molta fretta di andare. Andare dove? Scura la pelle, chissà se sua madre, da qualche parte in Africa, si ricorda di lui, uno dei tanti, troppi, figli. I francesi, nella truffaldina lingua che si sono inventati, dicono clochard, che suona bene, non turba quanto homeless. Ogni uomo è dentro o fuori del gioco in base all’importanza che gli altri gli attribuiscono, più è solo, più diventa irrilevante, trasparente. L’appartenenza alla specie non garantisce nulla, anzi, non godi nemmeno della pietà che evoca l’animale. L’aria fresca del mattino, è fine settembre, sgombra rapidi i pensieri dalla fronte, le scartoffie e tutto il resto riprendono il posto d’onore, fino alla pausa caffè.

esperimento vettoriale

24 settembre 2014

tentativodiritratto

Ragazza al sole, elaborazione totalmente vettoriale con Adobe Illustrator

la missione

23 settembre 2014

– Com’è andata, sergente?
– Una missione semplice, capitano, tutto come previsto.
– Ma le hanno creato dei problemi?
– No, capitano, erano già in grande confusione, si odiavano fra loro.
– Allora è tutto a posto?
– Si, certo, la disinfestazione è stata rapida, ora il pianeta è libero, forse lo possiamo bonificare.
– Certo quei brutti bipedi, mi pare si chiamassero «uomini», erano davvero infestanti. Nessuno li rimpiangerà, pensi che mangiavano altri mammiferi, una cosa repellente.


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